Tra escort e complotti ci stiamo giocando il futuro del bipolarismo
07 Luglio 2009
Sarà colpa dei pettegolezzi su veline ed escort, sarà colpa del dibattito precongressuale del Pd quanto mai sterile, sarà colpa dell’ansia generata dal grande evento G8 nel quale misureremo la caratura internazionale del Paese e del Governo, ma certo è che la fase attuale della politica italiana si presenta non solo estremamente confusa ma in fondo anche noiosa.
Ma se proviamo ad andare oltre la superficie degli eventi, se tentiamo di ricostruire il filo logico che lega le diverse vicende, ci accorgiamo che in realtà quella che si sta giocando in questi giorni è una partita decisiva per il prossimo futuro non solo di noi modesti “cultori della materia” ma di tutti i partecipanti alla comunità nazionale.
A nostro avviso, infatti, lo scontro in atto, del quale i fatti cui assistiamo non sono che semplici epifenomeni, altro non è se non lo scontro forse decisivo su un tratto fondametale del nostro sistema: quel bipolarismo che (per quanto approssimativo ed incerto) si è imposto negli ultimi quindici anni, ma che non è mai stato digerito fino in fondo da alcune delle élites politiche, giornalistiche, sindacali e finanziarie del nostro Paese.
In realtà quello cui assistiamo altro non è che il confronto – scontro fra due concezioni della politica e delle istituzioni che da sempre si sono confrontate nella storia italiana. Da un lato vi sono coloro che non hanno abbandonato il sogno di una paese moderno, con una politica stabilmente strutturata secondo quel modello bipolare che caratterizza le democrazie più avanzate al mondo. Coloro che credono che le istituzioni democratiche debbano rappresentare gli orientamenti del corpo elettorale ma debbano anche essere in grado di tradurre tali orientamenti in coerenti, stabili, rapide ed efficaci decisioni di governo.
Dall’altro lato vi è il nutrito esercito dei cantori della “specificità italiana”. Quella specificità in ragione della quale i più avanzati modelli di democrazia non sarebbero in effetti adatti né adattabili alla realtà italiana ed alle sue peculiarità. In questa visione sarebbe propria del genio italico una politica in grado di fornire rappresentanza istituzionale al tutte le diverse identità presenti nell’opinione pubblica ma non di tradurre tali identità in decisioni democratiche ed in capacità di governo. La semplificazione del sistema politico, l’aumento della sua efficienza e della sua capacità decisionale diventano così delle brutali operazioni di potere, intrise di populismo e venate di autoritarismo.
Naturalmente la scelta fra queste due opzioni dipende in primo luogo dal sistema di valori politici del quale ciascuno è portatore. Ma non basta richiamarsi ai propri valori. Occorre anche svolgere un’attenta lettura dei fenomeni culturali e sociali che attraversano il Paese. Non v’è dubbio che sino a qualche decennio fa la particolare configurazione del nostro sistema politico (proporzionalismo estremo, governi deboli, pratiche consociative, concertazione sindacale esasperata) derivava non solo da una precisa scelta valoriale delle classi dirigenti di allora. Ma occorre riconoscere come alla base di tutto ciò vi sia stato anche un processo storico che aveva generato una società civile nella quale erano fortemente radicate orgogliose identità politiche fiere della propria storia e quindi ciascuna irriducibile a qualunque altra. La storia del Paese aveva causato tale particolare caratteristica: la nascita dello stato nazionale in contrapposizione con lo Stato della Chiesa, l’esperienza del fascismo, la presenza del più forte Partito Comunista di Occidente. Il nostro è cioè uno stato nazionale nato a seguito di due guerre civili combattute nell’arco di ottant’anni e con una terza (quella del “popolo comunista”) incombente per almeno un decennio e non scoppiata solo per vincoli internazionali. Date queste premesse non può meravigliare che ne sia scaturito un sistema nel quale i tratti dominanti sono stati a lungo quello del complesso del tiranno, quello del sospetto e della delegittimazione reciproca, quella dell’interdizione verso chiunque voglia esercitare il (legittimo) potere, quello della lentezza e della debolezza decisionale, quella della consociazione fra gli interessi.
Ma interrogarsi oggi sul futuro del nostro Paese vuol dire in primo luogo domandarsi: quelle caratteristiche che hanno storicamente conformato il nostro sistema politico sono ancora attuali? La rivoluzione bipolare del 1994 è stata una mera parentesi, un impazzimento della storia, o è stata la risposta ad una profonda evoluzione della nostra società. Forse la nostra risposta è condizionata dal nostro sistema di valori (liberali, conservatori, atlantici, europei) che ci ha sempre spinto a desiderare un evoluzione in senso anglosassone. Ma certo a noi appare indubbio che l’evoluzione degli ultimi quindici anni non deriva solo dal genio imprenditoriale di un tycoon prestato alla politica, ma affonda le proprie radici nei caratteri propri della società italiana. Sarà stato il crollo del comunismo, sarà stato lo sbiadimento della memoria del regime fascista, sarà stata la globalizzazione o l’unificazione europea, sarà stato il nuovo corso del Vaticano, sarà più semplicemente stato il passare del tempo che scolora le identità politiche e attenua le differenze ideologiche, ma il Paese è ormai stabilmente entrato nell’età della politica laicizzata, delle democrazie mature e delle istituzioni governanti. Basti pensare ad un solo dato: l’enorme mobilità elettorale che ormai caratterizza anche l’Italia. Storicamente le sconfitte elettorali si misuravano sulla base di ordini di grandezze comprese fra l’1 ed il 2%; oggi abbiamo segretari di partito che rivendicano un successo elettorale perdendo “solo” l’8%, meno di quanto avevano temuto!
Ed è per queste ragioni che alcuni fatti dell’attuale fase politica ci sembrano particolarmente preoccupanti: la candidatura di Bersani (non tanto per Bersani in sé quanto per il coté dalemian-dossettiano che lo sostiene), certe uscite del Presidente Fini, i furibondi attacchi al Presidente del Consiglio. Ma se dovesse prevalere la linea di restaurazione, quella che rimpiange i fasti della “specificità italiana” e denuncia il bipolarismo “coatto” (sic!) come fonte dei problemi del Paese, faremmo un bel passo indietro. Ci ritroveremmo con un sistema politico arcaico, costoso, inefficiente e soprattutto anni luce lontano dalle esigenze di un Paese finalmente divenuto normale. Ma di ciò sarebbe bene che se ne ricordasse anche colui che ha guidato questa rivoluzione e che negli ultimi tempi sembra aver smarrito almeno una parte della sua capacità inventiva e del suo smalto politico.
