Va bene il dialogo con l’opposizione ma non facciamoci fregare
19 Maggio 2008
Quella sottile linea che delimita un sistema condiviso dalla consociazione: attenzione a individuarla e a non superarla. Non si tratta solo di un monito. E’ anche un programma che deve valere per queste prime settimane del nuovo governo.
Nel proposito di dare forza alla novità emersa dalle ultime elezioni – la centralità di due partiti a vocazione maggioritaria entrambi rivolti verso il centro del sistema e la conseguente penalizzazione delle "estreme" – rientra senz’altro la necessità di adattare insieme le istituzioni formali a quanto spontaneamente prodotto dal corso della vicenda politica.
Per questo, nessuno potrà tacciare nessuno di consociativismo se si provvederà a cambiare insieme i regolamenti parlamentari, rafforzando allo stesso tempo il ruolo di decisione del governo e quello di controllo dell’opposizione. E neppure se, dopo questo primo passo, si metterà mano a una riforma condivisa della Costituzione, magari in maniera meno rozza e più incisiva di come si sarebbe voluto fare nella scorsa legislatura. Infine, se si eviterà di far passare la cosa come mero calcolo di bottega, è del tutto legittimo che PdL e Pd s’impegnino insieme affinché la frammentazione cacciata dalla porta nelle elezioni politiche legislative non rientri immediatamente dalla finestra delle elezioni europee. In Europa il problema della governabilità non si pone negli stessi termini nei quali esiste al livello nazionale, ma perché mai si dovrebbe consentire anche a chi raccoglie solo lo 0,6% di essere rappresentato?
Vogliamo aggiungere un ulteriore tassello. Se nel campo della politica estera vi sono uomini dell’opposizione che emblematicamente esprimono l’esistenza di valori di fondo comuni e che, per questo, possono attestare all’estero il raggiungimento di questa maturità del nostro Paese, può essere conveniente assegnare loro incarichi di prestigio.
A questo punto, però, ci si deve fermare. Non solo: è necessario pretendere che l’opposizione nella scelta degli uomini che dovranno guidare importanti organismi di controllo dimostri di aver abdicato al giustizialismo e all’antico proposito di voler delegittimare l’avversario.
Il rischio, in caso contrario, è che la linea del dialogo ceda alla tentazione di una vecchia tattica comunista. Quella di occupare da un canto, per quanto possibile, attraverso un moderatismo di facciata, i gangli vitali dello Stato per mettere sotto tutela il governo dell’avversario; dall’altro di colpire in modo estremistico e indiscriminato, utilizzando magari per la bisogna qualche alleato più estremista.
Non intendo con questo screditare il tentativo di rinnovamento inaugurato dall’opposizione attraverso la formazione del "governo ombra". Voglio piuttosto affermare che, a volte, i buoni propositi si incoraggiano anche sapendo dire dei no. Perché le mentalità degli uomini sono assai più resistenti delle ideologie. E se le si induce in tentazione esse possono riattivarsi e tornare a produrre disastri politici, anche in assenza dell’ideologia di riferimento.
