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A chi fa paura

Ve lo racconto io, il vero Craxi

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Il decennale della morte di Bettino Craxi ha fatto emergere che la sua figura e il suo messaggio politico e civile sono ben vivi nel cuore e nella mente degli italiani e che sono stati sin qui vani gli sforzi fatti dai vari Di Pietro e Travaglio e da una parte consistente della sinistra e dei giornali per sostenere, in vari modi e misure, che si tratta di una figura controversa, da ricordare con molti se e molti distinguo.

Il presidente della Repubblica, invece, con la sua lettera personale alla vedova di Craxi, ha dato la più autorevole testimonianza che potesse esser data del fatto che egli è una grande personalità della storia patria della seconda metà del novecento. E' soprattutto per le nuove generazioni, che Craxi si è stagliato nella storia e nel mito come un grande personaggio. Ciò è dimostrato dal fatto che ad Hamammet, nel decennale, a onorarlo vi erano moltissimi giovani che si affacciano solo ora al voto o che vi si sono affacciati da poco. Le ragioni per cui a Craxi le generazioni mature, invece, fanno fatica a dedicargli strade o piazze (mentre a Torino esiste ancora Corso Unione Sovietica) consistono nel fatto che la verità su di lui e sulla sua vicenda per molti di loro è scomoda. Hanno paura del suo ricordo.

La principale ragione è costituita dal fatto che egli ha subito varie condanne e processi per illecito finanziamento del partito e, in relazione a ciò, anche per corruzione. Che - per altro - a un'attenta analisi mostra una verità ben diversa dalla vulgata corrente. Converrà esaminare di che si tratta, al di fuori della retorica giustizialista, onde rendersi conto della unilateralità e della inconsistenza di questi iter giudizari e del modo strumentale come sono stati presentati.

Innanzitutto, per quanto riguarda l'unilateralità è da rilevare che solo per Craxi si è applicato il “processo breve”, quello che si fa così fatica a introdurre in Italia per legge. Dal 1992 al 1996 si è celebrato, sulla base di una sommaria istruttoria, in meno di cinque anni un processo in tre gradi, riguardanti finanziamenti illeciti e corruzione ricevuti dal Psi per i lavori alla metropolitana milanese.

Il reato di  corruzione nel caso di una società per azioni non sussiste. La MM che è una società per azioni è stata in questo caso considerata come un ente pubblico con una interpretazione giuridica ad personam. Quanto al finanziamento illecito, dovrebbe essere ricordato che la illiceità dei finanziamenti delle società ai partiti discendeva dal fatto di non denunciarli, non dal fatto di erogarli. Le erogazioni che venivano denunciate erano considerate illecite ai sensi di una legge del 1974. Inoltre il segretario del partito, quando non si trattava del Psi, non è stato generalmente ritenuto automaticamente responsabile dei reati commessi dal segretario amministrativo a cui competeva di dichiarare i finanziamenti ricevuti. Ma per Craxi si è adottato il teorema ad personam secondo cui  “non poteva non sapere”. A quanti altri partiti la MM abbia erogato finanziamenti non è mai stato preso in considerazione. Ma, dato che la giunta comunale di Milano erano composta o da una coalizione di sinistra o da una di centro sinistra, la versione corrente è che i partiti che erano al governo della città ricevevano tutti una quota della parte maggiore della "tangente" del 4 per cento e quelli all’opposizione una quota di una parte minore. La verità è che i partiti si finanziavano tutti in questo modo e che poiché tutti gli operatori che lavoravano per la MM versavano questa somma, questa “dazione” non distorceva la loro scelta. Si può criticare questa prassi, ma sta di fatto che dare tutte le colpe a Craxi è molto unilaterale e lo è tanto più, se ciò viene fatto da esponenti di partiti che, a suo tempo, parteciparono alla "spartizione".

Per Enimont, Craxi è stato accusato di avere ricevuto 11 miliardi per il Psi. Anche qui si tratta si società per azioni. Il processo è finito in secondo grado nel 1997, per morte dell’unico imputato. Quali altri partiti abbiano ottenuto finanziamenti in relazione alla fusione fra Eni e Montedison non si sa. In ogni caso per questo affare il finanziamento al Pci, di cui si ignora l’ammontare globale, per una porzione nota si è tradotto, dal punto di vista processuale, in un fatto personale del compagno Greganti.

C’è anche un altro processo estinto per morte dell’imputato Bettino Craxi, quello relativo al "conto protezione". Il 15 giugno 1999 la Cassazione ha deciso infatti l'annullamento con rinvio della sentenza di condanna in appello. Anche questo è un finanziamento illecito. Ma la sentenza di condanna della Corte di Appello era stata annullata dalla Cassazione. Si è sostenuto che questa dazione del banco Ambrosiano, per la sua protezione politica nelle vicende bancarie, avesse generato anche la bancarotta fraudolenta in quanto il Banco Ambrosiano era fallito. Illazione assurda, in quanto il fallimento di questa banca fu dovuto al fatto che somme ingenti (molto superiori ai miliardi versati al Psi) erano state occultate all’estero. Ed esse sarebbero ampiamente bastate per assicurare la solvibilità del Banco. Questo risultava anche dalla contabilità della Banca di Italia dei conti esteri dell’Ambrosiano. Per le somme versate dall'Enel al Psi, il processo a Craxi è rimasto alla condanna in primo grado nel 1999.

C’è solo un altro processo, oltre a quello della MM milanese per cui Craxi ha ricevuto una condanna definitiva, quello per  fondi pagati da Sai al Psi tramite l’ENI: ma per questo processo l’Italia, a seguito del ricorso dei figli di Bettino, è stata condannata dalla Corte di Strasburgo sui diritti umani per violazione della convenzione sull’equo processo. Ciò perché la sentenza è stata basata su dichiarazioni scritte di testimoni, rilasciate prima del processo e questi testi non hanno deposto durante il processo. La difesa non ha potuto interrogarli e ciò è considerato una grave violazione dei diritti umani dalla convenzione di Stasburgo.

Dunque, se si vuole ragionare in base al diritto, Craxi è stato condannato in via definitiva solo per un processo, quello sulla Metropolitana Milanese, con il teorema per cui "non poteva non sapere". Alla luce di ciò la descrizione di Craxi come una sorta di personaggio politico speciale, dedito alla corruzione appare strumentale. Ogni altro segretario di partito o grande leader politico poteva essere oggetto della stessa accusa. Soprattutto, si domanda in che senso Craxi possa essere dipinto come un mostro mentre i presidenti degli Usa, che vincono le elezioni grazie a finanziamenti giganteschi di imprese e banche sono dei grandi leader politici eticamente corretti. Prevedo l’obiezione: queste società dichiarano le somme donate. Rispondo, prima di tutto, che per le piccole donazioni non vi è la segnalazione dei nomi dei donatori e il totale di queste cifre è enorme. Inoltre, queste dichiarazioni sono incluse in lunghi elenchi che teoricamente si possono consultare ma spesso si tratta di società sconosciute al pubblico, collegate a quelle da cui i finanziamenti in effetti derivano. E comunque questi finanziamenti mettono in luce un nesso fra politica e affari molto più stretto e cospicuo di quello che ha riguardato il Psi di Craxi. Che, in effetti, era autonomo dal mondo delle grandi imprese e delle grandi banche e questo mondo gli era sostanzialmente ostile, nonostante che si debba soprattutto alla sua leadership se l’Italia è tornata, negli anni 80, all’economia di mercato.

Debbono riconoscenza a Craxi in particolare quattro categorie di persone: gli europeisti, i ferventi cattolici, gli imprenditori e i sindacati liberi dei lavoratori, gli ambientalisti. Comincio dai primi, perché ciò riguarda più direttamente la città di Milano, quella in cui si dibatte se dedicargli una strada.

A Milano nel Consiglio europeo del giugno 1985 , presieduto dal presidente del consiglio Bettino Craxi, venne deciso con votazione a maggioranza (7 voti favorevoli e 3 contrari) - procedura eccezionale per tale istituzione - di convocare la Conferenza intergovernativa avente per oggetto i poteri delle istituzioni l'attribuzione alla Comunità di nuovi settori d'attività e l'instaurazione di un autentico mercato interno. Ne è scaturito l’Atto Unico Europeo firmato da tutti gli stati membri nel 1986 ed entrato in vigore nel 1987. Questo atto legislativo di rango costituzionale, come si legge nei testi di storia, costituisce la prima sostanziale modifica del Trattato di Roma. Esso stabilisce di realizzare il grande mercato unico europeo, con la caduta delle barriere doganali fra gli stati membri, entro il 1° gennaio del 1993, di accrescere il ruolo del Parlamento Europeo e la capacità decisionale del Consiglio Europeo mediante la regola delle delibere a maggioranza qualificata anziché all’unanimità. La regola di maggioranza qualificata vale per le modifiche della tariffa doganale europea, per la libera prestazione di servizi, per la libera circolazione di capitali, per la politica comune dei trasporti marittimi ed aerei. Alla Comunità Europea sono state assegnate cinque nuove competenze: mercato interno comune, politica sociale, coesione economica e sociale, ricerca e sviluppo tecnologico e ambiente. Fu Craxi, il decisionista, che, nel vertice di Milano, imponendo l'eccezionale procedura del voto a maggioranza, con cui venne superata l’opposizione di Margaret Tthatcher, fece passare la proposta dell’Atto unico che ha cambiato completamente la Comunità Europea facendola diventare Unione ed aprendo la strada alla tappa finale del Trattato di Maastricht sull’Unione monetaria e alle nuove regole fiscali. E’ questo, sì o no, un fatto storico il cui protagonista si dovrebbe orgogliosamente ricordare?

Ed ora, quello che Craxi ha fatto per il rapporto fra Chiesa Cattolica e stato con la revisione del Concordato del 1984. E un altro evento storico perché la Chiesa cattolica da allora è finanziata con l’8 per mille del gettito dell’Irpef, la nomina dei vescovi non richiede più l’approvazione del governo italiano e il matrimonio cattolico può essere immediatamente trascritto diventando anche tale per il nostro diritto civile.

Per gli imprenditori e i sindacati liberi dei lavoratori, oltre all’apertura ai mercati attuata con l’Atto Unico, ricordo il taglio della scala mobile nel febbraio del 1984 con cui fu sconfitta l’inflazione, la politica di Craxi per l’aumento dell’occupazione e per il made in Italy. Infine, temo che anche gli ambientalisti e le femministe abbiano la memoria molto corta e non ricordino che fu Craxi ad istituire con la legge 8 luglio 1986 il Ministero dell’ambiente, che prima in Italia non esisteva e che ebbe il compito di assicurare la promozione, la conservazione ed il recupero delle condizioni ambientali conformi agli interessi fondamentali della collettività ed alla qualità della vita, nonché la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale nazionale e la difesa delle risorse naturali dall'inquinamento. E fu lui che istituì, per la prima volta nel suo governo, il Ministero delle pari opportunità.

Ovviamente tralascio gli amici di Aldo Moro, di cui Craxi cercò di salvare la vita quando era prigioniero delle Brigate Rosse nel covo di Via Fani a Roma, gli ex comunisti a cui Craxi consentì nel settembre del 1992 di entrare nell’Internazionale socialista e coloro che considerano il crollo dell’URSS come un evento storico o per la libertà e la pace. I primi forse non ci sono più, posto che ci siano stati. Quanto ai secondi la gratitudine non pare sia una moneta molto diffusa fra di loro. Quanto a coloro che pensano che il crollo dell’URSS abbia generato una svolta nella direzione della libertà e della pace a livello mondiale (che per altro sono ancora precarie) vorrei ricordare che fu la decisione di Craxi, di accettare l'installazione degli euromissili a Comiso, puntati contro l'URSS. La quale decisione portò la Germania a installare i suoi e convinse il Cremlino che si era lanciato in una sfida senza speranza.

Con la lettera di Giorgio Napolitano su Craxi l’Italia ufficiale ha voltato pagina. Resta da vedere cosa faranno e diranno “gli ultimi giapponesi” che continuano a denigrare e ignorare il suo ruolo storico. Perché ne hanno paura.

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5 COMMENTS

  1. E i debiti?
    Certo, tante belle cose, ma forse dimenticate che molte le ha realizzate indebitando lo stato, e quindi tutti gli italiani, ad un livello incontrollabile.
    Se vado in banca e chiedo in prestito di un milione di Euro, posso fare la bella vita per un po’, e poi?
    Il fatto è che a me non li prestano perchè sanno che poi non potrei restituirli, bisognerebbe che anche le pubbliche amministrazioni e lo stato in primis fossero obbligati a dare garanzie in questo senso; ora non ci troveremmo in questa terribile situazione di un debito pubblico addirittura superiore al PIL. Vergognoso. E gran parte del merito è proprio di Craxi. E’ facile fare i generosi con i soldi degli altri.
    E poi, ma quanto aveva di stipendio per mettere insieme la fortuna che si dice che avesse?

    Linus

  2. Rimane comunque un latitante
    Il dato di fatto incontrovertibile è che è scappato dall’Italia senza accettare i 3 gradi di giudizio ed è morto da latitante.

  3. Da ignorante che ha appreso
    Da ignorante che ha appreso molto dall’articolo, vorrei annotare che sì, fuggì e diventò latitante. Ma ritengo che sia sciocco guardare solamente a questo e non ricordare i fatti che ne hanno contraddistinto la vita politica. Ringrazio per il commento che, seppur breve, ha completato l’articolo. Ma più ringrazio l’autore per il lavoro di sintesi.

  4. esiliato politico
    Esiliato please, altro che latitante…. sta vedere che doveva continuare a rimanere in Italia … e perchè mai? x continuare a subire aggressioni squadriste… per consentire che la moglie venisse inseguita e insultata per la strada?! o per permettere a Di Pietro di mettergli le manette e sbatterlo in galera?!?! ha fatto benissimo ad andarsene da questo paese di m….

  5. …. e’ pero morto da latitante.
    Lo si potrebbe riconoscere un gran statista, se alla luce delle accuse ricevute si fosse dimesso da presidente del consiglio e avesse atteso l’esito dei processi non scappando e cosi’ morendo da latitante.
    Cosi’ facendo avrebbe mostrato un gran rispetto delle istituzioni dello stato. Caratteristica dei grandi statisti.

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