Testamento biologico: non c’è più tempo né spazio per i compromessi
09 Marzo 2009
Sin dall’inizio la legge sul fine vita si è rivelata un affare difficile. Nessuno vi si sarebbe cimentato se non vi fosse stato costretto dalla magistratura. Perché – è bene chiarirlo una volta per tutte – la scelta non è tra “legge sì e legge no”. Dopo la sentenza della Corte di Cassazione che ha determinato il destino di Eluana Englaro, l’alternativa reale è quella tra una legge scritta dal Parlamento e una normativa “creata” dai giudici attraverso i loro pronunciamenti.
E’ legittimo, persino utile, che degli intellettuali continuino ad evidenziare i rischi di Stato etico ai quali una siffatta legge potrebbe portare. Meno comprensibile, invece, che lo facciano dei politici, senza che ciò li porti a rinnegare la loro stessa funzione.
Una legge in questa materia non può che essere una legge di compromesso. Porsi sul terreno della legislazione impone a tutti delle rinunzie, perché è impossibile trasferire in un testo normativo le sfumature e i particolari che sono concepiti in ambito intellettuale. E il testo predisposto dal relatore Raffaele Calabrò si è posto proprio nell’ottica del compromesso: trovare un equilibrio tra il diritto alla vita e la libertà di cura; ammettere le dichiarazioni anticipate ma, d’altra parte, fare attenzione a non ridurre l’esistenza a una sorta di “piano quinquennale”, togliendo ogni margine all’imprevisto, alla sorpresa, alla contraddizione.
La casta degli illuminati, però, continua a negare ogni sforzo e ogni disponibilità. Probabilmente continuerà a farlo anche dopo che, da ultimo, è stata richiesta – e ottenuta – una esplicita menzione del “consenso informato” tra i principi fondamentali della legge, per avere la prova provata che nessuno abbia intenzione di infrangere il principio costituzionale per il quale non possono essere somministrate cure a prescindere dal consenso del paziente. Quel principio, in realtà, era già affermato nel testo di legge (art.4). Ma lo si è ribadito, per levare ogni alibi.
Restano due insidie dalle quali guardarsi. In primo luogo bisogna evitare d’introdurre nella legge formulazioni ambigue che possano successivamente essere utilizzate, in sede d’interpretazione giurisprudenziale, per affermare ciò che è mille miglia lontano dalle intenzioni dei legislatori.
La seconda insidia si chiama invece “politicamente corretto”. E consiste nel farsi convincere dal senso comune di non aver concesso abbastanza, di essere troppo conservatori; di non essere in grado di riconoscere le ragioni degli altri. Sicché, in virtù di questa dinamica, ogni giorno che passa vi è un contatto, una telefonata, insomma un’iniziativa proveniente dalle fila della maggioranza che rende ancora più difficile l’arduo compito del relatore e di quanti stanno cercando di condurre in porto quest’impegno.
Passato l’impatto emotivo per la morte di Eluana, non vorremmo che ci si dimenticasse ciò che in quei giorni era invece chiaro: l’enorme portato culturale della vicenda Englaro. Se, infatti, dovesse passare il concetto per cui vi siano vite più degne di altre d’esser vissute, inevitabilmente saranno i più deboli e indifesi a pagarne le conseguenze; ben prima che vengano a trovarsi in condizioni estreme.
Per questo non serve una legge “purché sia”. E per questo non tutti i compromessi possono essere accettati. Con l’ultima mediazione, quella sul consenso informato, si è esaurito lo spazio della nostra disponibilità di fondo. Resta solo quello del ritocco e del perfezionamento del testo.
A quanti sono in cerca delle ragioni degli altri, un consiglio: non si dimentichino le ragioni di questa legge. Si studi il testo del ddl Calabrò e si cerchi di comprendere quale sforzo di mediazione, quanta umile disponibilità e quante rinunzie vi sono dietro di esso.
