Uno schiaffo all’Italia il rifiuto del Brasile su Battisti

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Uno schiaffo all’Italia il rifiuto del Brasile su Battisti

15 Gennaio 2009

 

“Cesare Battisti fu negli anni ’70 militante di Autonomia Operaia, lottò per l’emancipazione dei lavoratori e per la giustizia sociale. Fu giudicato e condannato per atti commessi come militante comunista e operaio. La giustizia italiana, in quegli anni, fu dominata dalla ragione di Stato: previa, in tutti i casi, punizione esemplare per i ribelli e, conseguenza di ciò, fece uso di accuse false, utilizzò leggi che garantivano impunità per i delatori e, in molti casi, promosse l’uso di agenti provocatori. Lo Stato italiano, in quegli anni, non esitò neanche a ricorrere al terrore di massacri indiscriminati, per costruire uno schema di repressione degli ‘opposti estremisti’. Nessuno degli agenti provocatori e degli assassini fascisti che posero in opera questo progetto fu mai preso né condannato”.

Scusate, ma questo è l’attacco, tradotto dal portoghese, della petizione che, prima della decisione di rifiutare l’estradizione, è stata spedita all’”Eccellentissimo Signor Tarso Genro, Ministro della Giustizia del Brasile”. Una visione della storia italiana che ha evidentemente all’estero molti e illustri fautori, visto che perfino il sociologo e ex-deputato svizzero Jean Ziegler, noto guru del terzomondismo e attuale relatore del Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu sul diritto all’alimentazione, si è detto “totalmente solidale col movimento sociale che vuole impedire l’estradizione di Cesare Battisti”. Per Ziegler, “Battisti ha cercato rifugio in Brasile, che è una terra tradizionale di asilo, ed è necessario in maniera assoluta che il Brasile dia a Battisti un visto di permanenza umanitario e protegga da un’estradizione”. Detto fatto. E il ministro della Giustizia Tarso Genro ha by-passato il parare negativo dello stesso Comitato nazionale per i rifugiati, concedendo motu proprio lo status di rifugiato politico. Lo stesso Genro, in effetti, è uno dei molti dirigenti del Partito dei Lavoratori di Lula che negli anni ’60 ’70 fuggirono esuli da un Brasile dove era al potere una giunta militare che torturava gli oppositori e assimilava tutte le sinistre a “terroristi”, per il fatto che effettivamente c’erano delle componenti che avevano scelto la lotta armata. Peraltro, con scarsissima fortuna.

Proprio perché una gran parte di questi personaggi non hanno avuto esperienza diretta dell’Italia di allora, sarebbe magari il caso di riepilogare qualcosa a loro beneficio: magari, solo per scrupolo di correttezza storica. Un pro memoria riguarda ad esempio il fatto che non tutti i “responsabili di strage fascista” sono in realtà ignoti: per lo meno, Giusva Fioravanti e Francesca Mambro sono stati dentro proprio per l’accusa relativa alla bomba alla Stazione di Bologna. Un altro pro memoria è che anche fra gli accusati di terrorismo rosso c’è chi l’ha scampata alla grande. Vedasi appunto i bruciatori di minorenni Pietro Mancini, Luciano Pessina e Achille Lollo, la cui precedente non estradizione del Brasile era indicata dagli estensori del citato appello come “precedente positivo” per chiedere un’analoga risoluzione per Battisti. Terza notazione: il governo di quell’epoca ebbe per parecchi anni un partner fondamentale nel Pci di Enrico Berlinguer, associato a tutte le scelte principali nelle formule della non sfiducia e della solidarietà nazionale. E una quarta cosa che merita di essere ricordata è che proprio in quell’Italia “fascista” si rifugiarono un bel po’ di brasiliani e altri latino-americani in fuga dalle repressioni nei loro Paesi: in generale, coccolati e vezzeggiati dagli establishment politici e culturali. Su tutti, li ricordate gli Inti Illimani nel loro “buen retiro” di Genzano?

Messi un po’ di puntini sulle i, sarà però forse il caso di non caricare di troppi sottintesi politici la decisione del Brasile. Non sappiamo se coloro che applaudono Genro per non aver estradato Battisti applaudiranno Genro pure per non aver estradato 13 militari brasiliani di cui pure la nostra magistratura aveva chiesto il giudizio, per responsabilità in omicidi di cittadini italiani al tempo dell’Operazione Condor: il network che i servizi dei regimi militari latino-americani di destra avevano stabilito per sequestrare e uccidere gli oppositori all’estero. Ma il no è stato altrettanto netto e altrettanto cavilloso: la Costituzione non consente l’estradizione di incriminati con motivazioni politiche, anche se rapinatori assassini di gioiellieri e paralizzatori di loro figli; la Costituzione non consente l’estradizione di cittadini brasiliani, anche se torturatori genocidi. D’altra parte, il Brasile non consente l’estradizione neanche di “genitori di cittadini”. Infatti Ronald Biggs, l’uomo della grande rapina al treno a Londra del 1963, riuscì a scamparla semplicemente col mettere incinta una prostituta: il precedente cui si appellò anche la cantante messicana Gloria Trevi, accusata di abusi sessuali, col farsi mettere incinta in carcere per non farsi rimandare al suo Paese; salvo che in quel caso il figlio di padre ignoto condivideva la sua nazionalità, e così l’inghippo non scattò. Brasile, terra di asilo. Diciamo così.