Toti Scialoja, l’arte dei versi diversi del senso perso
08 Marzo 2009
Toti Scialoja è uno dei “più importanti pittori della sua generazione” quando, vicino ai sessanta, decide di debuttare come poeta. Siamo nell’anno di grazia 1971, “Amato topino caro” esce per i tipi dell’Einaudi. Apparentemente, una raccolta per piccini; in realtà, lo intuisce prontamente Italo Calvino, “il primo vero esempio italiano” di nonsense.
“Topo, topo,/ senza scopo,/ dopo di te che cosa viene dopo?”. A seguire nelle pagine altri scioglilingua (“Un’oca bianca/ come la biacca/ allunga il becco/ verso ogni stecco/ benché di bacche non capisca un’acca”), accanto a composizioni più articolate (“Due sciacalli giocavano a scacchi/ erano magri come due stecchi/ uno era scettico l’altro era sciocco/ uno pensava: ‘Se attacchi, mi arrocco?’/ l’altro pensava: ‘Se arrocco, mi attacchi?’/ e si scrutavano di sottecchi”), cui vanno aggiunti veri e propri giri di boa, secchi e frenanti, alla stregua di una battuta: “Contro te, povero verme,/ le lagnanze sono eterne”.
Cinque anni dopo, in mezzo “Una vespa!Che spavento”, il salto dai piccoli agli adulti, con tanto di consacrazione da parte di poeti di vaglia, in particolare Antonio Porta, e con l’aggiunta di un convito applauso da parte di quel che resta della cosiddetta neoavanguardia.
In effetti, “La stanza la stizza l’astuzia” è un libro formidabile. Divertente quanto orecchiabile, comunicativo quanto intenso. Taluni passaggi restano indelebili, vedi: “Il sogno segreto/ dei corvi di Orvieto/ è mettere a morte/ i corvi di Orte”; eppoi e ancora: “Cessato il diluvio/ discesi a Le Havre/ in mezzo ai levrieri/ più bianchi che neri/ – almeno mi parve-/ tremanti sul dock…./ mi cadde la chiave/ non fece che: tac!”; eppoi ancora, ancora: “I pesci rossi/ piccoli e grossi/ son tutti rosi/ dalla nevrosi”.
Intanto, il pittore-poeta continua a lavorare sino alla scomparsa nel 1998. Escono vari volumi, crescono i riconoscimenti. Lettori importanti, ad esempio Giorgio Manganelli, tirano in ballo classici di primissima fila da Ugo Foscolo a un Francesco Petrarca che “abbia letto Stevenson”. Altri, è il caso del prefatore del volume “Versi del senso perso” in cui è ora raccolta la produzione scialojana, Paolo Mauri, ricordano la lezione alta di Eliot (“La lepre ha il più crudele dei musi quando morde/ i leggeri lillà sulla radura brulla,/ strappa fiori d’aprile, li ricaccia nel nulla,/ con il labbro che strafa profumato di verde”) senza dimenticare, peraltro, la parodia di certi testi imparati, magari controvoglia, sui banchi di scuola: da Carducci a Novaro.
Toti Scialoja, “Versi del senso perso”, Einaudi, pagine 286, euro 14,50.
