Tra le colline del Chianti a dare man forte alla resistenza
11 Aprile 2008
The
day after la manifestazione giungono segnali positivi. Mi chiama al
telefono un alto dignitario della cultura di sinistra. Mi dice il
peggio possibile sul governo per quel che ha fatto per l’università,
anche in questi ultimi giorni. E poi, con sostenuta leggerezza, fa
cadere lì: “Ma al Senato, se in Toscana si vota per il tuo partito, si
vota anche per te?”. Non ha bisogno di una conferma. Per questo, lo
ringrazio direttamente. E’ un buon viatico per la visita al rettorato
di Siena al termine della quale un collaboratore del rettore mi porta
di fronte a una bacheca in cui sono esposti ritagli stampa che
riportano liti furiose tra l’amministrazione e la CGIL. E mi fa:
“Berlusconi dice che siamo un’università rossa. Lo vede come ci
trattano? Glielo dica che qui le cose stanno cambiando”. Lo rassicuro:
questo, appena possibile, non mancherò di dirglielo, veramente!
Finiti
gli incontri in città, si parte lungo i sentieri dei nidi di ragno del
Chianti. In queste colline benedette da Dio e conquistate da un regime
illiberale che tutto pretende di controllare – tranne l’aria che è così
fine da riuscire a sfuggire -, vi sono disseminate alcune persone che
hanno resistito e che continuano la resistenza. In termini di voti non
è gran cosa ma è un impegno morale recarsi da loro, ascoltarne i
problemi, cercare di organizzarne la presenza.
In
programma ci sono tre tappe. La prima è in una trattoria, al limitare
delle provincie di Siena e Firenze. Le persone che incontriamo sono
genuine come il cibo. Dopo la fine della Dc, soltanto ora si stanno
riannodando le fila di un’opposizione appena organizzata. Da uno
scampolo di conversazione comprendo come la determinazione non manchi.
Si parla di caccia, anch’essa utilizzata come arma per estendere il
controllo sociale. E il capotavola butta lì: “quest’anno poi, non solo
le vessazioni, è anche andata male. Di cinghiali se ne sono ammazzati
solo 130”. Gli chiedo se il dato si riferisse a tutto il paese. Mi dice
che è il numero di capi della sua sola squadra. Gli propongo un patto:
ogni cinghiale abbattuto un voto conquistato. Lo accetta. Se lo
rispetterà, la prossima volta si conquista il comune!
Sulla
strada per raggiungere la seconda tappa, nella piana, scorgo un silos
di inusitata altezza e di sicura bruttezza. Chiedo a Renzo che mi
accompagna a cosa serva. Mi dice che avrebbe dovuto essere utilizzato
per conservare dei liofilizzati derivati da un brevetto messo a punto
molti anni addietro. E’ stato finanziato con i soldi del Monte dei
Paschi ma non ha mai funzionato. Così, resta un monumento
all’inutilità: simbolo anch’esso di un regime che si sente tanto forte
da potersi permettere di ostentarlo.
La seconda
riunione dei resistenti si svolge in un frantoio, accanto al quale è
parcheggiato uno dei camper utilizzati dal Popolo della Libertà per
questa campagna. “Non poteva non esserci”, dichiara uno dei presenti.
Gli chiedo perché e mi dice che io sarei il fiduciario del mezzo. Lo
ignoravo e la cosa un po’ mi preoccupa. Il gruppo qui è più organizzato
ma si sente non meno vessato. Mi colpisce l’intervento che m’introduce:
“Senatore, qui viviamo forse anche peggio che nelle trincee!”. C’è
certamente una dose di autocommiserazione ma la potenza dell’esclusione
sociale in queste terre si fa veramente sentire come se gli anni non
fossero trascorsi. Vallo a dire a queste persone che Veltroni sta
voltando pagina. Ti ridono in faccia. La si può mettere come si vuole
ma c’è un dato di realtà del quale chi fa politica da queste parti non
può non tenere conto: per questa regione, in fondo, la scelta è rimasta
quella del ’48. E se si viene su queste colline si tocca con mano
quanto vero ci sia ancora in questa sensazione.
L’ultima
tappa è la più sorprendente. L’appuntamento è al municipio ma per una
via sterrata ci si avvia verso un agriturismo che sorge discreto nel
mezzo del paradiso terrestre. Nella sala da pranzo, una tavola
imbandita, grandi vassoi di formaggi e salumi, vini pregiati e, a capo
tavola, il proprietario vestito di tutto punto con alla sua sinistra un
enorme quanto innocuo molosso. Capisco che è della partita; una sorta
d’eminenza grigia. Il contrasto tra i volti e gli abiti dei commensali
è roba degna della penna di Piero Chiara. Mi chiedo cosa tenga insieme
quei due mondi così distanti, quelle facce così diverse, quel modo così
differente di concepire il vestirsi. Mi rispondo: è l’anticomunismo
esistenziale. Di esistenze certamente diverse che per caso si sono
incrociate su una collina del Chianti.
Il giro si
conclude in Piazza del Campo, dove si chiude la campagna di Siena. Ci
si arriva di corsa. Ma quando si sbuca dalla stradina laterale e ci si
trova al cospetto del Palazzo, il cuore fa un tuffo in se stesso. Si
finisce in bellezza. Aperitivo all’aperto, tanta gente quanta raramente
si era vista prender parte a qualcosa che non fosse di sinistra.
Discorsi brevi e tanta allegria. Qui, insomma, le sensazioni sono
buone. Come mai, forse, lo sono state in passato.
Si
scappa ancora verso Montecatini, dove Alberto La Penna pare abbia messo
a sedere più di 800 persone per la cena di chiusura: più degli elettori
di alcuni dei comuni del Chianti oggi visitati. Sulla strada, però, ci
si ferma a Certaldo per un saluto ad un’altra cena di chiusura. Accade
una cosa per me degna di nota, che in un diario merita un cenno. C’è
tra i presenti anche un sacerdote col quale m’intrattengo brevemente.
Conosce perfettamente l’attività di Magna Carta e ha parole di grande
apprezzamento. Non c’è tempo, però, di approfondire la conversazione
perché Montecatini è distante. La serenità del suo sguardo mi ha
colpito e quando siamo in macchina chiedo notizie a Benedetta Bellini,
che è di queste parti. Mi parla con grande afflato di lui, mi dice il
nome e, soprattutto, il soprannome: il Paf. Mi si spalanca un mondo. E’
l’amico dei quali i miei cugini di Firenze Danae e Natale mi hanno
parlato per tanti anni in termini tali da provocarmi una viva curiosità
di conoscenza. Percepisco qualcosa di speciale nella casualità di
questo fugace incontro. Mi piacerebbe tornare indietro, ma non si può.
A Montecatini si arriva in contenuto ritardo. E’ da qui che il diario
era iniziato. Vuol dire che sta veramente finendo.
