Tra me e Cicchitto c’è chi fa il diavolo e chi l’acqua santa
09 Aprile 2008
La giornata inizia in salita. C’è la conferenza stampa per la presentazione del libro sul Papa alla Sapienza e, in contemporanea, dalla sala Stampa del Vaticano è stato convocato l’incontro per illustrare il viaggio del pontefice negli Stati Uniti. Non possiamo reggere la concorrenza. Dei vaticanisti non si vedrà neppure l’ombra.
L’occasione, in ogni caso, non perde di significato. Un po’ per la bravura di Claudia Passa, l’addetta stampa di Magna Carta, che pur in questa condizioni riesce a raccattare un paio di televisioni, tutte le agenzie e qualche giornalista. Un po’ per la presenza di una trentina di curiosi disposti a ravvivare il dibattito. Un po’, infine, perché gli interventi sono ben assortiti. Ci esibiamo io e Fabrizio Cicchitto che da anni su questi temi ci confrontiamo da posizioni in partenza assai differenti ma che con il passar del tempo si sono fatte sempre più prossime.
Io ritengo questo confronto col mondo laico di fondamentale importanza. Il motivo per il quale ho voluto questo libro è proprio qui. C’è infatti chi – come Micromega che ha curato un fascicolo sul “Papa oscurantista” – vorrebbe “clericalizzare” i problemi posti dalla sfida antropologica, facendo intendere che essi siano il riflesso dell’invadenza cattolica, anzi clericale. Di fronte a questa tendenza la reazione più sbagliata è quella di chiudersi a riccio, rivendicando la competenza esclusiva e trasformando, in tal modo, i cattolici in una sorta d’etnia politica in via d’estinzione. Da qui la rivendicazione dei laici ad avere interesse per quel che dice il Papa, a rivendicare per lui e per la Chiesa la possibilità d’intervenire nel dibattito pubblico senza limiti e senza che per questo sia garantito un pregiudiziale assenso a tutto ciò che egli sostiene.
Su questo aspetto metodologico l’accordo tra Fabrizio e me, non scontato all’inizio, è ora invece fortissimo. Quel che oggi ha stupito persino me è il merito delle posizioni. Alla fine, con uno spettacolare inversione di ruoli, sulla necessità o meno di legiferare sulle materie cosiddette bioetiche Fabrizio ha concluso: “sono pienamente d’accordo con le posizioni di quei cattolici che affermano che meno si legifera meglio è”. Ed io, di rimando: “ho qualche dubbio sulla posizione di questi cattolici, perché credo che la scelta vada fatta caso per caso”. La conclusione ha rafforzato un’intenzione che la campagna elettorale ha solo rinviato: sviluppare su queste tematiche tra noi un dibattito da pubblicare, magari sull’Occidentale, sotto la testata “il diavolo e l’acqua santa”. E senza chiarire a priori, ovviamente, quale ruolo ognuno di noi interpreta. Saranno i lettori, semmai, a determinarlo.
Al termine del matinee, il pomeriggio prevede un giro elettorale nella provincia d’Arezzo con cena finale nel capoluogo alla quale prenderanno parte anche Matteoli e Vito. Una macchina ci scarica al casello di Arezzo dove ci raccatta la Mercedes di Maurizio D’Ettore, coordinatore provinciale calabro-toscano la cui simpatia ed efficacia sono tutte da scoprire. Alcuni indizi mi fanno comprendere che per la campagna elettorale il D’Ettore si è trasferito in macchina. La polvere accumulata sulla carrozzeria, in primo luogo, che denuncia un abuso del veicolo, evidentemente impegnato per chilometri e chilometri sui fangosi tornanti delle valli aretine. Ancor più eloquente risulta però, all’apertura del cofano per sistemare i bagagli, la vista di camicie fresche di bucato appena ritirate dalla lavanderia. Ognuna ha una sua stampella. E Maurizio è attentissimo a che non vengano sgualcite da qualche movimento inconsulto “mi dovranno servire per i prossimi quattro giorni”. Faccio un rapido conto e penso: poi la campagna elettorale finirà e finalmente Maurizio abbandonerà la macchina per tornare a casa.
Mentre ci dirigiamo verso la prima tappa noto che, nonostante la strada piena di curve, il D’Ettore maneggia il telefono come fosse quello di un ufficio. Carpisco qualche scampolo di conversazione e, alla fine, gli chiedo chi era. Con nonchalance mi dice che era un militante il quale aveva sentito che Berlusconi aveva chiesto che le donne pensassero al cibo per i “difensori del voto” impegnati ai seggi e lui, per questo, aveva fatto la spesa e messo la moglie all’opera. Ora aspettava istruzioni! La vicenda mi mette di buon umore, se non fosse per la musica di sottofondo proveniente da una radio che ha l’effetto di amplificare il mio mal di testa. Chiedo spiegazioni sulla scelta musicale. Maurizio mi dice che si tratta di “rock mussulmano” trasmesso da una radio comunista di Arezzo. Lui l’ascolta per non scordarsi di cosa sono capaci i comunisti. Io, che non lo dimentico mai, mi predispongo a subire il supplizio in silenzio.
Sulle onde del rock mussulmano, curva dopo curva, si arriva a Talla, un paese di 1200 anime: il più piccolo che ho visitato in tutta la campagna elettorale. Ha una particolarità e un valore simbolico: è l’unico paese della valle del Casentino amministrato dal centro-destra. Si tratta, insomma, una specie di fort apache da difendere. Incontro il sindaco e tutta la giunta. Mi parlano della loro resistenza di fronte a ogni tipo d’angheria subita dalla provincia e, in particolare, dalla comunità montana. Sono riconoscenti che qualcuno sia salito fin lì per interessarsi dei loro problemi ma fieri, proprio come t’aspetti da gente di montagna.
Si scavalla e si passa in Valdarno a Montevarchi, che al cospetto di Talla è una vera metropoli. C’è da inaugurare una nuova sede. Ma Maurizio, dopo una passeggiata in centro per far visita ai commercianti amici, con una rapida deviazione mi indirizza verso una strada laterale. Mi dice che siamo diretti allo studio professionale della sua ex-moglie, dove ci sono voti da raccogliere. Per un attimo penso: “la campagna elettorale giunge fino nei possedimenti dell’ex-coniuge: questa è una situazione veramente incredibile”. Ma la realtà è tutt’altra. Mi trovo al cospetto di tre serissime professioniste assai piacevoli che, come si dice, “sanno il fatto loro”. E alle quali Maurizio aveva già estorto, in termini elettorali, tutto ciò che loro erano disponibili e convinte di concedere. La visita è dunque solo una cortesia. Serve a Maurizio per farsi perdonare il mancato invito alla cena elettorale che si sarebbe svolta di lì a poco, a causa dell’esaurimento di posti. Uscendo dallo studio gli strappo una promessa: “la prossima volta posso invitarle io?”. Mi dice di si, come se gli avessi risolto un problema di stile.
Il più è fatto. A questo punto della campagna la cena è un rito un po’ consumato. Serve a ribadire e consolidare ciò che si è già ottenuto. Mentre aspetto il mio turno per parlare penso: “altri tre giorni e poi anche Maurizio potrà tornare a casa, riporre le camicie nell’armadio, iniziare ad ascoltare musica decente, invitare le donne dello studio per una cena al lume di candela”. Ma mentre tutto questo accadrà, ci sarà chi sarà ancora in cucina a preparare il cibo per i difensori del voto, perché glielo ha chiesto Berlusconi.
