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Sonetto

Tu mi chiudi, tu mi paghi. La marsigliese italiana

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Dalle manifestazioni di protesta dei disperati operatori economici di Napoli, Roma e altre città, “strozzati” dai provvedimenti del governo privi di ogni strategia logica sanitaria ed economica emergono, quale novella marsigliese, le rivendicazioni di quella parte di popolo su cui l’esecutivo vuol far ricadere il peso economico della pandemia.

Naturalmente le truppe ascare dell’informazione di regime optano per una tesi “riduzionistica” finalizzata a consegnare tali proteste quasi esclusivamente al mondo dell’eversione e della criminalità organizzata.
Il tentativo di addossare i costi economici delle crisi alla parte del popolo elettoralmente avversa non è nuova.

Alcuni giorni fa ci è pervenuto, in forma anonima, il testo di un sonetto di un poeta romanesco (di stile probabilmente tra Belli e Trilussa) che, per curiosa coincidenza, tratta non solo di una pestilenza ma anche delle strategie del potere politico dell’epoca: assai simili per contenuto, struttura ed ipocrisia a quelle attuali.

Per afferrarne bene il contenuto, per i non romani, è necessario un piccolo glossario:

1 – Conte. La Roma papale è sempre stata dominio di “Principi o Papi”. Gli altri titoli nobiliari, soprattutto quello di Conte, venivano utilizzati, spesso in forma ironica, per indicare maschere da ridicolizzare (esempio per tutti il Conte Tacchia).

2 – Don Falcuccio è un personaggio della tradizione popolare romanesca che indica colui che ricco o minente finisce talmente in miseria da doversi coprire le pudenda con le mani non avendo più neanche le mutande.
L’insegnamento popolare è quello quindi di evitare di finire come “Don Falcuccio” e cioè con “una mano davanti e l’altra di dietro”.

3 – La Roma dell’epoca non possedeva bar, ristoranti o trattorie ma tutto veniva genericamente inglobato nel termine “osterie”.

Ed ora ai lettori il giudizio.

I carzoni der Conte

Er popolo itajano in preda ar morbo
e alla ricerca der tampone
spera ner Conte Giuseppino suo politico padrone.
Ma er Conte come vide er morbo in ner pitale
cominciò a storce…e a masticalla male.
E disse ar fido Ciambellano:
“la cosa è grave…paramose er culo noi coi carzoni…e l’artri? Co’ le mano”
Che don Falcuccio nun è morto invano.
Che cazzo famo?
E’ mejo la prudenza… cor conforto de la scienza e de la religgione all’occorrenza.
Io ciò n’idea: chiudemo l’osterie…fanculo l’oste.
E ‘a morale qual è?
Che pe’ noantri ‘sti governanti
so’ sempre bravi a fa’ li froci cor culo dell’artri.

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