Tra quote rosa e gender fluid, l’insanabile contraddizione della sinistra radical

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Tra quote rosa e gender fluid, l’insanabile contraddizione della sinistra radical

Tra quote rosa e gender fluid, l’insanabile contraddizione della sinistra radical

02 Agosto 2020

Immaginatevi la scena, surreale ma neanche troppo. E’ il 20 settembre, giorno delle elezioni regionali. L’elettore pugliese si reca al seggio e, grazie alla discesa in campo del governo Conte per decreto, può contribuire alla parità di genere assegnando una doppia preferenza per la carica di consigliere. Una a un candidato uomo, una a un candidato donna.

Si suppone che a livello legale a far fede sia l’anagrafe, mentre l’ignaro votante, non molto al passo coi tempi, in mancanza di conoscenza diretta si affida alla lettura dei nomi: il candidato Marco va in quota azzurra, la candidata Francesca va in quota rosa. Scrive le sue due preferenze sulla scheda e torna a casa convinto di aver fatto il suo dovere di bravo cittadino.

Mettete poi che in sede di spoglio, quando gli scrutatori sono chiamati a verificare che in caso di preferenza plurima l’alternanza di genere sia stata rispettata, si verifichi il colpo di scena. Marco ci ripensa: quel giorno si sente femmina. A meno che non accada che nello stesso istante Francesca si senta maschio, salvando così la parità e la validità della scheda, un bel pasticcio.

A Marco si potrebbe contestare che è troppo tardi, che si è candidato come uomo e come tale deve essere considerato almeno fino a fine consiliatura. Ma, se fosse in vigore la legge sull’omotransfobia in discussione alla Camera e appoggiata dalla maggioranza che sostiene lo stesso governo Conte che ha imposto alla Puglia per decreto il sistema delle quote, l’obiezione sarebbe passibile di finire finanche alla Corte Costituzionale se non alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

La relazione illustrativa della suddetta proposta di legge rubrica infatti l’”identità di genere” fra “gli aspetti della personalità meritevoli di riconoscimento e protezione ai sensi dell’articolo 2 della Costituzione” (dunque fra i diritti inviolabili dell’uomo), e la qualifica come “percezione che una persona ha di sé come rispondente ad un genere, anche se non corrispondente al proprio sesso biologico”. E a quel punto si tratterebbe di scegliere fra il diritto alla parità di genere, che la sinistra ha difeso per decreto, e il diritto all’identità di genere, che si accinge a introdurre per legge. Povero scrutatore!

Chiaramente stiamo giocando sul filo del paradosso. Non distante, tuttavia, dal cortocircuito che si potrebbe innescare svolgendo fino alle loro estreme conseguenze i dettami del politicamente corretto che, cozzando con la realtà, finiscono per entrare in rotta di collisione anche fra essi stessi.

Il fatto è che, quando per ideologia si arriva a rifiutare l’oggettività e a negare il dato di natura, la ragione va a farsi benedire e la contraddizione è dietro l’angolo. Non si tratta di essere “omofobi”, figuriamoci. Anzi. Un conto è rivendicare la libertà di amare una persona del proprio stesso sesso. Altro è negare l’evidenza biologica della persona che nasce con una identità sessuata.

Non è un caso che la più grande controversia sul “gender” sia esplosa in seno alla stessa comunità lgbt, con le lesbiche a rivendicare che la scelta omosessuale presuppone un sesso di appartenenza (si vedano in proposito gli scritti della Rowling, oggetto di un’aggressione senza precedenti) e i trans a chiedere la loro espulsione da uno dei circuiti associativi di comune riferimento. E non è un caso che a scendere in campo contro la teorizzazione della fluidità sessuale siano oggi le femministe, che dopo anni di battaglie per la “parità” vedono gli spazi conquistati messi in discussione da un’ideologia che contesta il presupposto stesso – l’identità sessuale – del loro riconoscimento.

La questione è tutt’altro che di lana caprina, e chiama in causa il fondamento stesso dell’umano. L’ideologia di una libertà assoluta, che si fa diritto esigibile, da rivendicazione di poter “fare” ciò che si vuole è evoluta (sempre che di evoluzione si tratti…) in pretesa di poter “essere” ciò che si vuole, anche se questo essere contrasta con il dato di natura. E quando si arriva a contestare un’evidenza che è inscritta nella natura della persona, a prescindere da qualsiasi convinzione religiosa filosofica o politica, fino a farne un principio legislativo, il mostro giuridico è inevitabilmente dietro l’angolo.

E così se la dittatura del politicamente corretto impone oggi a quel grande movimento radicale di massa che è diventato la sinistra italiana di difendere – a costo di imporlo per decreto – il meccanismo delle quote rosa, le impone allo stesso tempo, pena lo stigma di oscurantismo e l’incriminazione per “omotransfobia”, di arrivare a prevedere la pena carceraria per chi ritenga che la libertà di amare chi si vuole non metta in discussione il fatto che nasciamo uomini e donne e che questa identità sia impressa nel nostro dna.

Come abbiamo cercato di dimostrare con il paradosso iniziale, le due posizioni sono in palese contraddizione. E’ l’esito ineluttabile dell’ideologia che mette in discussione la verità, e la libertà di poterla affermare anche solo come semplice opinione, fino al punto di volerla ammanettare.