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Così Berlusconi ha ucciso l'atomo

Tramontata l’ipotesi del nucleare in Italia

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Con nuclearisti così, chi ha bisogno di antinuclearisti? Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha confermato ieri che l'abrogazione delle norme sul nucleare è stato un esercizio di opportunismo strategico: poiché l'incidente di Fukushima “ha spaventato moltissimi cittadini”, “se fossimo andati al referendum, il nucleare non sarebbe stato possibile per molti anni”. Occorre quindi aspettare “uno o due anni” affinché “si possa avere un'opinione pubblica più favorevole”.

Chiunque è libero di interpretare queste parole come crede:come la prova della spregiudicatezza di Berlusconi, della sua abilità di adattarsi plasticamente alla pancia del Paese, del cerchiobottismo nel rapporto coi francesi, del suo essere “il bugiardo più sincero che ci sia” (Indro Montanelli). Sono tutte interpretazioni parzialmente vere che non si escludono a vicenda: accanto a questa verità soggettiva sul premier c'è, però, una certezza oggettiva sull'Italia. Le speranze residue dell'atomo sono ufficialmente tramontate ieri.

Le dichiarazioni del premier chiudono infatti la singolare traiettoria del nucleare. Tra rinvii, retromarce, ambiguità e scivoloni, compresa la costituzione di un'Agenzia di sicurezza ancora oggi priva di sede e di staff, la situazione è precipitata dopo lo tsunami dell'11 marzo.

L'atteggiamento del governo è passato dalla sordità all'incidente giapponese al “non facciamo cazzate, non possiamo mica rischiare le elezioni per il nucleare” di Stefania Prestigiacomo. Poi la moratoria di un anno che si è tramutata nella completa abrogazione delle norme rilevanti quando è stato chiaro che la “pausa di riflessione” non sarebbe bastata a far saltare il referendum. Si arriva così alle incredibili parole di ieri.

Va detto, a molto parziale giustificazione del premier, che la situazione era complessa: bisognava chiudere le ostilità con Parigi, su molti terreni diversi allo stesso tempo (dall'immigrazione ai casi Lactalis-Parmalat ed Edf-Edison). In più Roma doveva dare rassicurazioni riguardo gli impegni presi, sia come Paese sia da parte della principale impresa elettrica, per la realizzazione di “almeno quattro centrali” con tecnologia transalpina.

Ma tutto ciò non può scusare né l'arroganza politica, né la completa sottovalutazione dei messaggi involontariamente inviati al mercato. Un conto, infatti, è prevenire la consultazione popolare (non è chiaro se l'obiettivo fosse davvero il nucleare o il quorum per il legittimo impedimento). Altra cosa è prendere in giro il Paese riproponendo, dopo poco tempo, le stesse norme. Forse è giuridicamente possibile, ma è politicamente sconcio.

Ma c'è un argomento ancora più forte: il costo del nucleare si concentra nell'investimento iniziale. Naturale, quindi, che le aziende siano estremamente sensibili alla stabilità del quadro normativo, perché cambiamenti anche marginali possono fare una differenza enorme. Paesi percepiti come inaffidabili difficilmente possono attrarre investimenti nel nucleare. In appena due anni, non solo l'Italia ha mancato tutte le scadenze che si era data: ha cambiato idea per due volte consecutive su una tecnologia che ha un orizzonte temporale dell'ordine degli 80 anni. Nessuno, semplicemente, si fiderebbe di un Paese così: la sortita del premier non fa che acuire l'immagine di un ceto politico lunatico. Senza contare che itempi del ripensamento - “uno o due anni” secondo il primo ministro - ci spingono vicino o dopo la fine della legislatura, e quindi hanno lo stesso peso politico di una promessa elettorale.

Il capolavoro è stato che, nel tentativo di rassicurare i nostri partner, abbiamo affossato le prospettive del business nucleare. Così l'Italia perde due volte: perde l'opportunità di avviare una riflessione seria sulla sua politica energetica, e perde l'occasione di fare tesoro - assieme all'Europa - degli insegnamenti di Fukushima. Gli italiani sono cinici e possono persino accettare, o almeno subire, il “si fa ma non si dice”. Il “si dice e non si fa”, per favore, risparmiatecelo.

(tratto da Il Secolo XIX)

 

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