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Tutti i rischi del pregiudizio antitedesco

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Prima tutti politologi, poi tutti virologi, poi tutti economisti: adesso sembra il momento dei “germanologi”. Assistiamo infatti allo sbocciare di esperti di storia tedesca, di culture germaniche e così via. Il meglio lo hanno dato poi quelli che pretendono di spiegare la linea negoziale tenuta da Berlino facendo leva sulla natura particolare delle popolazioni che abitano le brumose lande tedesche.

Questi strali, che di scientifico hanno ben poco e denotano anche una conoscenza non diretta di quelle “lande”, sono però indicativi di un rigurgito di antigermanesimo mai sopito che caratterizza l’Italia da oltre un secolo e che affonda le sue radici nella Grande Guerra (con alcune premesse che risalgono alla seconda metà dell’Ottocento).

Al di là del dato storico, quello che oggi conta è che attaccare la Germania non è solo comodo, ma è anche conveniente. È comodo perché sfrutta temi e stereotipi già collaudati: un po’ come quelle barzellette stracche che però un sorriso comunque lo strappano, così le bordate antitedesche si tirano sempre dietro il consenso di qualcuno. È anche comodo perché fornisce un argomento all’anti-europeismo, in quanto identifica un soggetto dominante nell’Unione Europea portatore di una linea lesiva degli interessi italiani. Attaccare la Germania è poi conveniente perché dà, soprattutto in ambito politico, l’impressione che chi leva la propria voce rompa un tabu. Da qui la tendenza trasversale agli esponenti politici a lanciare il sasso facendo il più rumore possibile, effetto facilmente raggiungibile utilizzando in chiave strumentale la storia tedesca.

Però, visto che di storia di parla, allora si può anche riprendere un bel passaggio di uno che lo storico lo ha fatto davvero, Gaetano Salvemini, secondo il quale “una delle droghe, con cui più facilmente si fabbricano i pretesti, è la storia, che dà ragione a tutti. Non c’è paese, che nel suo passato non abbia avuto motivi più o meno grandi di liti e di rancori con altri paesi. Quando si vuole suscitare una lite, è facile rivolgersi alla storia, e trarne un avvenimento, un attrito, un dissidio passato…”.

Che la linea tedesca sia corretta e pagante è tutto da dimostrare. La ritrosia merkeliana a seguire una linea più ambiziosa per il rilancio europeo è spiegabile guardando alla situazione interna alla Germania e alle dinamiche del consenso interno (sia a livello di paese che di partito). Al contempo, però, sono da monitorare i tormenti di una cancelliera che comprende i rischi di una politica troppo cauta, tormenti che non scalfiggono minimamente le mentalità da Kleinstaat di austriaci e olandesi e che invece sono propri di quei paesi che sentono una responsabilità più ampia. Ad Angela Merkel si può obiettare che, nel momento attuale, anche il tempo è un fattore determinante e che, in assenza di un’operazione credibilità targata EU, si ingenereranno fratture ancor più profonde di quelle che già lacerano l’Unione. Ma questo basta dirlo, senza ricorrere all’aneddotica o a teorie circa la presunta natura “particolare” dei tedeschi.

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1 COMMENT

  1. In realtà, il problema dell’Europa non sono i tedeschi, ma solo il fatto che abbiano “spedito” a capo del loro governo una persona “formatasi”, culturalmente e, quindi, politicamente sotto il governo comunista dell’allora DDR. Sono sempre stato interessato al dissenso nell’Unione Sovietica, e nei suoi “satelliti” est-europei. Ricordo il dissidente russo Aleksandr I. Solzhenitzyn, il ceco Vaclav Havel, il polacco Lech Walesa, ed altri ancora; ma non ho mai sentito parlare di una “dissidente” tedesco-orientale Angela Merkel.

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