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Alla ricerca dell'oste perduto

Una rubrica contro tutte le prese per i “fornelli”

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Estote parati. L’avviso è doveroso. Nella nuova edizione della domenica del nostro giornale, dalla prossima settimana, ma con cadenza aritmica, troverà spazio “Alla ricerca dell’oste perduto”, una rubrica di argomento enogastronomico. Vi domanderete quale ragione vi sia di diramare particolari avvisi al riguardo: di rubriche analoghe ce ne sono in abbondanza su quotidiani e periodici, per tacere della vasta pubblicistica specializzata.

Questo è verissimo: vi è tuttavia una non secondaria motivazione per mettere in guardia l’ignaro lettore: l’assoluta incompetenza tecnica di chi scrive. E’ di questo che occorre dare avviso.

Il mio mestiere principale è occuparmi di previdenza, assicurazioni e consulenza aziendale. Ho anche a che fare, a vario titolo, con diverse istituzioni culturali, ma, certamente, non ho alcuna cognizione né di enologia (sono tutt’al più un po’ beone) né di gastronomia (sono tutt’al più un po’ mangione). Profitto, tuttavia, della benevola ospitalità de “L’Occidentale”, per provare a diffondere e condividere alcune idee di fondo. Idee sempliciotte, da povero utente.

Dopo oltre quarant’anni di costanti frequentazioni di trattorie e ristoranti, modesti o più o meno lussuosi, mi sono convinto del dovere di dire “basta!” alle troppe e diffuse prese per i fondelli (rectius: per i fornelli), non raramente accompagnate da prezzi insensati e, comunque, affatto ingiustificati.

Mi sono stufato di enormi piatti, dalle forme stravaganti, con microscopiche porzioni di cibi imbellettati, le cui materie prime sono ormai inintellegibili. Desidero condurre una lotta intransigente alla rucola (da batteria) messa dovunque, agli aceti pseudo balsamici, ai vini malamente o inutilmente barricati, con etichette recanti farneticanti proclami autoelogiativi (qua e là anche dalla sintassi zoppicante).

Ho gran voglia di (tornare a) gustare sapori netti e precisi. Desidero bere vino che sappia di vino e non di canterani di noce o doghe per pavimento. Mi sono stancato di un servizio non raramente sussiegoso, talora del tutto incompetente (è incredibile come, a volte, sia stappata una bottiglia o vengano messi e tolti i piatti e le posate) e - diciamo la verità - spesso sostanzialmente affanculista.

L’obiettivo, quindi, è di segnalare alcuni locali dove - a mio personalissimo avviso - si riesce a ”stare bene”, fornendo al palato sapori autentici, bevendo buoni vini (sottoposti ad un ricarico corretto), che accompagnino piatti “onestamente” preparati da uno chef, che si consideri un cuoco al vostro servizio e non già una sdegnosa vestale dell’arte gastronomica o un dono divino all’umanità sofferente.

Insomma, il tentativo è di scoprire se ancora vi sono osti d’un tempo perduto, che sappiano ricercare buone materie prime e cucinarle  per quel che sono,  con gioia degli avventori.

La ricerca è, quindi, in positivo. Quando tuttavia accadrà di imbattersi in qualche locale che veramente superi il tasso di tollerabilità, ebbene, una stroncatura non potrà mancare.

L’aiuto e i suggerimenti di lettori volenterosi sono i benvenuti.

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