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Presentato il Piano nazionale della Ricerca

“Università, occorrono politiche di crescita ma senza proposte in deficit”

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"Siamo tutti consapevoli della necessità di innescare delle politiche di crescita, che tuttavia non possono essere più proposte in deficit. Anzi, proprio il venir meno della connessione tra economia reale ed economia virtuale ha imposto in Europa l'assunzione di un impegno di azzeramento del deficit e rientro dal debito, frutto anche della rivisitazione critica delle scelte compiute nei decenni passati". E' un passaggio dell'intervento di Gaetano Quagliariello, vicepresidente dei senatori Pdl, al convegno nel corso del quale il ministro dell'Istruzione Gelmini ha presentato il Piano nazionale della Ricerca. Ecco il testo integrale.

Signor Ministro, colleghe e colleghi, gentili ospiti, il lavoro che il Ministro Gelmini e il Ministero da Lei guidato ci presentano cade in un momento particolare della storia, che ci ha visto fronteggiare una crisi economica inattesa e senza precedenti.

Il nostro Paese si è trovato, soprattutto nella fase di gestione della crisi, in una posizione di svantaggio dovuta ad una serie di "carichi pendenti" più gravosi rispetto ad altri Paesi. Se ne possono citare tre, in particolare, che ci hanno reso più difficile il compito: in primis il nostro debito pubblico, che rappresenta un freno strutturale al rilancio dell'economia nella fase di uscita dalla crisi; l'alto costo dell'energia, dovuto a scelte sbagliate compiute nei decenni passati e, di conseguenza, alla dipendenza italiana dall'estero in campo energetico e aggravato, oggi, dalle crisi politiche che interessano aree dove sono situati importanti bacini di rifornimento per il nostro Paese; ultimo, ma non per importanza, in rapporto ai costi, l'inefficiente funzionamento della macchina statale, fattore di rallentamento di qualsiasi processo improntato all'avanzamento delle nostre condizioni economiche. In tale situazione, quindi, e con questi carichi da portare sulle spalle, il primum vivere è consistito nel cercare di resistere, evitando di trovarsi nella medesima situazione di altri Paesi, che hanno convissuto con lo spettro di una prospettiva inedita: il fallimento dello Stato.

Tenuto conto, dunque, del contesto in cui si situa oggi l'azione di governo, siamo tutti consapevoli della necessità di innescare delle politiche di crescita, che tuttavia non possono essere più proposte in deficit. Anzi, proprio il venir meno della connessione tra economia reale ed economia virtuale ha imposto in Europa l'assunzione di un impegno di azzeramento del deficit e rientro dal debito, frutto anche della rivisitazione critica delle scelte compiute nei decenni passati.

A lungo l'attuale maggioranza di governo è stata sfidata sul tema della ricerca e delle risorse ad essa destinate. Siamo stati ingiustamente accusati dall'opposizione di non avere sufficiente sensibilità rispetto a queste tematiche e di non esserci occupati della crescita del paese, a differenza di paesi virtuosi che in fase di recessione avrebbero invece investito sulla ricerca. In realtà, al di là della propaganda, c'era la consapevolezza che il problema degli investimenti esisteva, ma vi era a monte e ancor prima la necessità di cambiare filosofia e regole del gioco rispetto al passato. Ad imporci questo cambio di rotta è stata anche e soprattutto la consapevolezza della nuova fase apertasi per l'economia mondiale e, di conseguenza, per la classe politica chiamata a gestire questa complessa fase.

Il Piano nazionale della Ricerca 2011-2013 è costruito intorno a tre parole, che rappresentano anche le principali direttrici dell'intervento del governo sulla scuola e sull'università. Parole bandite in passato e che, invece, il documento presentato oggi dal Ministro Gelmini rimette al centro: cooperazione, competizione e merito, ecco i tre pilastri su cui poggia l'edificio della ricerca, per come essa è concepita dall'attuale maggioranza di governo.

Per quanto riguarda i due concetti di cooperazione e competizione, è possibile declinarli insieme, visto che contengono al loro interno il medesimo messaggio. Del resto, competizione deriva dal latino cum petere, e cioè "chiedere insieme": una forma di cooperazione attiva, responsabile e fondata sulla ricerca di risultati sempre migliori, un confronto che punta al rialzo delle potenzialità per fare in modo che esse trovino espressione in risultati sempre più elevati.

In tutto ciò subentra immancabilmente, come terzo elemento chiave, il merito, in antitesi con la filosofia egualitarista che è stata a lungo egemone nel campo dell'istruzione e persino della ricerca.

La declinazione dei tre principi appena elencati porta ad alcune conseguenze obbligatorie, recepite da questo piano e tradotte in concreti strumenti di intervento. In primis, l'assunzione di un criterio di sussidiarietà. A lungo si è ritenuto che la ricerca fosse e dovesse essere unicamente competenza dello Stato, secondo la mentalità per cui "è lo Stato che fa; è lo Stato che interviene". Un'impostazione frutto, a sua volta, di una concezione interventista e programmatoria dell'attività statale che ha portato l'Italia, in Europa, ad avere il contributo percentualmente più basso del settore privato alla ricerca: i dati in possesso del Cnr registrano una spesa delle imprese sul Pil nazionale pari allo 0.61 in Italia rispetto all'1.12 dell'Europa dei 27 e all'1.92 degli Stati Uniti. Analizzando il rapporto tra la contribuzione statale e quella privata il nostro appare - e non è un'esagerazione - un paese post-sovietico, che lentamente esce dal tunnel del dirigismo e dello statalismo.

Il Piano nazionale della Ricerca 2011-2013 segna una netta inversione di tendenza, introducendo il principio dello "Stato che aiuta a fare" in sostituzione del principio secondo cui è lo "Stato che fa". Pur restando fermo l'obbligo di finanziamento, in sostanza, si compie un passo ulteriore affermando che tale finanziamento deve fruttare un investimento ancora più alto. Proprio in quest'ottica, i 1.772 milioni di euro stanziati vengono erogati nella prospettiva, già calcolata, di un volume complessivo di investimenti a loro volta generati e pari a 2.522 milioni di euro. Il che significa, quindi, non solo finanziare, ma fare in modo che si inneschi un meccanismo moltiplicatore delle risorse erogate, attraverso una cooperazione sempre più stretta tra pubblico e privato.

Lo Stato, dunque, non può limitarsi ad elargire fondi, ma deve essere ispirato da una strategia di fondo. In Italia, in particolare, questa strategia deve poggiare sulla necessità che l'apparato statale impedisca di disperdere risorse e che, di contro, agevoli la formazione di una massa critica senza la quale il nostro Paese verrebbe inevitabilmente sospinto fuori dalla competizione. La struttura economica italiana, infatti, è sempre più caratterizzata da una piccola e media industria diffusa che, se da una parte per la sua elasticità, diffusione, fantasia, capacità di adattarsi al mercato rappresenta un'insostituibile risorsa, dall'altra rende però più complessa la formazione di quella massa critica di cui parlavamo poc'anzi e che la competizione all'interno del contesto globale impone.

L'azione dello Stato, in tal senso, deve essere quella di stimolare l'investimento privato e convogliare le risorse in modo da non disperdere le potenzialità diversamente, quindi, da quanto è avvenuto finora. Nel solco di questa strategia la più rilevante innovazione contenuta nel piano è quella, appunto, di evitare i finanziamenti a pioggia, concentrando le risorse a disposizione su quelli che vengono definiti "progetti bandiera" e che corrispondono ai campi di eccellenza in cui l'Italia può emergere. Tutto ciò rimanda, del resto, a una delle stagioni più felici del rapporto tra Stato e ricerca: quella dei "progetti finalizzati" degli anni Ottanta, quando per la prima volta s'innescò una sinergia significativa tra ricerca pubblica e impresa e che, non a caso, fecero fare un balzo incredibile alla ricerca italiana.

Su queste premesse è possibile innestare quel circolo virtuoso tra cooperazione e competizione sia al livello nazionale che al livello europeo e internazionale. Non c'è dubbio che, in pieno processo di globalizzazione, vadano cercate sintesi quanto meno europee; e non c'è dubbio che preoccupino, in quest'ottica, i processi di rinazionalizzazione delle politiche a cui assistiamo, anche nel campo della ricerca. Ciò premesso, va anche ribadito che la cooperazione non può intendersi come mero accodamento dell'Italia a priorità, strategie, eccellenze fissate altrove. E' assolutamente necessario che nel meccanismo di cooperazione l'Italia difenda e promuova la sua specificità, tornando ad essere protagonista.

Questo obiettivo rimanda poi al metodo da utilizzare per riparare ad un'ulteriore distorsione, sorta negli ultimi anni a seguito delle differenti campagne contro la fuga dei cervelli. Anche su questo aspetto il Piano giunge ad innovare. Bisogna avere chiaro, in questo caso, che la soluzione al problema non è quella di puntare ad un'anacronistica autarchia dell'intelligenza. Nel mondo globalizzato è un fatto positivo che i giovani vadano all'estero e che i diversi patrimoni culturali, i laboratori, le scuole e i vari gruppi di ricerca nazionali si possano contaminare tra loro. La battaglia da combattere è, piuttosto, quella per la riapertura della "circolazione della élite di intelligenze", evitando di essere semplicemente un paese esportatore di sapere e di risorse umane, non in grado di attirare i migliori dall'estero.

Se ciò è valido in ambito internazionale lo è anche in ambito nazionale, rispetto a quanto si verifica tra il Nord e il Sud del nostro Paese. Il Mezzogiorno, indubbiamente, soffre di una situazione di svantaggio ed è innegabile che anche i maggiori poli d'eccellenza nel campo accademico e della ricerca risentano di una fase di declino che va ormai avanti da diverso tempo. C'è bisogno, a Sud, di una rivalutazione del capitale umano, a partire dalle condizioni di contesto più che dai finanziamenti erogati: oltre ai problemi che riguardano le infrastrutture e la criminalità organizzata, anche la messa a frutto delle risorse umane a disposizione è un fattore cruciale per la crescita, che presuppone la creazione di progetti e ambienti adeguati dove poter esprimere il massimo delle sue potenzialità.

Troppo a lungo si è creduto che il contributo alla ricerca potesse realizzarsi semplicemente tramite l'innalzamento del budget ad essa destinato.

Questo PNR ci dice che le cose sono più complesse e, di conseguenza, indica una strada più ambiziosa: quella di rivedere profondamente il rapporto tra finanziamento pubblico e privato, facendo assumere allo Stato il ruolo sussidiario di chi aiuta non solo a fare, ma anche a concentrare le forze creando le condizioni per poter competere in ambito internazionale; di tornare ad essere protagonisti in Europa, di riattivare la circolazione della élite di intelligenze, sia in ambito internazionale che nazionale.

Solo se questi obiettivi saranno colti la ricerca potrà divenire realmente parte della politica economica, facendosi carico dei suoi problemi in una fase storica di profonda riconsiderazione dei suoi parametri. E soltanto a queste condizioni potrà essere realmente considerata un fattore di crescita, anziché accontentarsi di essere un argomento fittiziamente polemico per chi è privo di idee.

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