Un confronto sulla crisi e due crisi a confronto

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Un confronto sulla crisi e due crisi a confronto

12 Novembre 2009

Un confronto sulla crisi e due crisi (quella del ’29 e quella del 2008) a confronto. Nel 2008, anno nefasto per l’economia mondiale, da una condizione di indifferenza il mondo intero ha compreso, nell’arco di 12 mesi, quanto siano volatili i mercati finanziari e quanto sia grave la crisi ancora in atto. Ma per capire cosa sia accaduto dallo scorso anno in poi nell’economia globalizzata, è necessario partire dalla crisi del ’29 (che non nasce negli Usa ma in Europa) perché molti processi innescati in quel periodo si leggono nei fatti di oggi.

Così, quando uno storico dell’economia come Giulio Sapelli (attualmente insegna Storia Economica ed Economia politica presso l’Università degli Studi di Milano) e un analista politico e giornalista di alto livello come Lodovico Festa si incontrano, si interrogano, si “esaminano” a vicenda in 172 pagine di pura analisi economica e politica il risultato è un fermo immagine sulla storia di questa crisi e poi sull’Italia e le sue crisi, partendo dal presupposto che il mercato capitalistico ha meccanismi, regole e modelli ma è stato costruito da soggetti umani: nazioni, classi, partiti e singole persone. Attori e autori della storia economica di questo Paese, che attraverso le loro azioni sono i veri protagonisti dei “capitalismi”.

In quattro conversazioni Sapelli e Festa sfatano luoghi comuni e guardano alle dinamiche dei mercati senza negare i fallimenti del mercato stesso quando questi si accompagnano ai disastri causati dallo Stato e dalla politica. Il peso della politica nell’economia e le dinamiche dei mercati: è questo il cuore del libro. E’ da lì che si dipana il ragionamento e il tentativo di dare una risposta – mai scontata – su cosa sia accaduto nell’economia statunitense e di riflesso nell’Italia, di cui gli autori analizzano il tessuto capitalistico attraverso alcuni dei suoi principali attori come Eni, Fiat, Olivetti e Pirelli, cercando di comprendere (e farci comprendere) la fase attuale attraverso un dialogo sui temi più caldi del momento, sullo sviluppo italiano, la nostra economia pubblica e il bancocentrismo.

Sapelli e Festa toccano con disinvoltura la storia, "punzecchiandosi" a vicenda e tenendo alta l’attenzione del lettore su temi ostici – resi fruibili in ogni passaggio a un pubblico vasto e non solo settoriale – e si pongono una serie infinita di domande, a ognuna delle quali segue un’analisi puntuale e precisa. “Capitalismi, crisi globale ed economia italiana, 1929-2009” (Boroli Editore, €14) ci ricorda come gli Stati Uniti – a differenza del Vecchio Continente – abbiano saputo evitare che l’“intervento statale” coincidesse con la “proprietà statale” ma prima ancora ci spiegano come “keynesismo” non faccia automaticamente rima con “statalismo”; danno di nuovo voce a un economista che a loro avviso è stato poco ascoltato, Hyman Minsky, secondo cui le industrie che producono tanti profitti per un lungo periodo non tendono a investire più nell’industria che dà rendimenti a lungo termine ma nella rendita finanziaria, generando così instabilità e privilegiando prodotti "pericolosi" (i mutui subprime, per esempio). Sottolineano poi gli elementi degenerativi connessi a quello che gli autori definiscono “colpo di stato dei manager”, considerato matrice dei fenomeni di “stockoptionismo” e “shortermismo”, a loro volta catalogati come acceleratori decisivi dei fattori dinamici della crisi.

Poi l’11 settembre, le responsabilità degli economisti, il Fondo monetario, il protezionismo e il bancocentrismo. Questo libro è presentato ai lettori come una chiacchierata informale iniziata nel 2007 e continuata nel 2008 e 2009 nella quale Sapelli e Festa non lesinano critiche alle prime mosse dell’amministrazione Obama e si chiedono (e ci spiegano) perché il problema dei rapporti con la Cina non riguardi solo il commercio internazionale.

E lo sviluppo italiano? Partendo dal presupposto che il nostro sistema è caratterizzato dall’assenza di adeguati grandi gruppi industriali ma, al contrario, è vitale grazie alla presenza di imprese di dimensioni ridotte, gli autori si chiedono quanto la mancanza di un ruolo nazionale della borghesia durante il Risorgimento ha inciso sulle caratteristiche oligarchiche del nostro sviluppo economico. E’ mancata una guida, una classe dirigente adeguata a superare le criticità. E quando c’è da radiografare la capacità di reazione dell’Italia alla crisi, il referto è chiaro: ce la stiamo cavando relativamente bene. Ma c’è un “ma”: riguarda le tendenze alla decadenza, che sono altra cosa rispetto al declino. “Procede una tendenza alla ristrutturazione delle nostre imprese medie (ma anche con clamorose novità nelle grandi imprese come per esempio la Fiat e l’Eni) – spiegano nell’ultimo capitolo – Per quel che riguarda complessivamente l’Italia si può parlare di tendenze alla decadenza (delle istituzioni, delle infrastrutture) ma non di declino perché la struttura positiva dà segni di grande recupero”. Insomma, prevale la fase di trasformazione su quella di declino, anche se quest’ultimo, avvertono “non è del tutto scongiurato”. E se poi siamo in deficit di aumenti di produttività “questo è dovuto più al sistema che non alle imprese che potrebbero un’altra volta salvarci”, sentenziano gli autori.

L’originalità delle riflessioni, la curiosità e il coraggio nell’analisi di diversi modelli da parte di  Sapelli e Festa viene fuori soprattutto in quest’ultima parte. Quando fa capolino un settore economico “trattato un po’ sommariamente da media e studiosi e che rappresenta invece una realtà di tutto rispetto” (le società cooperative, di volontariato e delle onlus) o quando si parla delle municipalizzate, che hanno visto crescere il loro ruolo nella realtà italiana, oppure, ancora, quando sotto la lente finisce il nostro sistema bancario con le sue peculiari caratteristiche, i suoi pregi e i suoi difetti. In Italia, si evidenza, c’è un problema di opacità nella governante dei nostri Istituti di credito: “Il sistema non trasparente determinato da Enti con compiti imprecisi porta non solo a conflitti di interesse tra gli amministratori e la banca ma anche a meccanismi raffinati di controllo dei ‘soci fondazioni’ i cui amministratori, per vedersi confermato il mandato, hanno bisogno di offrire all’ente locale, che in modo spesso contorto li nomina, dei dividendi” Da questa esigenza nascono i rapporti opachi e la necessità di cambiamento. Anche la voce di Bankitalia, al riguardo, potrebbe definire le linee di un cambio di rotta sempre più urgente? Forse.