Tra convinzione e responsabilità: ieri in America, oggi in Italia

Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Tra convinzione e responsabilità: ieri in America, oggi in Italia

10 Gennaio 2021

Torniamo ai fondamentali. La politica non è una scienza. E’ un’arte nobile perché richiede di trovare il punto di mediazione tra due etiche che rispondono a logiche differenti: quella della convinzione e quella della responsabilità. La politica senza convinzioni si trasforma in un mero esercizio di opportunismo. La politica senza responsabilità si trasforma in una clava da brandire contro nemici e avversari.

Non è facile individuare di volta in volta il punto di caduta. Ma la competenza, e in particolare la conoscenza della storia, in molti casi possono aiutare. Qualcuno, non a caso, ha sostenuto che la storia è la vera scienza della politica. Non perché le situazioni si presentino mai identiche, o anche solo simili: perché, piuttosto, attingendo dall’archivio di ciò che è accaduto nel passato si possono acquisire dati, sensazioni e sensibilità che, di fronte a una decisione importante, aiutano a non sbagliare (o a sbagliare meno).

Quando l’esercizio di mediazione tra convinzioni e responsabilità riesce, la politica diventa una risorsa perché consente di raggiungere risultati che senza di essa sarebbero stati impossibili.  D’altro canto, se di quella mediazione necessaria non si vuole tener conto, spesso il risultato è una perdita secca, per chi cade in errore ma anche per la comunità nella quale egli agisce.

Fin qui la teoria; quanto è accaduto in America nei giorni scorsi ci consente di verificarla in concreto. Com’è noto, il Presidente uscente Donald Trump ha perso un’elezione che senza la pandemia, e senza tutto ciò che essa ha provocato, con ogni probabilità avrebbe vinto. Ha perso ma non è crollato. Ha ottenuto più voti della tornata nella quale era stato eletto. Soprattutto, il suo partito è giunto a un passo dal controllare il Senato (obiettivo che avrebbe raggiunto conseguendo, con una campagna elettorale meno isterica, anche solo uno dei due seggi in palio nel ballottaggio della Georgia).

Trump, in tal modo, avrebbe potuto condizionare non poco la politica del neo-eletto Biden.  Sarebbe rimasto ben saldo in sella, divenendo un punto di equilibrio tra le pulsioni sempre più estremiste dell’America profonda e il conservatorismo dell’America repubblicana classica. Avrebbe potuto puntare a prendersi una rivincita tra quattro anni.

Era legittimo e persino doveroso per lui presentare ricorsi e chiedere riconteggi. A patto di sapere dove e quando fermarsi. E dopo la decisione della Corte Suprema che non ha ammesso il ricorso del Texas si sarebbe dovuto fermare. Trump invece, smentendo ogni etica della responsabilità, è andato avanti. Per questo è stato percepito dal mondo come un avventuriero. Ha provocato uno sbrego istituzionale sanguinoso. Ha messo il suo partito in una condizione di subalternità. E, alla fine della giostra, è stato pure considerato un traditore da quanti, convocati a Washington, si sono sentiti abbandonati dal capo.

Aggrapparsi alla post-democrazia, ai rischi che starebbe correndo la libertà d’espressione, persino all’atteggiamento dei suoi nemici che hanno soffiato sul fuoco dei disordini, non cambia il quadro. Il fatto dal quale non si sfugge è che Trump, quando ha preso congedo dalla politica e dalla sua logica, ha perso tutto.

Spostiamoci ora dall’America all’Italia, che si trova alla vigilia di una delle più strane crisi di governo della sua storia. Difficile rintracciarne il bandolo. Perché è oggettivamente paradossale – addirittura kafkiano – che si produca una crisi in uno dei momenti più incerti mai vissuti dal Paese: sul fronte della pandemia, dei vaccini e dei fondi europei, solo per fermarsi alle emergenze di giornata.

Quanti come noi, però, hanno sempre considerato questo esecutivo inadeguato al momento storico e alla sfida in atto, da ciò che sta accadendo possono solo essere rafforzati nella loro convinzione. Per questo, non c’è responsabilità al mondo che possa giustificare un soccorso al governo Conte bis. Si tratterebbe di mero opportunismo. Questo governo non è mai stato la nostra tazza di tè, avrebbero detto gli inglesi. A maggior ragione non può diventarlo oggi.

Se poi un irresponsabile cupio dissolvi della maggioranza dovesse condurre veramente alla crisi e questo governo dovesse finire, ciò cambierebbe il quadro politico e tutti dovrebbero comportarsi di conseguenza.

Stiamo ai fatti. Viviamo precariamente in un caleidoscopio di colori cangianti, si continua ad andare avanti al ritmo di cinquecento morti al giorno, c’è un piano vaccinale che ancora deve essere posto sui giusti binari, scontiamo un ritardo nelle proposte di allocazione dei soldi del Recovery che potrebbe comprometterne l’utilizzo. Cos’altro serve, cos’altro deve accadere per varare un governo dal quale nessuno si chiami fuori, mettendo a disposizione ognuno le sue migliori energie e competenze?

Da tanto tempo l’etica della responsabilità avrebbe dovuto imporre questa soluzione: un governo di unità nazionale. E’ nella logica delle cose, oltre che del buon senso. In presenza di una crisi – e senza la difficoltà di scalzare un governo in carica – la proposta si farebbe così banale da riportare alla mente la favola del fanciullo che denuncia quel che tutti vedono ma nessuno ha il coraggio di dire. Tant’è: in questo stato si trova la politica oggi. Urge che qualcuno dica che il re è nudo.