Un blitz Nato avrebbe fatto comodo a chi vuole scalzare l’Eni in Libia

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Un blitz Nato avrebbe fatto comodo a chi vuole scalzare l’Eni in Libia

01 Marzo 2011

La situazione in Libia non è ancora chiara, ma la catastrofe che era stata annunciata non ci sarà. E cadono, una dopo l’altra , le critiche al governo Berlusconi sul Trattato con la Libia dell’agosto del  2008, in relazione al fatto che in esso è contenuto un impegno dell’Italia a non effettuare azioni militari contro la Libia.

Si è erroneamente affermato da parte dell’opposizione che si trattava di una vergognosa concessione a favore di Gheddafi, mentre si dimenticava , volutamente, che tale dichiarazione aveva il compito di chiudere il contenzioso storico dell’epoca coloniale in cui l’Italia aveva conquistato la Libia e represso con la forza le rivolte nazionali . Quell’epoca è finita per sempre ed ora l’Italia è amica del popolo libico. Questo voleva dire e vuol dire tale impegno. Attorno al 20-25 febbraio di quest’anno erano emerse indiscrezioni circa un possibile intervento armato degli Usa, della Francia e del Regno Unito in Libia, per rovesciare il regime di Gheddafi ed autorevoli giornali italiani  avevano insinuato che questo trattato avrebbe impedito all’Italia di fornire le basi militari per tale attacco e comunque avrebbe comportato, un ruolo di secondo piano, rispetto alla nuova iniziativa internazionale. In realtà ciò era falso, perché ove fosse stata necessaria un’azione militare, essa non poteva essere affidata alla Nato.

Doveva essere affidata alle Nazioni Unite, sulla base di una sua risoluzione . E tale azione si sarebbe configurata come una missione di pace a tutela del popolo. Quindi essa non sarebbe stata incompatibile con l’impegno italiano a non attaccare la Libia. E un simile intervento, da parte delle Nazioni Unite non sarebbe stato attuato da forze militari europee o statunitensi, ma da forze africane, in quanto l’epoca del colonialismo è finita non solo per l’Italia ma per tutto il mondo occidentale. Ciò posto, comunque, occorre notare che un’azione di forza anglo americana e forse francese avrebbe potuto far comodo alle compagnie petrolifere multinazionali di questi Stati, che hanno interesse a ridimensionare il ruolo dell’Eni in Libia. L’opposizione in Italia non arretra di fronte a nulla, quando si tratta di colpire Berlusconi . Essa quindi non ha collaborato con il governo per l’emergenza libica, per difendere gli interessi economici nazionali e quelli della nostra sicurezza energetica.

Ma nel rapido volgere degli avvenimenti, la linea del centro sinistra, dei finiani e di centristi vari, basata sulla tesi dell’inadeguatezza della nostra politica estera sulla questione libica per “l’errore del  trattato di amicizia”che Silvio Berlusconi ha concluso nell’agosto 2008,  si è dissolta  mostrando tutta la propria inconsistenza. Infatti ora a Bengasi è stato costituito il Consiglio nazionale libico col compito di sostenere le legittime aspirazioni democratiche delle popolazioni della Libia . Esso, di fatto, è il governo della Cirenaica e si configura come l’incubatore del futuro potere democratico in Libia. L’Unione Europea sta pertanto avviando i suoi contatti con tale governo e il ministro degli esteri Frattini, nel quadro di tale iniziativa, gli sta offrendo la nostra collaborazione. Le Nazioni Unite hanno decretato le sanzioni , ma non alla Libia, come qualcuno erroneamente pretendeva, bensì a Gheddafi ed al suo gruppo, e il procuratore della Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja ha avviato un esame preliminare sulle violenze contro i dimostranti. Il commissario europeo per l’energia Guenther Ottinger ha spiegato che Gheddafi non controlla più i campi petroliferi E non controlla quasi nessuna altra parte della Libia, eccetto Tripoli, in cui si è asserragliato.

Gheddafi, di fatto, non è più il capo del governo della Libia, quindi non è più la controparte legittima del trattato di amicizia e cooperazione italo-libico, mentre il Consiglio nazionale libico, per sua esplicita scelta non si presenta ancora come governo transitorio. Ne consegue che il trattato di amicizia e collaborazione italo libico è al momento sospeso, ma potrà tornare rilevante per la futura Libia , libera dal dittatore. Ma il Consiglio nazionale libico ha anche dichiarato che non desidera alcun intervento militare esterno per risolvere i problemi libici .

Basterà il popolo della Libia a risolverli nella sua ricerca della libertà e della democrazia. Siamo di fronte a una rivoluzione democratica, con la ricerca delle libertà politiche ed economiche, che va rispettata . Il nostro impegno anti-colonialista a non intervenire militarmente in Libia collima con la politica del Consiglio nazionale libico!

Nel frattempo è importante che l’Italia adotti ogni iniziativa umanitaria, per fronteggiare- il più possibile in Africa – i problemi che si pongono, per il periodo della transizione, anche in relazione a possibili movimenti migratori di profughi. La questione del flusso di immigrati africani dalle coste libiche, ovviamente, si pone in modo diverso. Ma è anche essa una questione umanitaria, dato il modo come queste persone che sperano di emigrare sono trattate dai contrabbandieri di carne umana che speculano sulla loro pelle. Occorre allacciare con il Consiglio nazionale libico un rapporto di collaborazione, per contenere nei porti libici un’immigrazione in massa verso l’Italia, con modalità come quelle del trattato.

E’ un interesse reciproco, perché solo così la Libia può evitare di essere attraversata da ondate di sbandati , alla mercé  di contrabbandieri di africani che non hanno titolo legale ed economico alla nostra ospitalità. La rivisitazione del programma economico e culturale italo-libico è fondamentale, per la cooperazione e per lo sviluppo della nuova Libia, nel quadro dei rapporti fra Unione europea  e paesi del Mediterraneo, stabiliti nel 1995 con la Conferenza di Barcellona. In essa  vennero delineati gli “Accordi di Partnenariato Euro-Mediterraneo”, fra Unione Europea e 12 paesi della sponda sud del Mediterraneo, detti paesi MED: Algeria, Cipro, Egitto, Giordania, Israele, Libano, Malta, Marocco, Siria, Tunisia, Turchia ed Autorità Palestinese.

La Libia, in quanto stato dittatoriale sospetto di terrorismo e soggetto a embargo non ne faceva parte. L’intesa prevede la creazione di un’area euro-mediterranea di libero scambio, che comporta la caduta delle barriere doganali e la liberalizzazione del commercio dei prodotti industriali. L’implementazione di tale partenariato deve essere raggiunta attraverso accordi bilaterali fra l’Ue ed i singoli paesi MED. Alcuni di questi accordi sono stati già siglati, altri sono in fase di sviluppo. Fra i contenuti del programma, l’Unione si impegna a favorire il processo di modernizzazione e di ristrutturazione produttiva che i paesi MED devono affrontare, offrendo loro un supporto finanziario. 

Fra l’Italia e la Libia, che si avvia alla democrazia, è possibile ed auspicabile un patto di programma che può entrare a far parte di questi accordi di Barcellona. E a ciò può servire di base il programma del Trattato dell’agosto 2008 che non è  un accordo personale  di Berlusconi con Gheddafi ma fra l’Italia e il popolo libico. Tanto è vero che in esso c’è una clausola del valore di 5 miliardi di dollari : una cifra che l’Italia si impegna a versare in più anni alla Libia come indennizzo, economico ma anche morale, per le repressioni esercitate dallo Stato italiano, in particolare nell’epoca fascista, nei riguardi della popolazione libica. Il piano delineato in questo trattato che stava cominciando a realizzarsi – e quindi è un fatto concreto, non un prodotto diplomatico di carta – è essenziale per dare alla Libia una prospettiva futura positiva, quando l’attuale situazione di emergenza sarà giunta a conclusione, speriamo senza ulteriori spargimenti di sangue, soprattutto della popolazione.

E nel piano c’è la collaborazione in campo archeologico, per i grandi tesori che la Libia custodisce e che vanno recuperati, tutelati e valorizzati e quella fra istituti universitari e di ricerca . Il programma, inoltre, prevede anche  la promozione di progetti di trasferimento di tecnologie, la collaborazione nei settori delle opere infrastrutturali, dell’aviazione civile, delle costruzioni navali, del turismo, dell’ambiente, dell’agricoltura e della zootecnia, delle biotecnologie, della pesca e dell’acquacoltura . Si può forse affermare che un programma di cooperazione che pone al suo centro questi valori è un atto politico superficiale di un leader, Silvio Berlusconi, che avrebbe preteso di fare la politica estera sulla mera base di rapporti personali , come si è potuto leggere nei giorni scorsi da parte anche di autorevoli commentatori ?  

Nel programma c’ è anche lo sviluppo degli investimenti diretti e la costituzione di società miste, nello spirito degli accordi Euromed di partenariato.  Ciò ha dato luogo a impieghi di capitale libico in istituti finanziari in Italia che hanno fatto molto comodo quando le banche avevano bisogno di ricapitalizzarsi . Altrettanto e anche più importante l’articolo 18 che prevede il rafforzamento del partenariato nel settore energetico. Il riferimento al ruolo dell’Eni in Libia nell’esplorazione dei giacimenti di petrolio e gas è evidente. Forse è meno noto che la Libia senza questi nuovi investimenti ha un’offerta petrolifera in declino. Il nuovo  governo che verrà a Tripoli avrà interesse a questa collaborazione . Aggiungo per chi parla senza essersi documentato, che il trattato prevede l’impegno a fare del Mediterraneo una zona priva di armi di distruzione di massa .

Lunedì una petroliera con un carico di centomila tonnellate di petrolio estratto dai pozzi libici è partita da Tobruk, nel territorio della Libia  sotto il controllo del Consiglio nazionale libico. E’ una rondine che potrebbe fare primavera  sulla nuova Libia. Frattanto noi occidentali, cerchiamo di essere meno razzisti e di capire che anche un popolo africano costituito di tante diverse realtà geografiche e con radici  in tante diverse tribù, può trovare, in sé stesso e nella propria classe dirigente l’amore per la libertà, che  conduce alla democrazia e all’economia di mercato.

Quella società in cui ciascuno, cittadino non suddito, è attore dello sviluppo economico della sua famiglia e della nazione. Il risorgimento non è solo una storia italiana.