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Una storia del liberalismo che non convince

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Il titolo del libro di David Harvey, A Brief History of Neoliberalism, è diventato in italiano Breve storia del neoliberismo (Il Saggiatore, Milano, 2007): il lettore è spinto a chiedersi le ragioni di questa trasformazione. Dal momento che la traduzione (di Pietro Meneghelli) è eccellente, non può trattarsi di una svista. Il testo di Harvey parla di tutte quelle politiche economiche che nel corso degli ultimi decenni hanno spostato l’asse dal pubblico al privato, minato il potere dei sindacati e smantellato pezzo dopo pezzo il sistema del welfare state.

Da noi questo complesso di misure di deregolamentazione va sotto il nome di liberismo, e di neoliberismo quando si vuole sottolineare la ripresa attuale di una politica economica codificata e già sperimentata in passato. D’altra parte, con il termine liberal si è soliti indicare nel settore dei partiti politici e delle ideologie quella tendenza progressista, avanzata, inclusiva, che si contrappone alla tendenza conservatrice. Sotto i termini apparentementi univoci di liberalismo, neoliberalismo, liberale, liberismo, neoliberismo, si nasconde in effetti un intrico complesso di significati.

Nel mondo anglosassone ciò che noi identifichiamo con liberismo non ha un termine specifico per definirsi, e si traduce piuttosto con l’espressione free market oppure con il termine neoliberalism, poco utilizzato invece da noi nella traduzione letterale neoliberalismo. Per contro, se dal sostantivo si passa all’aggettivo liberal, il significato si trasforma ancora e non coincide affatto con il termine liberalism: mentre questo indica la teoria e la pratica dei principi liberali classici, il primo indica atteggiamenti, ideali e programmi che in italiano sono coperti piuttosto dal termine progressista. Quando gli anglosassoni usano il termine neoliberalism vogliono indicare quindi la ripresa novecentesca del liberalismo nella versione che noi definiremmo neoliberista.

Ci sono alcune date chiave utili a periodizzare le politiche neoliberiste qui prese in esame: l’elezione nel 1979 di Margaret Thatcher a primo ministro in Gran Bretagna, l’elezione nel 1980 di Ronald Reagan a presidente degli Stati Uniti. “Il neoliberismo – scrive Harvey – è in primo luogo una teoria delle pratiche di politica economica secondo la quale il benessere dell’uomo può essere perseguito al meglio liberando le risorse e le capacità imprenditoriali dell’individuo all’interno di una struttura istituzionale caratterizzata da forti diritti di proprietà privata, liberi mercati e libero scambio. Il ruolo dello stato è quello di creare e preservare una struttura istituzionale idonea a queste pratiche. Lo stato deve garantire, per esempio, la qualità e l’integrità del denaro; deve predisporre le strutture e le funzioni militari, difensive, poliziesche e legali necessarie per garantire il diritto alla proprietà privata e assicurare, ove necessario con la forza, il corretto funzionamento dei mercati. Inoltre, laddove i mercati non esistono (in settori come l’amministrazione del territorio, le risorse idriche, l’istruzione, l’assistenza sanitaria, la sicurezza sociale o l’inquinamento ambientale), devono essere creati, se necessario tramite l’intervento dello stato. Al di là di questi compiti, lo stato non dovrebbe avventurarsi.%E2

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1 COMMENT

  1. sul testo
    Questo commento è ridicolo. I concetti espressi potevano essere sintetizzati nella metà del testo, e la riflessione ancheggia goffamente tra la recensione e blandi tentativi di critica. Il testo è eccellente, dotato di un’organicità di ragionamento raramente rintracciabile nella saggistica contemporanea. Le fonti sono dettagliate, ben organizzate, la qualità del discorso nei suoi molteplici elementi ben poderata, lasciando spazio a digressioni teorico filosofiche magistralmente interconnesse con casi di studio sintetici ed esemplificativi. Chiaramente è tanto facile quanto stupido affermare la totale mancanza di punti comuni tra le diverse rappresentazioni del neoliberismo nei suoi diversi teatri d’applicazione globale. Il libro serve proprio a questo, a capire quali sono le matrici e quali le dinamiche passibili di diverse rappresentazioni e perchè. Harvey, in modo del tutto a-dogmatico e intellettualmente onesto, affronta caso per caso senza tentazioni riduzionistiche, approfittarne per estremizzare i lati del suo ragionamento per trarne un giudizio sul testo compatibile con l’opinione che di quest’ultimo si vuole dare è semplicemente patetico, meglio rileggerlo un’altra volta prima di imbarcarsi in iniziative critiche. L’aspetto propositivo è marginale nel libro, per la stessa ammissione dell’autore, non costituisce sotto nessun punto di vista l’opinione completa dello scrittore, si tratta di spunti generici che Harvey ha ripreso più volte nei suoi testi senza mai pretendere di consegnare al lettore un lavoro organico. Muovere critiche del genere di cui sopra, che tra l’altro sono comprensibili fino ad un certo punto poichè non c’è nulla di strano nella convergenza di soggetti politici diversi su temi del genere anzi è proprio la peculiarità dei movimenti d’opposizione al neoliberismo, significa polemizzare con intenzioni non espresse; un esercizio facile perchè evidentemente non è all’altezza di affrontare criticamente il nucleo concettuale del ragionamento e inizia a smussarne i lati marginali. Pessima critica, se evitava i cenni veniva una mediocre recensione.

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