Teheran: record di impiccaggioni e lapidazioni

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Teheran: record di impiccaggioni e lapidazioni

27 Luglio 2008

La morsa della barbarie si stringe intorno all’Iran. Mentre le civiltà democratiche lavorano ad una moratoria delle esecuzioni capitali, è giunta la notizia che la teocrazia sciita ha fatto impiccare ventinove carcerati. Secondo la televisione di stato le vittime sarebbero state condannate per stupro, omicidio, traffico di droga e altri crimini. Le vittime erano detenute nel famigerato penitenziario di Evin, nel settore nord di Teheran. Evin è l’ultima meta per delinquenti comuni, oppositori, intellettuali, giornalisti e persino cittadini stranieri – tutti dal destino segnato.

Il caso di Zahra Kazemi, fotografa canadese di origini iraniane, dimostra la fama di Evin. Fu arrestata nel 2003 soltanto perché sorpresa dalla polizia a scattare foto del carcere dall’esterno. Morì poco dopo per le gravissime violenze subite durante gli interrogatori. Ma ufficialmente le cause della morte sono naturali. La macelleria iraniana non sembra fermarsi. La notizia dell’impiccagione di gruppo segue a ruota quella della recente condanna di nove giovani donne e un uomo alla morte per lapidazione. Ma questo macabro registro si arricchisce anche di tristi primati: nei primi dieci giorni di quest’anno sono state impiccati ventitre condannati. Se queste cifre suscitano sdegno, resta fondato il sospetto che le autorità iraniane riducano le cifre ufficiali.

Un altro caso fa emergere un aspetto della pena di morte in Iran ancora più allarmante: i minorenni. Soghra Najafpour è una ragazza in attesa dell’esecuzione della sua pena capitale dopo essere stata condannata da un tribunale locale per l’omicidio di un ragazzino di otto anni quando Soghra ne aveva appena tredici. Si proclama innocente, ma il codice penale iraniano ha già pronunciato la sua sentenza inappellabile. Nella cella di Soghra ci sono altre ragazzine la cui età oggi non supera i diciassette anni e forse non li supererà mai. Uomini, donne, minorenni – adesso la pena di morte potrebbe essere applicata anche per i reati commessi su internet. All’inizio del mese di luglio il parlamento iraniano ha approvato una legge che estende l’applicazione della pena capitale anche ai bloggers qualora i loro contenuti rechino offesa all’islam, promuovano diritti delle minoranze o la libertà di pensiero e religione.

A proposito di religione ed estremismo, la settimana scorsa l’Associazione Internazionale dei Cristiani Iraniani ha denunciato il progetto dell’assemblea legislativa iraniana di applicare automaticamente la pena di morte a tutti coloro che abbandonano la religione islamica, in primo luogo a chi abbraccia il cristianesimo. Il ricorso alla pena capitale ha assunto la forma di una pratica sempre più diffusa, che adesso viene applicata a interi gruppi di condannati. Le statistiche sono tinte di rosso sangue: dall’inizio dell’anno lo stato iraniano è stato il boia che ha dato la morte a circa centocinquanta persone.

Nel 2007 l’assassinio di stato ha collezionato quota trecentocinquantacinque vittime, quasi il doppio rispetto all’anno precedente. L’anno scorso le sentenze eseguite sui minorenni sono state centrotrentotto. E’ la medaglia d’argento, perché quella d’oro è saldamente detenuta dalle cinquemila sentenze di morte comminate dalla Repubblica Popolare Cinese che adesso è in procinto di aprire i giochi olimpici. La reazione di Teheran segue due vie. Da una parte le autorità correggono al ribasso le statistiche. Dall’altra sottolineano la funzione deterrente della pena di morte, anche per reati comuni. Eppure il tasso di criminalità non sembra risentire di questo ricorso così intenso. L’incremento nell’uso della pena di morte è iniziato con l’ascesa al potere di Ahmadinejad. Le vittime si sono moltiplicate quando la morte di stato è diventata uno strumento per imporre il dominio interno del presidente. La tirannide sopravvive soltanto con la morte dei suoi nemici, che non sono soltanto le democrazie occidentali, ma qualunque coscienza libera.