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Dagli "Annali del Centro Pannunzio"

Università e società. La fine del pluralismo

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Ci sono tanti modi per sopprimere il pluralismo ma quello più indolore consiste nel circondarlo di leggi e di circolari ministeriali che, ispirate all’imparzialità e all’universalità poste a fondamento della comunità democratica, in pratica ne restringono gli spazi irreparabilmente. In questo campo si manifesta, ancora una volta, tutta la potenzialità totalitaria dell’idea di eguaglianza quando essa non nasce dal basso, ovvero dall’interscambio tra concreti individui portatori di interessi e di valori non sempre compatibili, ma viene imposta dall’alto, per decreto di autorità provvide e benefiche. L’autentico pluralismo crea, di continuo, situazioni di ineguaglianza: il fatto stesso di associarsi mette a disposizione dei soci risorse, anche soltanto simboliche, che li rende ‘diversi’ dagli altri e ne fa, talora, dei privilegiati. L’esprit égalitaire non riesce a tollerare queste separatezze che si costituiscono su iniziativa di individui, che condividono certe caratteristiche, e giustamente vi vede l’ombra della ‘discriminazione’. Per questo i giacobini diffidavano dei partiti, delle associazioni economiche, dei salotti, delle accademie: chi vi stava ‘dentro’ era diverso da chi ne rimaneva ‘fuori’e questo si traduceva in un indebolimento della ‘fraternité’. L’esprit libéral, al contrario, non nega che ogni costituzione del “noi” si traduca in una (potenziale) discriminazione verso di “loro” ma ritiene che l’unico rimedio compatibile con la libertà e la dignità degli esseri umani consista nel rendere possibile a tutti organizzare le proprie specificità distinte.

In una società pluralista – nel senso occidentale del termine non nel senso orientale e ottomano dove per pluralismo si intendeva la convivenza, più o meno forzata, di comunità chiuse e incomunicabili garantita dal pugno di ferro della Sublime Porta – le cerchie sociali sono tante e ciascuna ha i suoi codici, i suoi costumi, le sue tradizioni. Si prenda quel vasto campo in cui si colloca “il lavoro intellettuale come professione”. Nell’Ottocento c’erano, come nel secolo successivo, camarille letterarie, consorterie politico-intellettuali, giornalisti impegnati, ‘partiti culturali’ma, accanto ad essi, continuavano a vivere istituzioni accademiche e scuole universitarie, che spesso potevano, sì, fornire alla stampa impegnata nel civile personaggi e penne autorevoli ma non si ‘scioglievano’, per così dire, nella feccia di Romolo della lotta per il potere. Testate autorevoli, come le riviste non conformiste del primo Novecento, potevano far entrare aria nuova nei vecchi Atenei della penisola ma i barbogi rappresentanti delle istituzioni accademiche, a ragione o a torto, ci tenevano a distinguere la scienza, in senso lato, dall’engagement culturale, anch’esso da intendere in senso lato.

Nel secondo dopoguerra la dissociazione è continuata: da una parte, il mondo universitario, con le sue regole, i suoi concorsi, le sue norme di reclutamento, dall’altra, la political culture, per lo più laica e, in larga misura ,di sinistra e progressista, con le sue riviste, le sue terze pagine, le sue case editrici. Spesso, anche allora, le due dimensioni si intrecciavano sicché autorevoli studiosi, come Norberto Bobbio o Guido Calogero, potevano fare la spola tra i ‘due mondi’ e consolidare il meritato prestigio acquisito anche in virtù della ‘doppia appartenenza’. Quando, però, si trattava di fare entrare nella vecchia casa del sapere nuovo personale docente, non contavano molto le notorietà dovute a una collaborazione continuativa a grandi (o a prestigiose) testate o alla pubblicazione dei propri lavori in collane editoriali molto apprezzate dalla più ampia ‘repubblica dei dotti’ – che non comprendeva certo i soli baroni universitari.

Poteva così accadere che a un noto politologo, autore di neologismi entrati nel linguaggio politico italiano e di libri pubblicati da case editrici doc, venissero preferiti studiosi poco noti i cui scritti erano stati consegnati a imprenditori della carta stampata più simili a tipografi che a veri e propri editori. Nella logica della vecchia accademia erano irrilevanti l’indice di notorietà del candidato, le riviste alle quali aveva collaborato e i nomi del suo stampatore – un libro pubblicato dall’editore Brambillone di Casalpusterlengo stava sullo stesso piano di un (esteticamente) raffinato prodotto di Laterza o di Einaudi. In un’età che non conosceva ancora le delizie di Internet poteva capitare di ascoltare una lectio magistralis di un docente di elevata cifra intellettuale e di dover poi faticare per procurarsene i libri giacché i suoi editori erano semisconosciuti (chi non ricorda i diverbi con i librai che, trattandosi di cifre modeste, non avevano nessuna voglia di far ricerche e ordinazioni?). In teoria, chi faceva parte dell’accademia, non poteva escludere, a priori, che una nuova Critica della ragion pratica potesse veder la luce per i tipi del suddetto Brambillone o che su una rivista di un collegio barnabita si potesse leggere un’analisi della filosofia analitica che sarebbe stato meglio pubblicare sulla ‘Rivista di Filosofia’ di Nicola Abbagnano.

In molti casi, i cultori appassionati delle scienze, del resto, non avevano nessuna voglia di fare il giro delle redazioni e vendere le loro ‘merci’ a distratti direttori editoriali che, dinanzi a emeriti sconosciuti, affettavano cortesi dinieghi e sorrisi freddi. D’altra parte, quei cultori, se facevano parte di una scuola stimata e rispettata, sapevano bene che la loro carriera dipendeva dai ‘Maestri’ e che questi, tutt’al più, erano disposti a presentare i lavori degli allievi a editori ‘sotto casa’ e specializzati in certi settori tematici (esempio classico, Giuffré per le scienze giuridiche e politiche) ma di sicuro poco presenti in libreria e lontani dagli orizzonti massmediatici. Due esempi mi sembrano non poco significativi. Una studiosa geniale, come Anna Maria Battista, cattedratica di ‘Storia delle dottrine politiche’in una delle più importanti Facoltà di Scienze Politiche del nostro paese, quella della Sapienza di Roma, ha pubblicato monografie fondamentali – sui libertini, sui giacobini, su Tocqueville – con editori noti solo agli addetti ai lavori (Giuffré, QuattroVenti, Jaca Book etc.) eppure ciò non le impedì di vincere un concorso di ordinariato né di venir considerata assieme al grande Luigi Firpo,a Nicola Matteucci e a pochissimi altri uno dei docenti più autorevoli della materia.

Lo stesso vale per Mario Stoppino, lo scienziato politico di Pavia allievo ed erede di Bruno Leoni, i cui scritti, che hanno aperto davvero nuove vie alla riflessione sul potere politico e sul metodo delle scienze storico-sociali, sono apparsi presso grandi editori di nicchia (Giuffré) o piccoli editori universitari (Ecig di Genova) o prestigiosi librai-editori (Guida di Napoli etc.) quasi tutti semisconosciuti nei salons dell’intellighentzia interessata all’attualità politica. Qualche anno fa un valentissimo studioso italiano di Benjamin Constant, Stefano De Luca, per pubblicare la sua pregevole monografia sul principe dei liberali francesi della Restaurazione, s’è dovuto rivolgere a un coraggioso, poco noto, editore calabrese (Costantino Marco) giacché nessuno dei grandi nomi dell’editoria italiana se l’era sentita di ‘puntare’ su uno sconosciuto (grazie a quel libro, però, lo ‘sconosciuto’, che ha superato un concorso a cattedra e ora insegna nella storica Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, è stato l’unico italiano invitato a collaborare al ‘The Cambridge Companion to Constant’ edito da Helena Rosenblatt nel 2009).

Ricordando queste vicende, non intendo di sicuro fare il processo alla nostra ‘repubblica delle lettere’ ma, al contrario, far rilevare l’esistenza di un ‘pluralismo reale’,fondato su una naturale divisione di risorse e di ‘utilità’. A quanti appaiono spesso nel grande teatro dei dibattiti di ‘politica e cultura’ vanno gli allori della notorietà, i gettoni di presenza, le pingui remunerazioni per gli articoli che scrivono sui grandi quotidiani o gli interventi nelle trasmissioni ‘impegnate’ di maggior successo; a quanti fanno ritirata vita accademica si prospetta una carriera universitaria tutto sommato ben retribuita e la stesura di tomi a ridotta circolazione, destinati ad essere letti prima dai loro commissari concorsuali e poi dai loro studenti. Da una parte il fumo della fama, dall’altra, l’arrosto del posto assicurato che, nel nostro paese, è il sogno nel cassetto dell’80 % degli italiani; da una parte, articoli e interventi brillanti che fanno discutere e spesso danno la stura sui quotidiani a tormentoni che sembrano inesauribili, dall’altra, ricerche filologiche (più o meno utili e riuscite) destinate ad essere citate ‘in nota’ per qualche decina di anni. (Diamo per scontato che i due campi non siano separati da una muraglia cinese e che, ad esempio, un grande filologo classico come Luciano Canfora possa trovarsi a proprio agio sia nell’uno che nell’altro).

 Fin qui tutto andrebbe ancora bene e sarebbe stolto lamentarsi avendo in vista una società ideale in cui tutti i valori buoni convergono su uno stesso punto (ma poi siamo davvero sicuri che ci piacerebbe?). In Italia, però, c’è un fattore che rende molto problematico il “pluralismo reale” che pur vi si trova : da noi,più che in altri paesi europei, per ragioni storiche che non è qui il caso di ricordare, la political culture contrapposta alla academic culture sembra avere un solo colore, il rosso che può sfumare sino al rosa o accendersi sino al rosso fuoco. Gli intellettuali impegnati appartengono, fin dai tempi del Risorgimento, quasi tutti all’area progressista e fanno parte di una consorteria che, in pratica, decide le linee editoriali delle grandi case (anche quando appartengono a Silvio Berlusconi), dei grandi magazine, delle trasmissioni radiofoniche e televisive che “fanno cultura”. E’ difficile entrare nel ‘sistema’ per chi non fa parte della ‘comunità dei credenti’, e quei pochi che ci sono riusciti (come Marcello Veneziani) sembrano fungere solo da ‘alibi pluralisti’. Mediocrissimi studiosi, seguaci di mode culturali effimere, come il republicanism, in quanto sono dei “nostri”, possono così pubblicare qualsiasi sbrodolatina retorica con gli editori di Benedetto Croce e di Rosario Romeo, di Antonio Gramsci e di Luigi Einaudi, di Gaetano Salvemini e di Adolfo Omodeo.Un esito triste e malinconico di una grande stagione letteraria e filosofica, non c’è che dire: ma anche qui, per un liberale, non ci sono rimedi possibili e praticabili. Se le stelle del firmamento editoriale sono stelle cadenti peggio per loro,non si può, certo, imporre la ‘qualità’ dei manufatti letterari e scientifici per decreto legge.

Sennonché, si avvertiva da tempo che dell’esistente non ci si accontentava più, che la sindrome dell’asso pigliatutto si stava impadronendo degli animi e che, con la crescente insoddisfazione per quello che si ha e si è, si assisteva alla liquidazione(non si sa quanto inconsapevole o programmata) del pluralismo: agli intellettuali militanti, invitati e celebrati nei Convegni, esaltati sulle terze pagine, discussi a Fahrenheit, non bastava più il palcoscenico mediatico. Ma come?, constatavano masticando amaro, l’aver pubblicato tre/quattro libri con Laterza non dovrebbe dare un maggior diritto a occupare una cattedra universitaria rispetto a quanti, nei concorsi, presentano libri del CET (Centro Editoriale Toscano) o dell’Editoriale Scientifica di Napoli? Dagli oggi, dagli domani, questa logica sembra essere stata pienamente recepita dal legislatore. Per evitare gli arbitri concorsuali, il Ministero ha redatto un elenco minuzioso di case editrici e di riviste, disposte in ordine di rilevanza scientifica, che dovrebbe assicurare parametri di obiettività nei giudizi comparativi sui candidati. Non più le valutazioni a casaccio, non più la discrezionalità dei commissari, non più il doppiopesismo: ormai si è tutti eguali davanti alla legge e le logiche separate che tenevano in vita il pluralismo culturale vanno cancellate.

Come capita, però, spesso in Italia, l’eguaglianza e l’universalismo sono taroccati :la legge che vale ‘erga omnes’, infatti, non viene dettata dall’interesse generale, dal ‘bonum commune’ (posto che esista) ma dalla ‘ragion sociale’ della ‘pars sanior’, dei “pochi ma buoni” che mettono la conoscenza al servizio dell’Umanità – ovvero traducono il sapere in programmi politici – e che vengono riconosciuti dalla stampa e dalla TV come i nuovi principi della Repubblica delle Lettere. A partire dalla riforma universitaria, infatti, saranno i riflettori massmediatici, l’attenzione riservata agli autori sui domenicali vari, il numero di interviste rilasciate ai ‘canali televisivi intelligenti’, a mettere gli studiosi in cattedra : ai commissari resterà una sola funzione, quella notarile. E’ il sogno eterno dei giacobini di ogni colore: eliminare ogni tipo di ‘discrezionalità nei rapporti sociali e affidare tutto alle leggi e alle loro ‘norme attuative’, senza essere minimamente sfiorati dal dubbio che possa esserci un legame ‘naturale’ tra libertà e discrezionalità

In un’ottica liberale, che si esercitino ‘influenze’, che si formino grumi sociali di ineguaglianza, che alcuni (giornali, editori etc.) contino de facto più di altri non può essere oggetto di lamentazione. E non lo può in base al principio che, per quanto spiacevoli e deprecabili siano le ineguaglianze, che si costituiscono nella ‘società civile’, esse risultano sempre preferibili alle eguaglianze imposte dall’alto, per decreto legge e destinate, pertanto, a ricreare altre ineguaglianze e altri privilegi : quelli degli ingegneri sociali incaricati, appunto, di renderci tutti uguali.

Quello che è intollerabile, invece, è che le risorse a disposizione dei detentori del ‘potere intellettuale’ (redazioni, TV, case editrici) di una stagione storica diventino parametri di valutazioni che passano per oggettivi e imparziali sicché quanti, ad esempio, hanno libero accesso alle edizioni del ‘Mulino’possono considerarsi, ipso facto, in pole position per il reclutamento universitario. Ci si chiede, però, come faccia uno stato di diritto a conferire un potere riconosciuto, sia pure indirettamente, dalle leggi – il mio libro edito dal Mulino ha più valore del tuo edito da Brambillone – a decisori che sono stati cooptati in una redazione, più che per i loro meriti scientifici , per il loro schieramento ideologico-culturale. (il che non significa necessariamente ‘di partito’). Nulla vieta, beninteso, che del Comitato scientifico di Laterza possa far parte legittimamente anche il tesoriere del SEL o del PD a patto, tuttavia, che quel Comitato non costituisca quasi una pre-commissione concorsuale, tenuta a trasmettere i suoi ‘atti’ – ovvero i testi col marchio della fabbrica libraria à la page – a quella nominata dal Ministero.

Facendo parte della corporazione dei (presunti) baroni universitari, so bene che gli Atenei non sono più quelli ereditati dall’età giolittiana e sopravvissuti (in parte) alla dittatura fascista. Demagogia e università di massa hanno fatto a pezzi la serietà degli studi, hanno svuotato il valore dei diplomi di laurea, hanno rinunciato a esigere dai docenti un impegno didattico e scientifico all’altezza dei tempi. Sentendo parlare certi colleghi, mi viene da pensare, talora, che la loro preparazione non sia superiore a quella dei miei vecchi professori di scuola media. Nessuno di questi avrebbe accettato di far da relatore a un allievo che, sostenendo con me il suo ultimo esame (‘Storia del pensiero politico’), prima della discussione della tesi, mi aveva risposto che non sapeva nulla di John Locke, del costituzionalismo inglese e della Gloriosa Rivoluzione del 1688 giacché si stava laureando in Storia contemporanea non….in Storia moderna! Detto questo, però, ribadisco che non c’è illusione più fatale e pericolosa di quella che vuol raddrizzare i costumi con le leggi e far corrispondere all’aumento dei segni di decadenza un aumento parallelo delle norme intese a’ porre un freno’ alla deriva morale dei tempi. E’ una lezione che aveva già dato Alessandro Manzoni nel capitolo sui Promessi Sposi in cui si parla delle grida contro i bravi ma i nostri governanti non sembrano averne fatto tesoro.

Invece di ridurre drasticamente il numero dei ‘baroni’ degeneri, eliminando sul serio le facoltà inutili (a cominciare da quelle periferiche) e la moltiplicazione dei pani e dei pesci degli insegnamenti e dei corsi di laurea, i nostri illuminati ministri hanno preferito non toccare i privilegi dei professori – tanto, con l’età,è il loro calcolo, molti se ne andranno in pensione – ma li hanno privati di ogni potere e di ogni discrezionalità valutativa. Chiaramente i docenti non ispirano più alcuna fiducia e, pertanto, non si può più correre il rischio che considerino un saggio pubblicato (per caso) sui ‘Quaderni del Tempietto’ dei Salesiani di Cornigliano più profondo di un’analisi ospitata nei ‘Quaderni di Scienza politica’ fondati dal compianto Mario Stoppino. Mala tempora currunt ma quel che più spiace e fa tristezza è l’applauso dei garantisti, di quanti, equivocando Montesquieu, pensano che più leggi ci sono, più protetti e più liberi ci ritroviamo. Finalmente, esultano, abbiamo regolamenti oggettivi e imparziali ! E quale intima gioia non procura loro la norma che, nella formazione delle commissioni universitarie e nella redazione delle riviste e delle collane editoriali ‘accreditate’ dagli esperti nominati dal Ministero della P:I. e dell’Università, debbono figurare professori stranieri! Ma tale disposizione può davvero costituire una garanzia di serietà e di rigore per i nostri studi superiori? Farebbero un prezioso acquisto in Italia le scienze umane se uno dei nostri maître-à-penser – di quelli che scrivono su ‘Repubblica’ e su ‘Micromega’ e che pubblicano da Laterza qualsiasi cosa venga loro in mente – riuscisse a far cooptare in qualche redazione un suo corrispondente francese o qualche violino di spalla della filosofia rawlsiana, incontrato alla Columbia University? Chi sia lo straniero che fa status, e in base a quali criteri sia stato scelto dai responsabili del periodico e della casa editrice ,che per questo vengono così apprezzati dalle autorità scolastiche, non sembra avere alcuna importanza. E in effetti non ce l’avrebbe se la sua presenza o la sua assenza non facesse collocare, per legge, la rivista in una fascia superiore o in una inferiore.

Nella società aperta non ci sono poteri de facto i cui deliberati legis habent vigorem: le decisioni vincolanti per tutti, debbono essere assunte da figure”pubbliche” reclutate in base a precise normative e tenute a rispondere del loro operato, in caso di comportamenti arbitrari e discriminativi, davanti alla magistratura. Se un direttore editoriale, pubblicando il libro di Tizio, dà a Tizio un punteggio concorsuale superiore a quello di Caio – che presenta un libro pubblicato da una casa di serie C – quel direttore editoriale si ritrova a svolgere un ruolo ‘ufficiale’ che non può non porre problemi di legittimità (chi gli ha affidato un incarico così importante?) e di controllo (come garantirsi da eventuali favoritismi?). Ancora una volta, in Italia, tra la ‘via liberale’ e la ‘via statalista’ si interpone la ‘terza via’: nessuna interferenza dello Stato nella nomina di uno staff editoriale – affidata al mercato, a considerazioni di opportunità, a legami familiari, a vincoli di appartenenza ideologica etc. – ma rilevanza pubblica alle decisioni prese dallo staff. Che nella presunta patria del diritto nessun giudice, nessun giurista abbia rilevato tale anomalia la dice lunga sulla nostra civic culture!

In realtà, una commissione concorsuale che si rispetti, anche senza i parametri degli esperti ministeriali, prenderebbe in seria considerazione un libro pubblicato dal Mulino ma non sarebbe tenuta a concludere che basti il marchio di fabbrica della premiata ditta bolognese per farlo ritenere superiore al libro pubblicato da Brambillone di Casalpusterlengo; la presenza di uno studioso straniero in un comitato redazionale attesta una indubbia apertura intellettuale agli scambi e alla collaborazione internazionale ma non garantisce, in quanto tale, il raggiungimento dell’obiettivo – il reciproco arricchimento dei saperi che si confrontano e si trasmettono. Poiché di studiosi stranieri mediocri ce ne sono tanti (almeno quanti se ne trovano nel nostro paese), il prestigio di una pubblicazione non è assicurato dagli apporti esterni ma dal valore scientifico dei suoi collaboratori, che potrebbero essere, indifferentemente, in parte italiani e in parte stranieri o, al contrario, tutti italiani. Tra una rivista che avesse un comitato direttivo composto da quattro italiani, due francesi e due tedeschi, tutt’e otto di scadente qualità intellettuale, e un’altra con un direttivo composto da otto italiani, tutti studiosi di cifra elevata, in base alle norme ministeriali, la prima dovrebbe venir considerata più ‘virtuosa’ della seconda. Ha davvero senso tutto questo? Spero proprio, per il bene del nostro paese, di non essere il solo a farsi la domanda. Se le riforme pensate in Italia ci facessero unicamente sprofondare nel ridicolo, potremmo anche sopportarle e fare buon viso a cattivo gioco ma, purtroppo, da noi il ridicolo è sempre, per citare il Canto XIII dell’Inferno dantesco, un “tristo annunzio di futuro danno”.

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