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Le retromarce sulle liberalizzazioni

Taxi e farmacie, così Monti accontenta tutti

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Nel giorno in cui gli avvocati scendono in piazza, il governo, invece di sforzarsi di alzare l'asticella delle liberalizzazioni, abbozza e negozia retromarce. Pur di chiudere la partita, l'esecutivo si è opposto agli emendamenti migliorativi accettando quelli che, pur attenuando l'impatto del decreto, potevano sedare i mal di pancia parlamentari. La lista dei cedimenti, accertati o in corso d'opera, è impressionante.

A partire dalla categoria più ostile alle liberalizzazioni, i tassisti. Il potere di assegnare nuove licenze tornerà ai sindaci, mentre il parere della costituenda Autorità per i trasporti sarà obbligatorio ma non vincolante. Se non altro, il regolatore dovrà insediarsi entro maggio (pare). Pure i farmacisti potranno cantare vittoria: il numero di esercizi sarebbe abbassato da una farmacia ogni 3.000 abitanti, a una ogni 3.500. Inoltre i parafarmacisti si vedrebbero definitivamente sbarrata la strada verso la vendita di farmaci di fascia C, pur ottenendo, come magro premio di consolazione, il diritto di smerciare prodotti veterinari.

Gli stessi professionisti starebbero per ottenere un ammorbidimento delle norme che li riguardano, sull'abolizione delle tariffe minime (peraltro già sostanzialmente superate dalle "lenzuolate" di Pier Luigi Bersani nel 2006) e la possibilità di svolgere sei mesi di tirocinio durante gli anni universitari. Neppure i carrozzieri rimarranno delusi, se sarà confermata l'abolizione dello "sconto" al risarcimento per quei clienti che si rivolgono a officine non convenzionate con la loro assicurazione (un'importante misura antifrode). Infine, nebbia spessa sullo scorporo di Snam dall'Eni: sebbene il sottosegretario Claudio De Vincenti abbia fornito rassicurazioni, circolano con insistenza voci ora sull'esclusione degli stoccaggi, ora sull'indebolimento della separazione, non più proprietaria ma solo "funzionale" (di fatto, una conferma della situazione attuale).

Ciò a dispetto dell'opinione contraria dell'Autorità per l'energia, che ha chiesto l'abbassamento della quota azionaria di Snam consentita all'ex monopolista dal 20 per cento del decreto al 5 per cento indicato dalla direttiva europea come requisito per parlare di "ownership unbundling" in senso proprio. Nell'attesa di conoscere il testo definitivo della legge, non si può non rimanere sconfortati nell'osservare la fragilità del "cordone difensivo" formato dal governo attorno al proprio decreto - anzi, la sua attiva partecipazione alla riscrittura di alcune parti. Non è tanto una faccenda di merito - alcuni emendamenti sono consivisibili, in un'ottica di concorrenza - quanto di metodo: la sensazione è che chiunque abbia chiesto, abbia ottenuto qualcosa. Come può essere credibile sull'articolo 18 e le altre grandi riforme messe in agenda, un esecutivo che non regge la pressione dei tassisti? Si è detto che solo i tecnici possono tenere il bisturi con la dovuta fermezza. Se al chirurgo trema la mano, quali speranze restano al malato che, per disperazione e necessità, gli si è affidato? 

(tratto dal Secolo XIX)

 

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