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Toh! C’è ancora chi rimpiange la (disastrosa) politica estera di Obama

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I diritti umani nella storta politica estera obamiana. “His lengthy Asia trip down to its final days, President Donald Trump once more pushed for equitable trade deals and opted to publicly prioritize strategic interests over human rights, declining to shine a spotlight on the violent drug war overseen by his Philippine host.Trump repeatedly praised Philippine President Rodrigo Duterte, pointedly calling him by his first name, sharing a joke about the media and even complimenting Manila's weather. What he did not do was what many predecessors have done before: highlight human rights abuses while overseas”. Jonathan Lemire and Jill Colvin scrivono per l’Associated press del 13 novembre che Trump nelle Filippine si è molto occupato di commercio corretto ma non di diritti umani avendo dimostrato perdipiù un atteggiamento molto amichevole verso Rodrigo Duterte. Anche Federico Rampini versa una lacrimuccia in ricordo del past president scrivendo sulla Repubblica: “Era poco più di un anno fa: Barack Obama osò esortare l’Uomo Forte delle Filippine a un maggiore rispetto dei diritti umani”. Di fronte a tanta commozione non è male ricordare a che cosa ha portato la politica basata essenzialmente sulla propaganda retorica dei diritti umani invece che su scelte realistiche. La Turchia che era travagliata ma sufficientemente democratica (magari con qualche colpo militare di troppo) è stata sottoposta a duri shock e ora democraticamente vacilla assai; in Libia e in Siria una politica basata essenzialmente sulla “propaganda” dei diritti umani, ha portato a carneficine ora in parte contenute ma che sono state terribili; in Asia due alleati fondamentali degli Stati Uniti  (Thailandia e Filippine) cedono di giorno in giorno all’influenza di Pechino. Strategicamente di fatto è cresciuta solo l’egemonia in Asia della Cina di Xi, forse non proprio il top in fatto di diritti umani, e in Medio Oriente dell’Iran che facendo penzolare da apposite gru chi pratica l’amore diverso, ha messo ripetutamente in chiaro che cosa pensa dei diritti umani. Luigi Cadorna durante tutti gli ultimi anni dell’Ottocento veniva considerato un ottimo generale, però al contrario di Obama non riuscì a trovare un Rampini che lo lodasse dopo Caporetto.

La drammatica notte della superopportunista Merkel. FDP Wolfgang Kubicki. Ai colleghi della CDU ha detto: ‘Ora abbiamo parlato per quattro settimane e siamo a zero, forse a 1 e ora devo andare in TV e dire: è tutto fantastico. Questo è estremamente frustrante per me’”. Così un titolo del Bild on line  del 17 novembre commenta con le parole del vicepresidente dei liberali tedeschi Kubicki la drammatica notte di trattative per formare un governo tra, appunto, la Fdp, la Cdu-Csu e i Verdi. Nella tarda mattinata di venerdì pare si sia trovata una prima intesa (quella che il Bild chiama “la coalizione della paura”) che dovrà essere ratificata dai vari partiti e non porterà a formare un (debole) governo prima della fine di dicembre, metà gennaio. Solo due giorni fa Angela Merkel era ricorsa alla sua solita arma, quella della propaganda demagogica con cui aveva già “fatto fuori” giganti della politica tedesca come Helmut Kohl o alleati divenuti scomodi come Silvio Berlusconi, lanciandosi durante un summit internazionale sull’ambiente a dire: “Climate change is an issue determining our destiny as mankind – it will determine the wellbeing of all of us” quello dei cambiamenti climatici è un tema che riguarda il nostro destino come genere umano, così riferisce Damian Carrington sul Guardian del 15 novembre. Una retorica che serviva a mascherare i quasi impossibili compromessi (poi sembra che una formula ambigua si sia trovata per mascherare punti di vista opposti) tra liberali e verdi su quando porre termine all’uso del carbone in Germania. Già qualche anno fa con un’altra sparata sugli immigrati la Kanzlerin aveva, per guadagnare peso sulla scena interna e internazionale, provocato slittamenti a destra in tutta Europa e contribuito a far deragliare la Turchia, tra lusinghe e incertezze, dai suoi rapporti tradizionali con le democrazie occidentali. Mehreen Khan sul Financial Times riporta il parere di un ex banchiere della Bce che spiega bene il senso della politica merkelliana: “We shouldn’t fooling ourselves – one former eurozone central  banker says - The chancellor masterfully exploited the crisis for own benefit and her party, and along she is around how can you change any of that?”. Dobbiamo smettere di prenderci in giro. La cancelliera ha magistralmente sfruttato la crisi per gli interessi suoi e del suo partito e, finché lei è in circolazione, come si potrà cambiare il corso delle cose? La stagione della propaganda retorica dei buoni sentimenti sta arrivando a un punto morto. Non è chiaro quale sarà la prossima fase ma trovare una nuova via sarà presto una questione ineludibile.

Scalfari corregge Scalfari. “In nessuna democrazia occidentale ci sono due camere elette direttamente” aveva scritto Eugenio Scalfari sulla Repubblica del 12 novembre. Qualche giorno dopo, il 14 novembre, sempre sul quotidiano di Largo Fochetti, scrive: Come è possibile che la sinistra-sinistra non sapesse che tutti i Paesi europei sono monocamerali?”. Qualcuno deve avergli spiegato come funziona il sistema istituzionale americano e deve avergli anche detto che, nonostante Donald Trump, gli Stati Uniti non si possono ancora considerare una dittatura. Bene. Un passo in avanti. Ora si dedichi a esaminare i sistemi di bilanciamento dei poteri negli Stati europei, alcuni dei quali prevedono tra l’altro un assetto monarchico. Magari se si applica, un po’ alla volta potrà dare suggerimenti che non assomiglino ai pasticci propagandistici, che pure sembrano tanto piacergli, fatti approvare da Matteo Renzi e bocciati dal popolo italiano il 4 dicembre del 2016.

Quando si candida Pisapia.“Nel 2010 mi sono candidato a Milano perché non volevo rassegnarmi ad un’altra vittoria della destra” dice Giuliano Pisapia al Corriere della Sera del 12 novembre. E nel 2016 non si è ricandidato a sindaco di Milano perché un’altra volta non voleva rassegnarsi ad un’altra vittoria della destra?

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