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Il ricordo

Università e modello californiano: con Rosario Romeo alla Luiss

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Chiamati a garantire da un lato la qualità, dall’altro l’efficienza dell’iniziativa economica, il rapporto tra l’uomo di cultura politicamente impegnato che era Rosario Romeo, ed i rappresentanti di una categoria molto abituata alla concretezza, erano strutturalmente dialettici. E per anni, erano state le capacità e il tratto personale non conflittuale di entrambi gli interpreti di tali esigenza ad evitare che diventassero difficili. Eppure nei suoi ultimi mesi da Rettore, Romeo avvertiva che Carli doveva dare sempre di più fondo alle sue capacità diplomatiche per attenuare le divergenze di fondo. Lo si poteva notare soprattutto da fatti marginali. Ad esempio, mentre si avvertiva chiaramente come la grande ala della Fiat volasse alta sull’istituzione, Romeo nascondeva con difficoltà la sua riprovazione per le iniziative dell’azienda torinese dirette a contrastare un possibile accordo – di cui si parlava allora molto seriamente – tra i Giapponesi della Nissan e l’Alfa Romeo, che viveva allora l’audace esperienza di essersi avventurata, con l’Alfa-Sud, nel complesso contesto meridionale.

 

Nonostante le sue opinioni di norma piuttosto protezioniste, la sua irritazione era in quel caso evidente. Ed egli stesso me le confermò esplicitamente alcuni anni più tardi, nel Novembre 1987, quando fu invece la stessa Fiat che finì per assorbire l’intera presenza pubblica nel settore automobilistico. Romeo espresse infatti allora il suo convincimento che, mentre la Nissan avrebbe probabilmente utilizzato l’azienda così acquisita in territorio italiano per farla crescere guardando all’intero mercato comunitario, e per superare i duri vincoli protezionistici allora imposti dall’Europa alle auto giapponesi, l’interesse della Fiat gli sembrava invece risiedere quasi esclusivamente nella possibilità di assorbire un concorrente sul mercato interno. Un concorrente piccolo, ma abbastanza affascinante, da fare nascere la possibilità che l’automobile nipponica stabilisse una pericolosa testa di ponte europea, proprio nella penisola italiana.

 

E per lo stesso motivo, anche la successiva cessione dell’intero settore automobilistico pubblico alla Fiat, in presenza di un’offerta da parte della Ford, il cui ammontare venne allora tenuto segreto, suscitò la sua critica. E un po’ per scherzo, ma anche per far passare un segnale della sua scontentezza, dichiarò pubblicamente che avrebbe mantenuto il più a lungo possibile la sua auto personale, un’Alfa Romeo, come simbolo di una politica di sviluppo e difesa dell’economia mista.

 

A chiunque avesse un po’ di antenne, la scarsa compatibilità con le personalità confindustriali che costituivano la schiacciante maggioranza del consiglio d’amministrazione, apparivano dunque evidenti. Eppure, Romeo non si arrendeva, anzi cercava di alleviare la tensione con l’ironia che molto spesso trapelava sotto il suo costante impegno a mantenere una certa gravitas accademica. Un’ironia che gettava improvvisi e assai interessanti squarci di luce sul suo sentire più profondo. Le dimissioni che fecero seguito allo scontro sulle competenze rispettive dei Consigli di Facoltà e del Consiglio di Amministrazione, non furono perciò che la conclusione di un processo che si era svolto nei quattro anni precedenti sotto i suoi, anzi sotto i nostri, occhi e l’avverarsi dei peggiori timori di Rosario Romeo.

 

Negli anni precedenti la sua rinuncia a guidare e legittimare scientificamente la nuova istituzione universitaria che, come scrive Guido Pescosolido “non fu mai del tutto l’Università che Romeo aveva sperato che fosse”, lo vidi infatti alle prese con problemi di cui era inconcepibile che spettasse a lui occuparsi.  Basta ricordare, tra i tanti, il problema delle uscite antincendio da creare in una struttura edilizia che era quasi tutta sotterranea; “una situazione – egli ebbe a dirmi – che ricordava quella di certe fabbriche all’inizio della rivoluzione industriale”. Questione di non poca importanza, ma sulla quale Romeo dovette personalmente fare una forte opera di convincimento presso la Direzione Amministrativa, che chiaramente tendeva soprattutto a risparmiare sui costi.

 

Fu quella una delle rare volte in cui egli fece trapelare la sua irritazione contro l’ambiente imprenditoriale di cui la Luiss era espressione. Eppure, non è certo un caso se non c’è, in quegli anni, tra gli scritti Romeo, almeno tra quelli pubblicati, nessun testo che contenga non dico un bilancio, ma neanche una riflessione o una meditazione relativa al tentativo Luiss. Mi sembra però significativo che Romeo smetta a quel punto di intervenire nel dibattito pubblico sulle questioni universitarie.

 

Perché se c’era in Romeo, e rimane ancora oggi nei suoi scritti ripubblicati una critica costante della crisi dell’università pubblica italiana, non vi si trova – come già detto – nessuna teorizzazione del ruolo dell’università privata. E ancora meno e si trova alcuna narrazione né spiegazione dell’impegno profuso nella creazione e soprattutto nell’avvio del funzionamento della Luiss. Dato che sembra evidente, come peraltro era confermato dall’esperienza di ogni giorno, che egli si andasse gradualmente rassegnando al fatto che il centro di eccellenza e di rinnovamento in cui egli aveva sperato, si era trasformato, nel corso dei tragici anni ’70, soltanto in un rifugio, in una piccola oasi, in una soluzione provvisoria per quei docenti che avevano ancora l’intenzione e l’entusiasmo – malgrado la situazione generale dell’università – di continuare a insegnare ciò che sapevano alle nuove generazioni, mantenendo il metodo critico e libero che dovrebbe essere quello dell’istituzione universitaria.

 

Non disse mai esplicitamente, ma era evidente che non gli sfuggiva l’altro aspetto di questa involontaria evoluzione, che aveva peraltro garantito la sostenibilità economica dell’intera iniziativa. Non gli sfuggiva cioè come essa venisse scelta dagli studenti, e soprattutto dalle loro famiglie, perché era ormai una delle poche istituzioni  in grado di offrire ad una generazione di giovani che sarebbe altrimenti stata una generazione perduta, la possibilità di perseguire un corso di studi fuori dalle continue perturbazioni ed interruzioni dovute alla turbolenza dei tempi, anche se non fuori dall’influenza diseducativa, come studenti e come cittadini, dell’esercizio continuativo in tutta la società italiana dell’abuso ideologico e dell’opportunismo politico più vile e sfrenato.

 

Dal numero chiuso all’autoselezione

 

Per chi, come me, arrivava alla Luiss all’esterno – dall’esterno dell’Italia e non solo dall’esterno dell’università – un oggetto assai interessante di osservazione erano non solo i colleghi che in quel ridotto avevano cercato rifugio di fronte all’invasione barbarica in cui era stato vittima il sistema universitario italiano, e che ne aveva esaltato ed esasperato, sotto la retorica rivoluzionaria, tutti gli aspetti peggiori e più criticabili. Ed oggetto assai interessante di osservazione erano anche, e forse soprattutto, gli studenti che erano stati costretti, ma ai quali le condizioni economiche avevano consentito, di optare per quella università privata. Ed una componente particolarmente interessante della popolazione studentesca era quella femminile, numericamente molto importante. Il che mi pareva anche significativo, perché accentuava il carattere di “rifugio” che aveva, a quell’epoca, la Luiss.

 

E c’erano poi, a confermare tale carattere, i casi particolari. Ad esempio, era facile infatti osservare come, per le figlie di un leader politico di estrema destra, che furono tra le prime studentesse della nuova istituzione, questa rappresentasse un vero e proprio spazio di sopravvivenza. Con il cognome che portavano, esse, nell’università pubblica, non potevano in realtà neanche metter piede. Non solo sarebbero state oggetto di sopraffazione continua, ma avrebbero addirittura messo a rischio la propria vita. Fu una cosa dura da accettare all’epoca. Ed è ancora oggi dura da dire. Ma era quella la realtà dei tempi, che metteva in queste tre giovani donne nella condizione di non poter ottenere un minimo di educazione libera e di ancor più necessaria educazione alla libertà, di cui forse esse avevano bisogno più di ogni altro studente.

 

Era, il loro caso, certamente un caso estremo; ma era un caso significativo.  Perché rendeva  evidente come buona parte della componente femminile degli studenti della Luiss in quegli anni fosse stata motivata nella propria scelta, e soprattutto nella scelta delle famiglie, dalla preoccupazione di sottrarre giovani donne che erano state allevate secondo un modello, se si vuole superato e provinciale, di correttezza e di  moralità femminile, alle brutali esperienze cui esse erano esposte nelle università occupate. Dove peraltro i capi di quelli che volevano presentarsi come leader rivoluzionari le avevano relegate ancora una volta nel ruolo subalterno e di supporto alle attività politiche riservate ai maschi: di “angeli del ciclostile” come si disse di loro qualche anno più tardi.

 

Della natura del corpo studentesco attratto questa nuova istituzione educativa, ebbi spesso occasione di parlare con Romeo durante gli anni della nostra compresenza alla Luiss. Era evidente infatti come, al di là della selezione di merito che l’istituzione pretendeva – e pretende tuttora – di esercitare, la scelta degli studenti fosse fondata su un’autoselezione.  E ciò non solo per ragioni di censo ma anche per ragioni che, forzando il significato della parola, potremmo chiamare addirittura ideologiche.

 

Dal quotidiano contatto mi fu immediatamente chiaro come essi identificassero la Luiss né più né meno che come “l’università della Confindustria”. Il che non era privo di conseguenze. Perché essi chiaramente consideravano come eminentemente utilizzabili a fini pratici, ma certamente non culturali né politici, i titoli di studio e l’offerta formativa dell’Università di Viale Pola, e si destinavano a carriere puramente esecutive, manageriali o impiegatizie. E poi, parecchi anche tra i maschi che si iscrivevano semplicemente fuggivano, come molte delle ragazze, il caos della statale per un porto più tranquillo, dove non si incontrassero tipi violenti o spacciatori di droga. Altri poi si auto-selezionavano perché la Luiss sembrava garantire un posto fisso in banca o in qualche sonnolento ufficio.

 

Nessuno o quasi veniva alla Luiss pensando ad una carriera scientifica, rendendo così impossibile a quella parte del corpo docente che era fatta di accademici veri, che avevano vinto un concorso a cattedre, di incontrare dei potenziali allievi, cioè di garantire non solo la propria autoriproduzione, ma anche di fornire un contributo a formare e migliorare la classe politica del paese. Possibile obiettivo era solo un minimo di sprovincializzazione degli studenti, tanto più utile in quanto non esisteva allora il progetto Erasmus, che comparirà alla fine degli anni 80, a determinare un timido risveglio per il mondo esterno, in via di rapida globalizzazione. Ma quasi mai si trovava uno studente che nel corso del periodo universitario giungesse a concepire una carriera scientifica o accademica.

 

Maestri e scolari

 

Se questa fu probabilmente una delle ragioni per cui Rosario Romeo non si trasferì mai, come titolare di Cattedra, dalla Sapienza alla Luiss, io stesso, nei miei 29 anni di insegnamento alla Luiss ho conosciuto si e no un paio di studenti in grado di scrivere libri e di insegnare all’Università. E questa scarsa attrazione che la Luiss esercitava su quei giovani che avevano capacità e vocazione scientifica fece sì che rapidamente Romeo ebbe la sensazione che la Luiss fosse ormai diventata un’università il cui principale obiettivo sembrava essere quello di formare dei funzionari politicamente affidabili per gli organi confindustriali, allevati in un serraglio tenuto al riparo non solo dal delirio pseudo-rivoluzionario che aveva impazzato per tutti gli anni 70 nell’università pubblica fino a sfociare nel terrorismo, ma anche semplicemente privi di veri interessi politici.

 

L’occasione in cui Rosario Romeo mi parlò in maniera esplicita di questo evidente limite nella capacità di attrazione della Luiss fu un evento assai doloroso: la morte di Francesco Compagna. Avvenne d’estate, mentre ero in Liguria e lui nell’Isola di Salina. Ma ci incontrammo al funerale, a Napoli, e convenimmo subito che era stata una morte invidiabile: ucciso da un infarto mentre nuotava nelle acque di Capri. Ma dovemmo anche constatare che la sua morte lasciava un vuoto nelle file dell’accademia e del giornalismo, nell’impegno in difesa del Mezzogiorno che nessun altro poteva riempire: di fatto, moriva senza lasciare allievi. Per me, questa era in parte un’autocritica, perché – irresistibilmente attratto dalle questioni di politica estera – avevo continuato, sì, ad occuparmi di rapporti Nord – Sud, ma nel quadro internazionale, non più in quello del nostro paese.

 

Perciò, in un articolo di commemorazione pubblicato sull’Avanti!, avevo scritto che egli non “cercava in alcun modo di imporre le proprie idee e il proprio modo di essere. Anzi – e nessuno può testimoniarlo come e quanto me – incoraggiava tutti ad essere sè stessi, a seguire i propri interessi, la più congeniale forma d’impegno politico. Da vero liberale, insomma, cercava di educarci alla libertà.

 

Perché Compagna aveva ben chiaro, e l’aveva appreso da Benedetto Croce, che raccogliere un’eredità morale non consiste nello ‘attenersi alla dottrina del maestro, nell’essere solamente scolaro e configurarsi a chierichetto che serve la messa’, bensì nel ‘farsi diversi’.  Gli eredi di un’esperienza politico-intellettuale vanno cercati tra coloro ‘che ascoltarono ed ascoltano l’insegnamento’ dello scomparso e, “rendendosi conto dei problemi da lui affrontati, o raccogliendone il frutto per vie indirette, … badarono e badano a risolvere problemi propri. Costoro lo hanno consacrato alla vera immortalità”.

 

Quando gli mostrai l’articolo, seduti davanti a una gelateria in Piazza Carità, dove il funerale si era sciolto, Romeo lo lesse tutto in silenzio, poi alzò gli occhi e mi chiese: “Questo è in Cultura e vita morale, non è vero?”. Ed io riuscì appena a rispondere con un cenno della testa. Aveva localizzato perfettamente una frase, poche parole, nell’opera immensa di Croce! Era riuscito ancora una volta a sorprendermi, anche se lo conoscevo così bene. Poi inspirò in un modo molto simile a un sospiro ed aggiunse, a mo’ di conclusione: “Certo! Alla Luiss, di allievi non ne troveremo mai; non dico eredi, ma manco chierichetti”.

 

Quasi senza volere, mi scappò detto un “E allora..?”. E lui: “E allora? Allora lo facciamo per senso del dovere…..”.

 

I meriti (comparativi) della Luiss

 

Per me, che in due anni prima avevo vinto il concorso a cattedra, la Luiss, trovandosi a Roma, restava però di una sede di grande interesse. Tanto più che la facoltà di economia dell’Università di Urbino che aveva messo a concorso la cattedra di cui ero risultato vincitore, e dove normalmente avrei dovuto effettuare lo straordinariato, aveva sede in Ancona, città che mi appariva un po’ troppo isolata e provinciale dopo tanti anni trascorsi tra Parigi e Firenze. Però, farsi chiamare alla Luiss essendo ancora uno Straordinario che aveva appena vinto un concorso, non era tanto proponibile. Avevo perciò pensato – per liberarmi subito di Ancona – di chiedere il trasferimento all’Università della Calabria; una sede apparentemente svantaggiosa sotto tutti i punti di vista, ma dove si poteva arrivare in aereo, e dove poi – mi era stato spiegato – tutto era organizzato perché i docenti andassero giù soltanto dodici settimane l’anno, e ciascuna volta solo per tre giorni: lezioni, esami, sedute di laurea e Consigli di facoltà compresi.

 

Prima di imbarcarmi in una tale avventura, tuttavia, volli chiedere consiglio a Romeo, cui ne parlai con una certa prudenza. Rosario Romeo reagì invece in maniera che mi sorprese. Fece per un mezzo minuto una faccia da cospiratore, e poi chiese: “Ad Arcavacata?” Ed io: “E già!” , dissi con voce che a me stesso suonò come rassegnata. “Arcavacata. Interessante!”, aggiunse invece Romeo, lasciandomi piuttosto interdetto; tanto che mi ci vollero parecchi minuti a rispondermi alla domanda su perché mai egli trovasse l’idea così attraente, visto che si trattava per me solo di una scelta di comodità.

 

Quei minuti mi fecero però a capire come Romeo, pur scrivendo, studiando e lavorando come aveva sempre fatto (cioè senza sosta) avesse già allora un tarlo che lo rodeva; e quel tarlo era la Luiss. In the back of his mind, egli pensava sempre alla Luiss, all’avventura in cui si era cacciato “per senso del dovere”, e di cui avvertiva sempre di più la complessità e l’audacia: l’audacia di suggerire ad un gruppo di persone che avevano confidenza quasi solo col danaro la creazione di un’università che avrebbe dovuto in qualche misura trasformare l’ambiente sociale e intellettuale in cui essa era nata e cresciuta. In seguito, accettando anche di assumervi il ruolo di Rettore, cioè quello di massima evidenza e responsabilità. Ed ecco che adesso si presentava la possibilità di un confronto, che forse poteva essere istruttivo, forse addirittura utile, con un altro esperimento tendente ad usare un’istituzione universitaria come elemento di innesco di una profonda trasformazione sociale.

 

Perché questa era l’Università che – per un’ispirazione di Beniamino Andreatta, e con l’impegno anche di personalità di grande momento culturale, come Paolo Sylos-Labini – era sorta in mezzo alle aspre montagne del cosentino: un altro esperimento di stimolo al rinnovamento culturale e allo sviluppo economico della società attraverso l’insediamento in aree arretrate di istituzioni di insegnamento e di ricerca. Un esperimento, quello calabrese, che evidentemente qualche risultato lo aveva prodotto, qualche equilibrio lo aveva rotto, in quella società tremendamente arretrata. Forse andando anche oltre il precetto formulato, dallo stesso Andreatta, secondo cui “bisognava rompere le uova per fare la frittata”. O che almeno dava la sensazione di averle rotte tanto che una notte del 1979, sulle maisonnettes in cui dormivano gli studenti, erano piombati un nugolo di Carabinieri guidati dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, alla ricerca – ma con scarsi risultati – dei leaders del terrorismo che stava allora insanguinando l’Italia.

 

Così, incoraggiato da Romeo, chiesi e facilmente ottenni il trasferimento, mentre l’organizzazione per semestri mi consentì di prendere contemporaneamente un incarico alla Luiss, che Romeo stesso mi propose. Per quattro anni ho così potuto vivere un’esperienza comparativa. Durante la quale, però, incominciai a vedere con un altro occhio meno severo certi elementi di perbenismo e conservatorismo piccolo borghese che erano tipici degli studenti auto selezionatisi per la Luiss.

 

Indubbiamente, sia culturalmente che socialmente l’impatto dell’Università di Arcavacata sulla società circostante era stato mille volte più radicale di quello che ci si poteva aspettare dalla Luiss. Ma era una università cui era tanto più facile essere ammessi quanto più basso era il reddito familiare, il che significava che gli studenti erano quasi tutti figli di contadini. Ed era una università residenziale, le cui villette formavano una piccola comunità in cui tutti gli abitanti avevano tra 18 e 23 anni, totalmente privi delle funzioni di guida delle generazioni più adulte, strappati alla vita di campagna e di paese in una promiscuità tra maschi e femmine, sino ad allora inimmaginabile.

 

Il confronto con quella diversa esperienza – che anche Romeo, dai miei racconti giudicò interessante, ma chiaramente ispirata da troppo astratti furori rivoluzionari – fu per me affascinante.  Talvolta, ad Arcavacata, mi veniva da sorridere quando pensavo agli studenti della Luiss, che – avevo notato – durante i quarti d’ora “accademici”, tra una lezione e l’altra, mettevano in moto un giradischi e ballavano in tenere coppiette. Era un altro pianeta rispetto ad Arcavacata dove gli studenti erano sradicati dalla realtà, e proiettati ad intravedere un mondo che però sarebbe ad essi stato sempre inaccessibile. Al punto che molti di quelli che finivano o abbandonavano gli studi, dopo aver tentato di inserirsi nella società, fuori o dentro la Calabria, tornavano a vivere abusivamente nelle maisonnettes, o in case di campagna ai margini dell’unica società cui sentivano di appartenere.

 

Una domanda diabolica

 

I difficili rapporti tra l’uomo di cultura che era Rosario Romeo, ed i rappresentanti di una categoria sociale molto diversa dalla sua, che costituivano la schiacciante maggioranza del Consiglio d’Amministrazione,  dove il rappresentante del Ministero pesava ovviamente poco o nulla, furono dunque sotto i miei occhi fin dal primo giorno. Eppure, Romeo non si arrendeva, anzi cercava di alleviare la tensione con l’ironia che molto spesso trapelava sotto il suo costante impegno a mantenere una certa gravitas accademica. Un’ironia che gettava improvvisi e assai interessanti squarci di luce sul suo sentire più profondo.

 

Come accadde in maniera più esplicita quando – durante un viaggio in Estremo Oriente –gli raccontai del paradossale ammonimento datomi da mio padre una volta venuto a sapere delle simpatie da me pubblicamente espresse, nel 1952, all’età di quattordici anni, per il partito comunista. “Io non voglio importi le mie idee – mi aveva detto – né tantomeno interferire con la tua libertà di scelta. Voglio solo darti un consiglio …… Anzi voglio darti un consiglio perché tu possa restare comunista, se decidi di esserlo, e se non vuoi domani pentirti della tua scelta. ……Se vuoi restare fedele al comunismo, caro ragazzo, cerca di frequentarne gli esponenti intellettuali, ma devi assolutamente evitare di aver a che fare con la classe operaia …, altrimenti ti passa la voglia di difenderla”.

 

Lì per lì – raccontai a Romeo – l’idea che mi potesse dare un tale “consiglio” mi aveva sorpreso, perché sapevo bene come mio padre appartenesse alla sparutissima, schiera dei repubblicani mazziniani, certamente anticomunista, ma per nulla ostile agli operai e ai loro diritti; tutt’altro. Ma sapevo pure che era un Professore di Scienza delle Costruzioni, e che questo ammonimento veniva dalla sua esperienza sui cantieri, dove passava lunghe giornate a contatto con la classe operaia. E ciò dava senso al suo “consiglio”.

 

Mi aspettavo che Romeo sorridesse; e invece non ebbi soddisfazione immediata. “Suo padre dev’essere una persona intelligente”, fu un primo commento. Tacque poi per alcuni secondi, e strinse per un momento le labbra con un’espressione che mi parve perplessa. E a un tratto i suoi occhi ebbero come un guizzo di luce, da ragazzino o forse dovrei dire da scugnizzo, e il suo sorriso divenne dapprima indefinibile, poi chiaramente sarcastico e provocatorio. E mi chiese a voce bassa: “E che consiglio le dà suo padre, ora che lei è professore alla Luiss?”.

 

Era una domanda estremamente maliziosa. Era anzi una domanda diabolica, ma nel senso chiarissimo: tanto che esitai a rispondere. E allora fu lui, Rosario Romeo, il professore così consapevole della necessità della gravitas accademica, che la disse al posto mio. “Suo padre le dice forse che, se si vuol restare liberali, si deve assolutamente stare alla larga dagli industriali?…. ” No – balbettai io – “mio padre non ha mai espresso giudizi sulle mie scelte professionali”. (Ma non era vero; mio padre era contrario a che io lasciassi l’università statale). Ma bastò perché la cosa finisse lì. In tutto, questo scambio di battute era durato due minuti, forse meno. Ma mi aveva dato tutta la misura di quanto fosse complicata la convivenza dello studioso politicamente impegnato con i rappresentati del mondo confindustriale.

 

Tra “politiche di industrializzazione” e “politiche industriali

 

Eppure, Rosario Romeo conservava un impegno sincero, e quasi entusiastico, al tentativo di creare con la Luiss una struttura per l’innovazione di Roma e del Mezzogiorno, tanto dal punto di vista tecnico economico che dal punto di vista culturale.  E chiaramente pensava che l’insegnamento per il quale poi era stato affidato un incarico – dall’altisonante nome di “Relazioni e sistemi economici internazionali” – potesse dare un piccolo contributo a questo progetto. Non solo espresse più volte giudizi favorevoli sul fatto ch’io, tra mille altre cose, infliggessi agli studenti analisi dettagliate dei fenomeni di sviluppo che in quegli anni si stavano verificando, soprattutto quelli delle cosiddette “tigri asiatiche”, ma quando mi giunse dal governo di Taipei l’invito ad una visita di studio, decise di parteciparvi anche lui. E l’Ambasciata di Taiwan (quella presso la Santa Sede, perché l’Italia ha solo rapporti con Pechino) ne fu ovviamente più che felice. E al suo sostegno si unì un contatto con l’Università i Singapore, che rese ancora più interessante l’occasione.

 

E così partimmo, con le rispettive mogli, in un viaggio che fu appassionante quanto istruttivo, di scoperta di realtà economico-sociali relativamente piccole nel quadro mondiale, ma in cui si stava non solo dimostrando la validità di un nuovo modello di sviluppo, che poi la Cina imiterà con il successo che abbiamo visto negli ultimi tre decenni, quello della crescita “trascinata dalle esportazioni”. E che già aveva in nuce le caratteristiche della produzione industriale per filiere internazionali, che sarà tipica dell’era della globalizzazione.

 

Fu una vera e propria missione di ricognizione economica e di esplorazione socio-poiltica, che ci portò a Singapore, Hong Kong, Macao e Taiwan, due stati orgogliosamente indipendenti, e due territori che risentivano in maniera evidentissima del lungo, ed ancora recente, passato coloniale. Ma nelle differenze che essi presentavano, erano già visibili i diversi risultati ottenibili con “politiche di industrializzazione” lasciate agli “spiriti animali” del mercato, e “politiche industriali” in cui il primato degli obbiettivi politici condizionava le scelte di investimento.

 

Da un lato, ad Hong Kong e nella piccolissima Macao, era evidente che il rapido miglioramento delle condizioni economiche della popolazione era dovuto all’aver le autorità coloniali offerto a qualunque impresa ne avesse bisogno, in qualsiasi settore produttivo, forza lavoro a prezzo bassissimo; in unlimited supply, grazie anche ai continui flussi illegali di forza lavoro provenienti dalla Cina continentale. Dall’altro, a Singapore ed a Taiwan, lo sviluppo era, certo, sempre fondato sulla qualità e sul basso costo del lavoro, ma i governi di questi Stati, piccoli ma indipendenti, intervenivano con loro decisioni volontaristiche. E dall’indipendenza in poi erano progressivamente sempre più puntualmente e regolarmente intervenuti a selezionare quali attività produttive potessero approfittare delle loro risorse umane, con l’obiettivo di garantire a queste due piccole Repubbliche una collocazione autonomamente scelta nella divisione internazionale del lavoro manifatturiero. E questa era musica per le orecchie tanto del Romeo meridionalista, quanto dello storico dell’unificazione nazionale, che vi vide, messa in atto quella che, “diversamente da altri paesi, è mancata in Italia, una specifica ‘ideologia dell’industrializzazione’”. A Singapore, poi,  anche l’Università aveva un ruolo assolutamente cruciale in questo campo, e gli incontri che avemmo durante la visita controbilanciarono, e non poco, l’impatto che aveva avuto il confronto con l’Università della Calabria, nel farci maggiormente apprezzare l’idea che era stata all’origine della Luiss.

 

Meno piacevole fu invece dover ammettere che paesi come Taiwan, e ancor più la Corea del Sud – che però non visitammo – stessero ormai vanificando quel “motivo di conforto” che aveva potuto essere, proprio negli anni in cui Romeo scriveva quelle righe “il pensare che l’incremento della produttività” – come aveva scritto l’economista anglo-australiano Colin Clark  –  “procede oggigiorno in Italia al più veloce ritmo possibile: ad un ritmo molto più elevato di quello riscontrabile in altri paesi dove le condizioni naturali e sociali per il progresso economico appaiono, a prima vista, molto più favorevoli che in Italia”. L’Italia, purtroppo, dopo gli anni sessanta,  aveva visto una forte decelerazione del suo ritmo di sviluppo.

 

In quel viaggio, se ciò che più personalmente mi colpì furono i laboratori di ricerca di Taiwan – ad esempio sulle nuove lame di ceramica per tagliare i metalli – o le implicazioni socio-politiche dello studio sul pendolo caotico a Singapore, il meridionalista Romeo fu soprattutto impressionato dal livello di sviluppo e dalle società ben ordinate cui lo stretto rapporto tra la ricerca tecnologica condotta nei laboratori universitari e la scelta delle specializzazioni produttive aveva dato vita, a partire da un’umanità, quella cinese, che fino a pochi anni prima era – agli occhi degli Europei – sinonimo di miseria, sporcizia, oppio e totale assenza di rispetto per la vita. E si rafforzò nel Rettore della Luiss il convincimento che lo studio delle trasformazioni in atto nel quadro globale fosse di primaria importanza per la formazione di un personale tecnico e politico all’altezza delle sfide degli anni a venire, e per il compito di stimolo al rinnovamento che la Libera Università poteva svolgere nella parte più sfavorita del nostro paese.

 

Luiss batte Princeton 1 a 0

 

Fu per questo, per allargare l’orizzonte della nostra Università, che Romeo mi chiese, nella primavera del 1984, di approfittare di una delle mie periodiche puntate come Visiting Professor all’Università di Princeton per cercare di organizzare un accordo di scambio di studenti. Non era una cosa facile, data la presunzione caratterizzava più che i professori le strutture burocratiche di quell’università così prestigiosa. Ma che comunque stava già portando i primi risultati quando avvenne la rottura tra Romeo e la Luiss cui conseguì all’abbandono di ogni sforzo. Fu però, quella, anche l’occasione di un episodio che da un lato mi consentì di dare una piccola lezione alla presunzione princetoniana, e dall’altro prendere la misura di quale lustro e di quale forza negoziale internazionale desse alla Luiss il fatto che il suo Rettore si chiamasse Rosario Romeo.

 

Dopo molti tira e molla, era infatti venuto il momento cruciale in cui Princeton doveva decidere in maniera definitiva se accettare la proposta di Romeo, cioè il momento dell’incontro decisivo con la personalità da cui di fatto dipendeva il successo dell’iniziativa. L’incontro ebbe luogo nell’ufficio del direttore della cosiddetta SPIA, la School of Public International Affairs, ufficio che conoscevo benissimo perché era da lì che erano partiti tanto il mio invito ad insegnare, quanto una non trascurabile parte dell’attività volta a convincere le autorità accademiche locali.

 

All’inizio non fu un incontro gradevole anche perché l’idea di un’università privata in un paese noto per avere un sistema educativo quasi totalmente pubblico conduceva la controparte a pensare di poterla trattare come una università di serie B.  Finché si giunse a un punto in cui egli chiese: “ma chi diavolo è questo Rosario Romeo che lei cita sempre? Che mestiere fa?  Chi lo conosce?” E fu il momento in cui una voce dentro di me disse che non potevo lasciare questo americano ignorante parlare con quel tono. Cosicché risposi alla sua arrogante domanda con un’altra domanda: “Lei conosce il libro di Alexander Gerschenkron “Economic Backwardness in Historical Perspective?”

 

Si fece rosso di rabbia. “Come potevo insinuare – disse – che egli non conoscesse un tale classico del pensiero economico?” Ma si vide chiaramente che pensò: “Come osa questo Italiano?”. Ma io non risposi nemmeno. Non gli dissi che di quel libro lui probabilmente ne aveva solo sentito parlare sei anni prima, nel 1978, quando Gerschenkron era morto e molti giornali avevano scritto di lui. Non dissi niente; mi limitai ad alzarmi e avvicinarmi ad uno scaffale che era giusto dietro la sua testa, e dove – l’avevo già notato in una riunione precedente – c’era il libro che aveva dato la celebrità accademica allo storico venuto da Odessa. Così lo presi, lo aprii al capitolo 5, e glielo misi avanti al naso, in modo che ne potesse leggerne chiaramente il titolo: Rosario Romeo and the Original Accumulation of Capital.

Non saprei descrivere la tavolozza di colori che attraversò successivamente la sua faccia, né calcolare per quanti secondi la sua mascella rimase a penzolare sotto la bocca aperta. In quegli anni, Gerschenkron era poco meno che il Padreterno nel mondo accademico americano, ed anche in quello politico (prima che, nel 2012, venisse alla luce che era un ex-comunista, e che non lo aveva detto al momento di rifugiarsi negli Stati Uniti), perché era stato il più riconosciuto esperto di cose sovietiche di cui gli Americani disponessero negli anni della guerra fredda. E quel libro, in cui egli dedicava un intero capitolo a Rosario Romeo, era quello che aveva dato a Gerschenkon la celebrità.

 

Cercò di recuperare: Com’era possibile? Quello era un libro uscito nel 1962, ventidue anni prima della nostra conversazione. Non poteva essere l’attuale Rettore della Luiss. Doveva essere un caso di omonimia,….. Ma io non mollai la presa. Anzi, rigirai il coltello nella piaga: No, no! Era proprio la stessa persona, e – gli feci notare – Gerschenkron in quel libro ne cita uno di Romeo, Risorgimento e Capitalismo, pubblicato addirittura nel1950, quando, Romeo aveva solo 27 anni. E che gli era valsa, da giovanissimo, la tenure

 

Successivamente, dopo che Romeo ebbe lasciato la Luiss, della cosa non si parlò più. O meglio, io non ne parlai più. Perché fu lui che, una sera, a una cena in piedi a casa di Albert Hirschman, mi chiese: “Allora, quel progetto…?”

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