Turchia e Siria ovvero can che abbaia non morde

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Turchia e Siria ovvero can che abbaia non morde

18 Agosto 2011

Dopo ripetuti appelli di Ankara al presidente siriano Bashar al-Assad affinchè mettesse fine alle violenze che si protraggono da mesi contro i civili, il ministro degli esteri turco pone un ultimatum a Damasco. “Questa è la nostra ultima parola: vogliamo che le operazioni militari in Siria si fermino immediatamente e senza condizioni”. E’ con queste insolite dichiarazioni che il fautore delle straordinarie serie di successi internazionali della Turchia negli ultimi anni, Ahmet Davutoglu, in una conferenza stampa ad Ankara, bacchetta l’ex-alleato Bashar al-Assad avanzando nuovi interrogativi sul futuro della rivoluzione siriana e dello stesso regime di Damasco, pur non specificando quali conseguenze potrebbero derivarne.

Infatti, se da una parte la posizione turca nei confronti della crisi in Siria fino ad ora ha rispecchiato lo stesso atteggiamento pragmatico degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, con delle condanne politiche che lasciavano uno spiraglio di legittimità internazionale alla famiglia degli Al-Assad per permettergli di iniziare delle riforme costituzionali, il monito del ministro degli esteri di Ankara potrebbe aprire nuovi scenari nella regione. Tali dichiarazioni infatti, sono il risultato finale di una serie di incontri tra il ministro degli esteri Davutoglu e il presidente siriano Bashar al-Assad e tra vertici formali tra il Presidente Obama, il primo ministro di Turchia Recep Tayyip Erdogan e re Abdullah dell’Arabia saudita. La disponibilità internazionale a temporeggiare, e la natura delle sanzioni da adottare nei confronti di Damasco dipendevano tutte dall’accettazione da parte del regime di attuare cambiamenti radicali nella struttura di potere di un paese che resta tra i più autoritari di tutta la regione mediorientale.

L’atteggiamento del governo siriano dal canto suo è stato quello di lasciar cadere nel vuoto tali avvertimenti e insistendo con il dichiarare che non si tratta di una ribellione popolare contro il regime ma di una ribellione di islamisti armati e finanziati dall’estero. Agli occhi di molti analisti internazionali le continue visite di Davutoglu in Siria non hanno che rafforzato la credibilità del governo siriano proprio nel momento in cui Stati Uniti, alcuni paesi europei ed altre nazioni occidentali stavano cercando di isolare e rendere sempre meno legittimata la leadership degli Assad. Le orecchie da mercante dei siriani e la continua escalation militare nella repressione contro i civili hanno imbarazzato non poco i funzionari turchi che hanno visto messa in discussione la propria influenza politica sul paese e sbeffeggiate le proprie richieste di abbassare il livello di violenza.

L’attuale situazione di stallo in cui si trova la comunità internazionale nei confronti della Siria, l’aperto sostegno militare iraniano al regime siriano, e le disastrose conseguenze che potrebbero verificarsi in caso di destabilizzazione del paese, pongono numerosi interrogativi su come possa risolversi la crisi siriana. La recente dichiarazione di Davutoglu, autore del libro Profondità Strategica  e della famosa teoria Zero Problemi con i vicini, può rivelare un cambiamento di rotta nella gestione della politica estera da parte dell’Akp e di Erdogan, indicando una volontà mai nascosta della Turchia di elevarsi a modello politico islamico regionale che difende i diritti fondamentali delle masse arabe e ne tutela le libertà umane.

Tuttavia lo scontro non si gioca solo sul tema dei diritti civili e umanitari ma abbraccia un maggiore spettro di interessi geostrategici che vedono contrapposte due visioni differenti dell’Islam e due interessi diversi per la Siria: la Turchia secolarista di Erdogan e l’Iran conservatore di Ahmadinejad si battono per il controllo della regione e dei cuori degli arabi, e Damasco potrebbe essere solo un primo passo verso un più ampio scontro, forse non solo culturale e politico, nella regione. La crescente presenza militare dell’Iran sul suolo siriano, la recente dichiarazione dell’avvio della costruzione di una base aereonautica e navale a Latakia, la progressiva influenza iraniana in Libano tramite Hezbollah, hanno allarmato non poco Ankara e il dispiegamento di militari e mezzi blindati al confine unito al progressivo deterioramento dell’atteggiamento del governo turco nei confronti di Assad, potrebbe non essere solo retorica.

Mai, dalla creazione della Repubblica di Turchia in poi, la politica interna della nazione anatolica era stata dominata in senso così assoluto da un partito di governo. Con la debaclè dei militari alle istituzioni civili, le possibilità per un esecutivo di rendere operativa la propria agenda politica si moltiplicano, e i ricordi gloriosi dei fasti del passato imperiale ottomano potrebbero riemergere in maniera esplosiva. Nello stesso tempo, però, proprio i militari potrebbero tirare un "colpo gobbo" ad Erdogan se decidesse di andare fino in fondo con gli Assad, per ripagarlo delle "attenzioni" degli ultimi anni.

In un momento di congiuntura economica mondiale negativa, il crollo degli importanti investimenti israeliani nel settore energetico e turistico, e una progressiva diffidenza occidentale nei confronti dell’operato dell’AKP, per la Turchia potrebbe non essere un azzardo politico intervenire militarmente per salvare un popolo schiacciato dalla sete di potere di un dittatore privo di scrupoli. Un operazione militare porterebbe indubbi vantaggi ad Ankara; nello stesso tempo si assicurerebbe un nuovo mercato per i propri prodotti e sottrarrebbe un pezzo di Mediterraneo ai Pasdaran iraniani. Il tutto con la gratitudine di Usa e Ue.

Tuttavia la situazione sul terreno potrebbe non rispecchiare gli stessi vantaggi politici. Come il potente apparato militare di Ankara, esercito che nella NATO è secondo solo agli Stati Uniti, può facilmente e in maniera rapida sfaldare militarmente il regime di Assad e a controllare fisicamente intere parti del paese specialmente al nord, così si potrebbe anche assistere ad una lunga e sanguinosa guerriglia manovrata ed armata dall’ Iran e organizzata da cellule siriane e libanesi di Hezbollah.

La destabilizzazione forzata del paese porterebbe velocemente ad una crisi umanitaria; un ulteriore esodo di centinaia di migliaia di profughi dalle principali città verso il confine turco e quello libanese non sarebbe uno scenario lontano. Le già permeabili frontiere con l’Iraq e il Libano diventerebbero un corridoio aperto per le unità speciali iraniane e di Hezbollah nonché di innumerevoli gruppuscoli in cerca di business e jihad contro il doppiamente infedele governo turco, inoltre, la frontiera con Israele nel territorio conteso delle alture del Golan potrebbe essere usata da movimenti armati palestinesi come testa di ponte per attaccare lo Stato ebraico destabilizzando ulteriormente il paese. 

Nonostante tutto questo, gli equilibri geostrategici non sarebbero ancora irrimediabilmente compromessi. La possibile riuscita di una campagna militare della Turchia in Siria dipenderebbe ancora in maniera fondamentale dalla volontà dei governi del Libano e dell’Iraq di un cambio di potere a Damasco. In realtà, in almeno uno di questi paesi, vi sono alleati fidati del regime di Assad. Lo è sicuramente la milizia sciita filo-siriana e filo-iraniana di Hezbollah, che opera in Libano e che nella Siria degli Assad ha l’unica finestra di terra che lo unisce al potente protettore iraniano. In Iraq, il debole e sempre vacillante governo di Al-Maliki, vedrebbe nella caduta del regime un estremo pericolo per la stabilità interna del proprio paese soprattutto in relazione ad un nuova ondata di violenza interconfessionale. La caduta di Damasco suonerebbe per Bagdad anche come campanello di allarme per un possibile risveglio del potente esercito del Mahdi di Muqtada al-Sadr, su richiesta di Teheran.

In conclusione, per la Turchia, un possibile intervento armato in Siria porterebbe indubbi vantaggi politici ed economici in termini di credibilità e influenza a livello internazionale tuttavia, i costi militari di questa campagna non si limiterebbero più alla Siria ma all’intera regione.