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Lo scontro

Tra Washington e Berlino volano stracci

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German Chancellor Angela Merkel (L) and US President Donald Trump speak during a bilateral meeting in Biarritz, south-west France on August 26, 2019, on the third day of the annual G7 Summit. (Photo by Nicholas Kamm / AFP)

Il recente annuncio del governo statunitense di procedere con il rientro di quasi 10.000 dei 35.000 soldati americani stanziati sul suolo tedesco si inserisce nel quadro dei rapporti non idilliaci tra la Germania di Angela Merkel e gli Stati Uniti di Donald Trump.

Tale decisione trova una serie di spiegazioni concrete, e in parte comprensibili, nelle dinamiche interne all’Alleanza Atlantica. Vi è innanzitutto da tenere presente che, rispetto agli anni della guerra fredda, il fronte NATO si è spostato verso oriente, includendo non solo la Polonia ma anche le repubbliche baltiche, orientate in senso fortemente antirusso e sostenitrici di un rafforzamento dell’Alleanza nei confronti di quello che continuano a considerare, senza troppi dubbi, un nemico. Vi è poi l’altrettanto comprensibile posizione degli Stati Uniti, che con Donald Trump hanno posto in modo concreto la richiesta di un maggiore contributo dei paesi europei alla difesa atlantica. Il superamento della vecchia impostazione, secondo cui gli Stati Uniti avrebbero sopperito a tutte le mancanze e alle indisponibilità degli europei, non è stata priva di effetti positivi, sia perché ha posto in modo chiaro il tema della responsabilità nella difesa sia perché ha posto sotto un’altra luce la questione della difesa europea.

Data la natura rivendicativa della politica estera trumpiana, questa decisione è stata presentata in modo fortemente polemico, al punto che diversi commentatori (tra i quali l’ex ambasciatore statunitense a Berlino, il trumpiano di ferro Richard Grenell) hanno spiegato questa decisione dicendo che l’America era oramai stufa di pagare per la difesa di altri paesi, peraltro poco inclini a sostenere e seguire la linea americana.

In realtà, tale decisione si colloca all’interno di una strategia più ampia di riduzione dell’impegno delle truppe americane all’estero, a conferma della presenza, nell’identità politica trumpiana, di una componente isolazionista di vecchio stampo. Nei confronti della Germania (e dell’Europa) questo discorso si arricchisce di elementi aggiuntivi. Germania e Stati Uniti sono infatti in profondo disaccordo su una serie di dossier, da quello sul nucleare iraniano a quello sulle politiche per contrastare il cambiamento climatico.

Le scelte che vengono compiute oggi avranno però un impatto strutturale sul futuro dei rapporti tra Stati Uniti e Germania, anche in caso di una vittoria democratica nelle prossime elezioni presidenziali. Lo scollamento degli Stati Uniti rispetto alla difesa europea, se si confermerà una tendenza strutturale di lungo periodo, produrrà certamente il risultato di spingere gli europei a proseguire più convintamente sulla strada della difesa comunitaria. Rimane però da chiedersi se questa soluzione, che implica una presa d’atto della fine dell’unità ideale dell’Occidente, sia quella preferibile.

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