Usa e Iraq raggiungono un accordo ma che accadrà dopo il ritiro?

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Usa e Iraq raggiungono un accordo ma che accadrà dopo il ritiro?

20 Novembre 2008

In attesa delle elezioni provinciali del 31 gennaio, che misureranno la strada  dall’Iraq verso la normalità, l’accordo tra Washington e Baghdad segna la vittoria di Bush e Petraeus – oltre che di Mahliki e dell’ayatollah Sistani – i cui frutti saranno colti però da Barack Obama, ovvero da chi ha sempre osteggiato la realizzazione della surge, cioè di quella azione che ha materialmente permesso il nuovo trattato.  Dopo i successi militari raggiunti dal piano fortemente voluto dalla amministrazione repubblicana stanno arrivando anche i successi politici senza i quali la strategia anti Al Qaida risulterebbe vana.

Il primo risultato, incredibile fino a pochi mesi fa, è stato quello di rafforzare il premier iracheno al Maliki che ha condotto una partita tutta interna al mondo sciita per mostrarsi come un uomo d’ordine nazionalista, ascoltato sia Washington che a Teheran, riuscendo nello stesso tempo a indebolire le altre fazioni religiose, a cominciare da quella di Motqada al Sadr. Il secondo successo, ancora non compiuto in modo completo e sempre a rischio di fallimento, è rappresentato dalla capacità, anche se lenta, di riassorbire nei ranghi della amministrazione statale i miliziani sunniti responsabili della rivolta contro al Qaeda. Anche la capacità di indire elezioni provinciali all’inizio del 2009 rappresenta un altro importante passo verso la riconciliazione nazionale, dimostrando la capacità del parlamento iracheno di legiferare e la volontà della maggioranza dei partiti di riportare lo scontro etnico e religioso entro l’arena del dibattito politico.

Adesso, un mese e mezzo prima della scadenza del mandato ONU, arriva anche il nuovo accordo tra Stati Uniti e Iraq. L’intesa è composta di due parti separate: da una parte la definizione dello status delle forze americane sul territorio iracheno (SOFA, acronimo di Status-of-force Agreement), dall’altra un accordo quadro strategico. Il primo trattato riguarda lo statuto giuridico delle truppe; è uno dei tanti SOFA nel mondo, circa 150, e svolge la funzione di preservare la catena di comando mettendola al riparo da interferenze da parte del paese ospitante dando la garanzia alle truppe USA di agire coperti dall’ombrello giuridico americano. Il secondo protocollo riguarda invece i principi generali della collaborazione tra i due paesi su molteplici aspetti, da quelli di sicurezza allo sviluppo economico e sociale.

Il primo ministro Nouri al Maliki ha rivendicato davanti alle tv la bontà dell’accordo che, per essere valido, deve essere approvato dal parlamento e ha accusato molti politici iracheni di doppiezza, essendosi schierati in privato a favore dell’accordo e criticandolo in pubblico. I riferimenti a Motqada al Sadr e al suo partito, che non dispone della forze per boicottare l’intesa (ha 30 deputati su 275), come pure alla formazione sunnita di Ayad Allawi (20 seggi) non sono peregrini. Entrambi infatti si oppongono, anche se per opposti motivi, al trattato: i primi perché lo vedono come una svendita della sovranità irachena, i secondi per paura di essere abbandonati da parte dei loro alleati più fedeli contro il predominio scita.

Ma il dissenso interno si deve confrontare, come al solito nei momenti caldi della politica irachena, con le decisioni del Grande Ayatollah Ali Sistani che, nel corso di un incontro con una delegazione di politici sciiti, ha appoggiato l’accordo affermando che non viola la sovranità dell’Iraq condizionando la sua legittimità all’accordo delle fazioni in lotta. Anche l’Iran, dopo l’appoggio cauto alla pacificazione del vicino – si vedano gli episodi della tregua dell’esercito del Mahdi in concomitanza con la surge e la mediazione svolta tra i combattenti nel caso degli incidenti di Bassora – e in attesa di poter giocare la partita senza l’ingombrante presenza americana, sembra guardare con occhio realistico al nuovo quadro.

Comunque sia è da registrare una non omogeneità del fronte iraniano: in assenza di dichiarazioni ufficiali del governo, accanto alle frasi roboanti del portavoce del parlamento di Tehran Ali Lariani, secondo cui “gli Stati Uniti stanno cercando di trasformare l’Iraq in uno stato americano”, e di altri leader conservatori, vanno registrate le parole rassicuranti dell’ayatollah Mahmoud Hashemi, capo del sistema giudiziario e non certo un riformista: “il governo iracheno ha agito bene. Speriamo che il risultato vada a beneficio dell’Islam e della sovranità dell’Iraq. Speriamo che le truppe americane lascino l’Iraq in accordo con il piano”.