Una Prima della Scala a cliché rovesciati
12 Dicembre 2019
di Cominius
“Sono conservatore in un paese in cui non c’è nulla da conservare”.
La sconsolata provocazione di Leo Longanesi, che fotografava le difficoltà di posizionamento della destra in un paese così segnato dal trasformismo e dalla scarsa linearità delle opzioni politico-culturali, non ha perso il suo smalto.
Anzi, al netto della coloritura paradossale che lo avvolge, l’aforisma sembra acquistare sempre maggiore profondità e (tristemente) verosimiglianza: se vogliamo essere disincantati fino in fondo, aggiungiamo pure che in questo paese i conservatori non si preoccupano nemmeno di conservare sé stessi.
Prendiamo la Prima della Scala per Sant’Ambrogio: un evento emblematico, da sempre caro alla borghesia milanese, contrassegnato da uno stile elegante, da presenze istituzionali, da immancabili passerelle; fondamentalmente un grande evento musicale -targato Milano bene in tutto e per tutto, ma con al centro il genere più caro agli italiani, la lirica – seguito ogni anno da immancabili discussioni sulla regia, sui cantanti, sull’opera scelta.
Quest’anno – su questo i commenti sono unanimi- dal punto di vista scenico e musicale tutto è andato molto bene per Tosca, un capolavoro pucciniano straordinariamente amato e popolare (e chi non ha mai canticchiato Lucevan le stelle o Vissi d’arte alzi la mano).
Ma su altri piani c’è stata una forte incrinatura, che ha finito col prevalere nelle polemiche del giorno dopo: quella bella borghesia ben vestita, nella serata-simbolo della milanesità, peraltro da sempre contestata e vilipesa dalla piazza di sinistra, si è rivolta verso il Presidente Mattarella, al centro del palco reale, con un applauso lungo e insistito, durato qualche minuto. Intenzionalmente? Probabile. Provocatoriamente, forse. Sia come si sia, la cosa è stata letta come il sostegno caloroso a un simbolo di resistenza, al presunto oppositore della deriva autoritaria del leghismo salviniano. Se ci aggiungi che era presente anche la senatrice Liliana Segre, capisci come in un baleno l’ermeneutica dell’antifascismo abbia celebrato pienamente i suoi fasti retorici.
A niente è valsa la solennità dell’inno nazionale e la compostezza commossa con cui è stato ascoltato, a niente la solenne postura delle autorità sul palco reale, a niente il fatto che alla fin fine mai come in queste circostanze cerimoniali le repubbliche sono costrette a somigliare alle monarchie.
Mentre il problema della sinistra è stato quello di cooptare nel filmone quotidiano della resistenza antifascista e sardinesca un pacchetto di immagini e circostanze che possiamo sommariamente considerare “di destra”, tutta la vis polemica della destra -che a più di un osservatore è parsa mutuata dalla sinistra anni 70 e intesa ad eccitare l’invidia sociale con afflato egualitarista – è stata rivolta contro il prezzo del biglietto, i vestiti eleganti, le élite barricate nel teatro a celebrare rituali autoreferenziali mente fuori i poveracci raccolgono gli avanzi della spazzatura… E così via.
A dirla tutta, Cominius è un po’ sconfortato dal quadro complessivo di una guerra a base di cliché rovesciati, ma è preoccupato soprattutto della metà campo in cui si riconosce, dove registra una indistinguibilità crescente dei conservatori e dei loro argomenti rispetto a parole d’ordine che una volta erano patrimonio della sinistra, e a volte pure di quella più urlata.
Andiamo velocemente molto oltre Longanesi, insomma, e dobbiamo chiedere aiuto al grande Montale, parafrasandolo: mentre il libeccio della storia sferza le nostre mura, la bussola va impazzita all’avventura. E per la verità è difficile tenere anche un solo capo del filo.
