Un accordo “eversivo”: la Bonino ora esca dal governo

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Un accordo “eversivo”: la Bonino ora esca dal governo

20 Luglio 2007

Prodi Romano sigla l’accordo sulle pensioni con i sindacati e il parlamento lo apprende solo dalle notizie di stampa. La dimostrazione di subalternità alla logica corporativa è inaccettabile, ma ancora più grave è che lo stesso premier definisca l’accordo “immodificabile”, tanto dal Consiglio dei Ministri quanto dal Parlamento. Nel metodo, insomma, siamo prossimi all’eversione dell’ordine costituzionale, con l’esproprio della sovranità del Parlamento e del Governo e la consegna dell’iniziativa legislativa al sindacato (che per bocca di Angeletti intima al premier di mettere la fiducia). Fin qui il metodo. 

Il merito
Nel merito, l’unico dato certo che scaturisce dall’accordo notturno è l’abolizione dello scalone e la rinuncia alla revisione dei coefficienti:il costo dell’operazione è di circa 1 miliardo di euro all’anno per i primi 10 anni. Insomma, un unicum mondiale: tutti i paesi ad economia avanzata (e, parallelamente, demograficamente maturi) sono da tempo impegnati nella riduzione del trend di spesa previdenziale, attraverso riforme sostanziali dei loro sistemi pensionistici e innalzamenti dell’età pensionabile necessari a compensare l’aumento dell’aspettativa di vita. Solo in Italia aumenta la spesa previdenziale.

E’ assai probabile, in verità, che la spesa sia ancora maggiore, non fosse altro che per l’impennata di pensionamenti inevitabilmente provocata da questa sarabanda di proposte, dichiarazioni e diktat. Né è consolatorio ascoltare le dichiarazioni di chi già oggi annuncia che la copertura finanziaria del provvedimento, oltre che da discutibili e incerti risparmi di spesa permessi dalla fusione degli enti previdenziali, avverrà grazie all’aumento dei contributi dei lavoratori parasubordinati. Con la scusante della “necessità” di permettere ai giovani di accumulare più contributi per la futura pensione, si imporrà alle aziende un ulteriore aggravio del costo del lavoro. Tanto più che quei soldi non sono risorse sottratte alle aziende (la quale cosa sarebbe già di per sé negativa), ma sono parte del salario dei lavoratori. Il tutto nel paese che detiene il record dei contributi previdenziali.

Ma al di là delle importanti considerazioni di copertura finanziaria, è inutile accapigliarsi sulle quote o sulle technicalities dell’intesa, perché alla radice della questione c’è la mancanza di credibilità dell’accordo stesso. Come confidare nella veridicità degli “scalini” programmati (quota 95 del luglio 2009, quota 96 del 2001 e, forse, quota 97 dal 2013) quando a stabilirli è un governo che è intervenuto, solo per ragioni politiche ed ideologiche, sulla legislazione recente? E’ assai probabile che nel prossimo futuro, dai sindacati e della sinistra massimalista, si leverà una rinnovata richiesta di abolizione o di ammorbidimento, con la stessa demagogia mostrata in questi mesi.

Vincitori e vinti
Questo accordo colpisce (simbolicamente e sostanzialmente) l’interesse delle generazioni pi%C3