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Un’altra libertà: la scelta tra essere relativamente liberi o assolutamente schiavi

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Nessun libro è un’isola: ogni volta che ne apriamo uno scopriamo che dipende da altri e che probabilmente, se vale, a sua volta ne influenzerà qualcun altro. Se la catena non è esplicitata attraverso le citazioni, come è d’obbligo nelle pubblicazioni scientifiche, il rapporto di parentela e di vicinanza si può comunque rintracciare attraverso altri segni: autori suggeriti, accostamenti, condivisioni. Se poi la frase di un autore è messa addirittura in esergo, dobbiamo considerarla con particolare attenzione.

E così è stato, quando – fresco di una visita in libreria –  ho aperto “Un’altra libertà” di Camillo Ruini e Gaetano Quagliariello, curato da Claudia Passa, e mi sono imbattuto, con un po’ di sorpresa, in una  frase paradigmatica di Gustave Thibon sulla libertà (Volendo mettere la libertà dove non è, la si distrugge dove Dio l’ha messa. L’uomo che non accetta di essere relativamente libero sarà assolutamente schiavo). Perché sorpresa? Ma perché Thibon è un autore forse molto letto, ma in ambienti abbastanza di nicchia.

Nato nel 1903, dopo qualche viaggio e un po’ di peripezie intellettuali in zona agnosticismo, si stabilisce definitivamente nel Midi della Francia e rinverdisce le radici cattoliche attraverso autori come Bloy e Maritain, scegliendo la condizione del contadino-filosofo come più confacente alle sue tendenze profonde. Nel 1941 ospita Simone Weil, che condivide con lui ragionamenti, riflessioni e anche lavoro nella vigna. In questo periodo Simone gli consegna il manoscritto di “La Pesanteur et la Grace”, che Thibon farà pubblicare nel 1947, quattro anni dopo la morte della Weil.

Il contadino lavora nei campi, riflette, e pubblica, soprattutto raccolte di aforismi come “Diagnosi”, con la prefazione di Gabriel Marcel, che in Italia sarà tradotto dalla Morcelliana nel 1947.

Senza studi regolari né università Thibon riscopre la via del realismo (“Ritorno al reale” è un’altra raccolta) e del valore creaturale del limite, contro ogni forma di esaltazione prometeica dell’uomo.

In Italia resta comunque pressoché sconosciuto, fino a quando negli anni 70 la sua riscoperta da parte di Giovanni Cantoni contribuisce ad allontanare le suggestioni iperboree e paganeggianti in una parte della destra giovanile, che a sorpresa si trova davanti a una specie di Alce Nero di Provenza. È il clima in cui nascono le iniziative della Fondazione Volpe, voluta dalla generosità preveggente di Giovanni, il figlio del grande storico. Proprio durante uno dei convegni della Fondazione Thibon sarà presente a Roma, e le Edizioni Volpe ristamperanno i suoi libri più significativi.

In questo crogiolo di idee, di riviste e di intellettuali, non sempre univoci, si farà strada un’idea centrale e risolutiva, ossia che il recupero di una visione “tradizionale” dell’uomo e della civiltà non va cercato nelle nebbie improbabili delle foreste del Nord, ma lungo la linea Gerusalemme-Atene-Roma, asse costitutivo dell’Occidente europeo, comprensivo delle sue diramazioni nella “Magna Europa” dopo la scoperta del Nuovo Mondo.

È un fiume in cui confluiscono acque provenienti da diverse sorgenti, in una prospettiva che si è andata approfondendo e chiarendo fino ad assumere i connotati di una scelta politico-culturale vera e propria. Ed è nell’alveo di questo grande fiume che si colloca pure la battaglia attuale contro il dilagare del postumano, una battaglia a cui Ruini e Quagliariello col volume appena pubblicato contribuiscono con argomenti e ragionamenti, ancora una volta sul ruolo della libertà e dei suoi limiti: il cerchio si chiude e, senza troppa enfasi, è stata alzata anche una bandiera significativa per questi nostri giorni.

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