“The Hunger Games” racconta agli adolescenti di un mondo futuro che li divorerà

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“The Hunger Games” racconta agli adolescenti di un mondo futuro che li divorerà

06 Maggio 2012

La storia è vecchia, ma sempre nuova. La troviamo nella mitologia greca.  Il re Minosse fece costruire a Cnosso, sull’isola di Creta, un labirinto, e  vi rinchiuse il Minotauro, mostro nato dall’unione fra sua moglie e un toro. Alle bestia, con ricorrenza annuale, venivano inviati sette ragazzi e sette ragazze di Atene, tributo in carne umana. Il mostro le divorava.  Finché un giorno il supplizio ebbe fine, grazie al coraggio di Teseo e all’ingegno di Arianna, che lo aiutò con un filo per ritrovare la strada di uscita dal labirinto, dove aveva ucciso il Minotauro.

Il romanzo di Suzanne Collins, sceneggiatrice americana, “The Hunger Games”, uscito nel 2008, racconta una storia di fantascienza (la mitologia greca altro non era che la progenitrice della nostra fantascienza), nella quale giovani ragazze e ragazze di dodici distretti di un mondo del futuro schiavizzato (come la vecchia Atene), approdano a Capitol City, città splendente, lussuosa, gaudente e imperiale (come la vecchia Creta), per partecipare a giochi annuali. Giochi non olimpici, ma bestiali. I ragazzi devono scannarsi vicendevolmente. Solo uno di loro, alla fine, resterà vivo, e il premio è meraviglioso. Dalla fame, paura e ristrettezza del distretto, finirà a vivere nel lusso della città dorata. Quindi niente di nuovo sotto il sole. Da Arianna si arriva così, in due mondi parto della fantasia umana, dalla “grande narrazione” del passato remoto al futuro prossimo dell’Occidente, a Katniss (l’attrice Jennifer Lawrence), protagonista di “Hunger Games”, diretto da Gary Ross.

I  romanzi di successo fra gli adolescenti, se trasposti al cinema, difficilmente falliscono. Tale legge (ovviamente non scritta) è stata puntualmente confermata, andando addirittura oltre ogni rosea previsione (in questo fine settimana il film supererà i 400 milioni di dollari di incasso negli Stati Uniti, marciando meglio persino dell’ultimo “Harry Potter”, e non godendo neppure dei benefici del surplus nel prezzo del biglietto garantito dal 3D). Chi ha già letto il libro, guardando il film non deve preoccuparsi: ha solo molte più informazioni per capire cosa è la vita nella Capitol City del futuro. Un dominio della forza bruta, che schiaccia gli individui, sostituisce la democrazia con la tirannia, divide con la spada il mondo in due, straricchi e poveri. Il tempio della luce e quello delle tenebre.

L’eterno ritorno dell’identico: Creta che obbliga Atene a inviargli giovani e innocenti sacrifici umani, con ambientazione spostata nel futuro post-atomico, o post-moderno, o post-americano, o post qualcosa. In più c’è lo spettacolo televisivo. La morte in diretta. Una specie di videogame crudele manipolato dal potere occulto, che mantiene anche con le immagini il consenso. Insomma, per farla breve, è l’ennesima distopia, in salsa adolescenziale. Il film è piacevole e scorrevole. Vola in un batter d’occhio. Gli eroi sono giovani e belli. Sfortunati a finire nel tritacarne: ma hanno sempre l’idea giusta per cavarsela. Due ragazzine, quando sullo schermo è annunciata la fine e si riaccende la luce, rimangono deluse perché nel finale non si capisce niente. Non è proprio così. Non è vero che non si capisce niente. Solo per ragioni di tempo (e di commercio) la storia deve fermarsi lì. Ma vorremmo rassicurarle. La narrazione continua. Suzanne Collins dopo “The Hunger Games” ha proseguito le vicende in altri due romanzi. Un po’ di pazienza. Presto li vedremo sullo schermo.