Home News Una proposta: collaboriamo sull’emergenza e stop ai temi oggi superflui e divisivi (come la legge Zan)

Empirici e "teologi"

Una proposta: collaboriamo sull’emergenza e stop ai temi oggi superflui e divisivi (come la legge Zan)

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Ormai dovremmo averlo compreso: col virus dobbiamo convivere e – vaccino o no – questa storia ce la porteremo avanti ancora per mesi. Alla fine, quando se ne uscirà – perché prima o poi se ne uscirà -, guardando dietro ci si accorgerà che il Paese ha comunque attraversato la prova più dura: avremo perso decine di migliaia di vite, avremo pagato un prezzo molto alto in umanità, avremo da gestire un debito mostruoso e non è detto che ci ritroveremo le risorse per ripartire. Nel frattempo, infatti, quelle risorse potremmo essere stati costretti a impegnarle.

Si dirà: non è una realtà che riguarderà solo l’Italia. E’ vero, è assai probabile che sarà così ed egoisticamente c’è quasi da sperarlo. Ogni mattina, per prima cosa, leggo un quotidiano francese, uno inglese e uno spagnolo e mi rendo conto che nessuno ha ricette in tasca, né per l’oggi né per il domani. Ovunque è stato affrontato un salto nel buio. Si è andati incontro a una realtà sconosciuta, della quale s’ignorano gli sviluppi possibili e soprattutto i tempi. Aggiungo solo che l’Italia, più di ogni altro grande Paese europeo, è andata di fronte alla crisi con un governo inadeguato: una squadra allestita per fare la “serie B” che si trova improvvisamente, e indipendentemente dalla sua volontà, a giocare la Coppa dei Campioni.

In una situazione del genere si dovrebbe far ricorso a tutte le riserve del buon senso: avere la forza di ponderare bene le situazioni e di applicare quindi un metodo sperimentale per correggere errori inevitabili senza che questo crei disorientamento e dia l’impressione dell’improvvisazione. Bisognerebbe, insomma, applicare un metodo empirico.

Qui viene il problema. Il fatto è che l’uomo è un’animale adattabile: è disponibile a rivedere le sue abitudini se costretto ma è del tutto refrattario a mettere in discussione la propria mentalità. Quella non la cambi neppure sotto le bombe. E in Italia, nell’eterno scontro tra “empirci” e “teologi”, in politica sono stati quasi sempre questi ultimi a prevalere. Per questo la destra reazionaria è sempre stata più forte di quella conservatrice; per questo la sinistra massimalista ha sempre prevalso su quella riformatrice. Soprattutto, questa è la ragione per la quale spesso e volentieri si sono verificate migrazioni di consensi tra i due campi estremi.

Anche di fronte all’attuale crisi sanitaria la “teologia” sta prevalendo sull’empiria. Ce ne si accorge dai piccoli come dai grandi fatti con i quali la politica ci chiama a confrontarci. Alcuni esempi? Iniziamo dai minori. Anche in Parlamento vige il distanziamento: non per tutti c’è posto in aula e alcuni rappresentanti del popolo sono relegati nelle tribune o nei deambulatori che corrono paralleli all’emiciclo. Questa collocazione fa sì che quando si procede con il voto per alzata di mano, coloro che si trovano in ubicazioni che il Presidente non può scorgere dal suo scranno, possono anche alzare tutto il braccio ma non vengono visti. Il buon senso, oltre che il rispetto per quanti occupano quelle postazioni svantaggiate, vorrebbe che il voto sia sempre elettronico. Ma quando ho provato ad avanzare questa semplice istanza, mi sono sentito rispondere dalla presidenza di turno che il regolamento non lo prevede e che bisogna farne apposita richiesta: la teologia, insomma, porta a ignorare la realtà delle cose.

Lo stesso riflesso di fondo si scorge nella decisione del sindaco Raggi di confermare per la giornata di oggi la “domenica ecologica” e impedire così la circolazione di circa il 90 per cento dei veicoli. Se si fosse proceduto con empirico buon senso si sarebbe immediatamente compreso che era meglio lasciar perdere: Roma è pressoché deserta anche prima delle sei del pomeriggio; bar e ristoranti “resistono” come d’autunno sugli alberi le foglie e ogni giorno si abbassa definitivamente un’altra saracinesca. Per carità, non sarà una giornata a far precipitare la crisi, ma perché questo supplizio supplementare quando l’inquinamento è destinato naturalmente a diminuire “per cause di forza maggiore”?

Infine, una situazione più seria: i virologi (e simili) e la pandemia. Non è più sopportabile continuare ad ascoltarli in televisione, ognuno con la sua opposta convinzione – della serie “il virus non c’è più” o “i prossimi mesi saranno una catastrofe” – quando ormai si è compreso che nessuno di loro ci prende, che la realtà è diversa dalle loro sentenze e che il problema è sempre più, invece, dare una mano a un sistema sanitario allo stremo. E che dire poi di quei tanti spettatori che virologi non sono e che sono diventati tifosi accaniti degli uni o degli altri sulla base di simpatie o, al più, di impressioni?

A proposito di medici e di medicina: di fronte ai casi della Calabria o della Basilicata – regioni che con pochissimi positivi e pochi ricoveri in terapia intensiva sono state classificate in “zona rossa” o “zona arancione” per manifesta inefficienza del sistema sanitario -, è ancora possibile continuare a disquisire del Mes in termini ideologici? O sarebbe più saggio ammettere – sebbene controvoglia – che quei soldi, empiricamente, ci servono maledettamente e subito per salvare vite umane?

Questa realtà del pensiero, dai piani bassi della lotta politica si riflette fino alle massime istituzioni rappresentative. Qui troviamo oggi una maggioranza che si dice disponibile a condividere la crisi salvo poi limitarsi a qualche telefonata di cortesia, e un’opposizione che, per non compromettersi, si trincera dietro formule “gli accordi si fanno in Parlamento”, quando sa benissimo che nella realtà odierna in Parlamento al più si fa qualche discorso demagogico rivolto al Paese.

Un empirista dell’opposizione si permette, a questo punto, di avanzare una modesta proposta adeguata ai tempi: lo schieramento che contrasta l’attuale maggioranza dovrebbe, tutto insieme, dare la propria disponibilità a condividere, sedendo allo stesso tavolo del governo, i provvedimenti che riguardano l’emergenza nazionale e, in cambio, dovrebbe chiedere una moratoria su tutto ciò che oggi prescinde dall’emergenza e crea divisione.

E’ semplicemente surreale che, mentre si devono inventare soluzioni per “scavallare” il Natale provando a limitare i danni, nelle aule parlamentari ci si divida, ad esempio, sulla “legge Zan” che per alcuni dovrebbe combattere l’omofobia e per altri – compreso il sottoscritto – consiste invece nell’introduzione di insopportabili reati d’opinione e nella lesione della certezza del diritto. Quel tema può attendere. Sennò vorrebbe dire che gli empiristi, disponibili a rimboccarsi le maniche di fronte all’emergenza, avranno ancora una volta perso la partita nei confronti dei “teologi” che neppure nell’ora della difficoltà si saranno dimostrati disposti a smettere di giocare con le proprie idee.

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