Tutta l’America Latina ce l’ha con i “gringos” (e con Obama)

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Tutta l’America Latina ce l’ha con i “gringos” (e con Obama)

18 Dicembre 2008

“Monroe si rivolterebbe nella tomba”, ha commentato la direttrice del programma Latino America al Consiglio Relazioni estere di Washington, nonché autrice del libro Friendly Fire: Losing Friends and Making Enemies in the Anti-American Century. Appunto, dedicato al modo in cui gli Stati Uniti hanno “perso amici” nel “secolo anti-americano”, e al modo in cui dagli ex-alleati starebbe piovendo “fuoco amico”.

“Gli Stati Uniti ormai non comandano più qui, adesso che viene un nuovo presidente degli Stati Uniti è utile che dal Sud parliamo con una sola voce e esigiamo rispetto”, ha detto il presidente venezuelano Hugo Chávez. I “quattro vertici in uno”  che in poche ore hanno visto avvicendarsi in Brasile i leader di summit latino-americano per Integrazione e Sviluppo, Mercosur, Unasur e Gruppo di Rio, in effetti hanno provocato una sorta di rovesciamento della decisione di Punta del Este in Uruguay con cui, il 31 gennaio del 1962, i Paesi dell’Organizzazione degli Stati Americani (Osa) avevano deciso di escludere Cuba. Adesso, non solo Cuba è stata ammessa nel Gruppo di Rio, ma in pratica si è assistito allo spettacolo della riunione di tutti i Paesi latino-americani senza gli Stati Uniti. E nel momento in cui tra l’altro molti di questi Paesi stabiliscono contatti sempre più importanti non solo con Paesi in concorrenza diretta con gli Usa, come ad esempio Russia o Cina; ma anche con membri del cosiddetto “Asse del Male”, in particolare l’Iran.

Cattiva immagine di George W. Bush a parte, e a parte pure la crisi che indebolisce la leadership economica degli Usa e la fase di transizione con Obama che tocca la leadership politica, continua tuttora la spinta a sinistra che negli ultimi turni elettorali latino-americani ha portato al potere governi più o meno conflittuali con gli Stati Uniti: anche se c’è evidentemente gran differenza tra un Lula che alterna le polemiche agli accordi sul bioetanolo direttamente con George W. Bush da una parte, e le guerre degli ambasciatori in cui si sono impelagati il venezuelano Chávez e il boliviano Morales dall’altra.

È vero che risultati amministrativi e sondaggi dimostrano che un fisiologico riflusso verso destra è già iniziato tra Cile, Brasile, Uruguay e lo stesso Venezuela. Ma prima che possano vedersene i primi risultati è presumibile che per lo meno un’altra amministrazione più o meno radicale si insedierà nell’El Salvador, con la quasi certa vittoria del candidato del Fronte Farabundo Martí alle presidenziali di marzo. D’altra parte, in questo momento le incognite della linea di Barack Obama stanno creando allarme anche in amministrazioni di centro-destra, come quelle di Messico e Colombia; o in quella di una sinistra più risolutamente anti-chavista, come il Perù. Insomma, in questo momento ce l’hanno con i gringos praticamente tutti.

È però proprio in concomitanza con il ritiro degli Usa dall’area e con l’ondata di nazionalismo populista che le relazioni  tra i Paesi latino-americani invece di migliorare hanno peggiorato: perfino tra governi in teoria dello stesso segno ideologico. E non è che l’ultima kermesse brasiliana abbia in realtà migliorato le cose. Certo: nel Gruppo di Rio, Cuba è diventato il 23esimo membro, accanto ai 18 Paesi iberoamericani canonici, agli anglofoni Guyana e Belize, al francofono Haiti e alla rappresentanza collettiva della Comunità del Caribe Caricom. Ma quello è un organismo simbolico di pura consultazione, non molto più incisivo del Consiglio d’Europa.

Certo c’è l’Unasur, recente organizzazione dei soli Stati sudamericani ma estesa al Suriname, che con la partenza del Consiglio di Difesa Sudamericano ha fatto un passo importante: ma lontano è ancora l’obiettivo di una “Nato sudamericana”. E se poi il presidente ecuadoriano Rafael Correa ha tanto sbraitato per arrivare finalmente alla costruzione di un sistema finanziario regionale imperniato su un “Banco del Sur” e un Fondo di Riserva, è anche perché come lì per tutti i progetti di Chávez sono state più le chiacchiere che i fatti concreti. Non si sa se per forzare infine i partner, ma Correa si è appunto presentato al megavertice dopo aver annunciato il non pagamento degli interessi per due bond in scadenza, malgrado di soldi ne avesse in effetti in quantità:  30,6 milioni di dollari di interessi che avrebbe dovuto pagare venerdì 12, altri 30,4 in scadenza lunedì 15, contro i 5,3 miliardi di riserve valutarie del Paese.

Correa ha fatto dichiarare da una Commissione la "illegittimità" dei prestiti: il primo default “ideologico” della storia! Poiché però i bond venezuelani e argentini erano collegati a quelli ecuadoriani, adesso la moratoria rischia di trascinare anche Chávez e Cristiana Kirchner. Senza contare che è stato considerato illegittimo anche un credito di un imprenditore brasiliano noto finanziatore di Lula: con il che, anche le relazioni tra Quito e Brasilia sono divenute conflittuali.

Ma il quadro più eloquente è stato quello del Mercosur che, tra tutte le istituzioni di integrazione latino-americane, dovrebbe essere quella più avanzata, e che poteva dotarsi della tariffa doganale comune che l’avrebbe infine “promossa” da semplice zona di libero scambio ad area di integrazione vera e propria. Non solo non c’è riuscita, ma non è stata neanche in grado di eleggere a segretario l’ex-presidente argentino Néstor Kirchner. Motivo: i veti dell’Uruguay, che ha anch’esso un governo di sinistra, ma che è in rotta con Buenos Aires per una cartiera al confine che gli argentini considerano inquinante, da cui boicottaggi che dal 2006 Montevideo ha denunciato come lesivi del Trattato istitutivo del Mercosur. Insomma, Monroe si rivolta nella tomba; ma non è che i sepolcri di Simón Bolívar e di José de San Martín siano tanto più tranquilli.