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Tutti gli uomini del viceministro

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Il “caso Visco” (per brevità chiamiamolo così) ha riportato un semplice economista, poco avvezzo alla politica e ai suoi intrighi, agli oltre tre lustri passati nella “Washington-che-può” e lo hanno indotto a riprendere in mano un paperback ingiallito “All the President’s Men” (“Tutti gli uomini del Presidente”) di Carl Bernstein e Bod Wooward, edizione Warner Book, pubblicato nel 1975 e comprato ad un prezzo di copertina di $ 3 dollari e 50 cents. E’ il libro che racconta il “caso Watergate” che portò alle dimissioni di Richard Nixon al termine di un drammatico discorso alla Nazione l’8 agosto 1974.

Quale è il nesso? Nixon è stato costretto a lasciare la Casa Bianca e i suoi più stretti collaboratori sono finiti in galera non perché avessero scassato nottetempo un ufficio elettorale del Partito Democratico (nel giugno 1972) al fine di carpire segreti sulla strategia elettorale dell’opposizione ma perché, venuti successivamente a conoscenza del maldestro scasso, avessero cercato di coprirlo in modo ancora più goffo (e registrando su nastro magnetico tutte le loro conversazioni). E’ venuta alla luce una Casa Bianca da operetta che, però, mentiva al Parlamento e ostruiva la giustizia – su una vicenda, tutto sommato, di portata limitata.

Nel “caso Visco”, invece, per quel che si capisce (ma si può avere compreso male) tutti gli uomini del Vice Ministro hanno eretto una barriera blindata per evitare di andare al Parlamento e correre il rischio di mentire alle Camere e ostruire la giustizia a proposito di una vicenda che non sembrerebbe avere portata limitata se risultassero provate pressioni su un altissimo ufficiale (il cui giuramento di fedeltà è alla Patria non agli inquilini pro-tempore di questo o quel Palazzo).

Quale che sia il merito della questione – spetta al Parlamento (e forse alla magistratura) appurare chi ha torto e chi ha ragione, chi ha detto il vero e chi ha mentito, evitare il confronto con le Camere vuol dire disconoscere il principio di base della democrazia parlamentare: quello in base al quale lo scettro appartiene, in ultima istanza al Parlamento. L’economista del Mit Avinash Dixit (in odore di Premio Nobel) vede in questo stile di governo (che può essere qualificato extra-parlamentare, in seno rigorosamente etimologico), un degrado e della democrazia e del potenziale sviluppo economico, sociale e politico.

Tre altri casi possono essere citati, tra i tanti degli ultimi mesi. In primo luogo, quello, denunciato da Michele Vietti, secondo cui la riforma del diritto fallimentare – su cui ha sudato più di una legislatura – venga inopinatamente inserita nel cosiddetto decreto “mille proroghe” tra i provvedimenti da modificare con decreto legislativo (ossia ottenendo solamente un parere dalle Commissioni Parlamentari). Qualsiasi riforma può essere modificata; anzi, deve esserlo se non più al passo con le esigenze. Tuttavia, pare difficile arguire che ciò avvenga soltanto dopo mesi dal varo di una legge (specialmente se ci sono stati anni di dibattiti per giungere al testo in vigore). Pare ancora più arduo – ove non contrario alla Costituzione – utilizzare uno strumento d’urgenza (tale da escludere il Parlamento da un esame approfondito) invece della via del disegno di legge.<%2Fp>

In secondo luogo, la riforma della previdenza. E’ argomento difficilissimo anche in quanto, se si intende modificare la normativa del 2004 prima che entrino in vigore alcuni suoi aspetti (specialmente quelli dei requisiti per le pensioni di anzianità), il Governo avrebbe dovuto dare da tempo al Parlamento il proprio indirizzo tramite un pertinente disegno di legge. Invece, dopo il richiamo fatto dal Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi sull’esigenza di farla al più presto, sembra essere tornati agli “accordi inter-confederali” della fine degli Anni 60, “accordi” che venivano presi al di fuori delle aule parlamentari e che Camera e Senato venivano chiamati a ratificare frettolosamente. Un economista non certo vicino al centro destra (ma a lungo collaboratore de “Il Manifesto”) come Augusto Graziani ha individuato in tale prassi le radici dello sfascio della finanza pubblica e dell’Everest di debito pubblico che blocca lo sviluppo dell’Italia.

In terzo luogo, il riassetto della formazione per le pubbliche amministrazioni e statali e locali. Si possono avere i punti di vista più differenti sui meriti e sui demeriti del sistema attuale. Senza dubbio, però, in un Paese normale la riforma avrebbe richiesto un disegno di legge ed un forte coinvolgimento degli stakeholder  (dirigenti e funzionari pubblici, innanzitutto) nella sua preparazione, nonché un approfondito esame da parte del Parlamento. Il riassetto è stato invece affidato a un regolamento basato su alcuni commi introdotti, all’ultimo momento nella legge finanziaria, e nei cui confronti alcune Regioni hanno già fatto ricorso alla Corte Costituzionale. Ad aggiungere beffa (al Parlamento) al danno (agli italiani) a p.5 della bozza di regolamento messa sul sito web di un’associazione culturale di sinistra si afferma a tutto tondo che la strada scelta non è corretta sotto il profilo della tecnica legislativa, ma è stata presa per evitare lungaggini parlamentari e rischio di bocciatura in Senato.

Quindi, il “caso Visco” (quale che siano i meriti e i demeriti di tutti gli uomini del Vice Ministro) è solo la punta di un iceberg. Più massiccio e più eloquenti degli innumerevoli voti di fiducia richiesti dall’Esecutivo in pochi mesi. Se tanto illustra il modo di pensare e di fare del Partito Democratico del futuro, il soggetto politico nascituro dovrebbe già pensare a trovarsi un nome più consono. Gli italiani lo hanno già detto, chiaro e forte, alle elezioni amministrative.

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