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Vecchie virtù e nuove debolezze della democrazia

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Nei saggi raccolti in "La comunione dei forti" (Torino, Bollati Boringhieri, 2007) e curati in edizione italiana da Marco Brunazzi, Roger Caillois affronta un problema semplice e al tempo stesso cruciale: le democrazie sono capaci di affrontare con successo lo scontro che le ha viste nel periodo fra le due guerre mondiali contrapposte ai totalitarismi? Lo scontro è sempre ipotizzabile e potrebbe ripetersi, come è già capitato in passato: in quella occasione, alcune democrazie sono state sconfitte, mentre le altre stavano più o meno a guardare. Caillois – ricordiamo che i saggi qui tradotti vengono pubblicati la prima volta a Città del Messico nel 1943 – si chiede le ragioni della facile sconfitta di quei regimi liberi, e analizza lo scarso attaccamento che essi provocano nei cittadini: per offrire se necessario la propria vita alla patria è necessario che sia presente identificazione con essa, dedizione, sacrificio. Ma questi atteggiamenti non si trovano né fra gli italiani e tedeschi, che videro i regimi ditattoriali insediarsi grazie al sistema parlamentare e nell’indifferenza delle istituzioni, né fra gli altri cittadini del mondo libero che deprecavano e si indignavano ma senza effetti pratici degni di nota. Per Caillois la spiegazione risiede nel basso tasso di miticità, altezza, forza, energia, valore, trascinamento degli animi, di cui le democrazie sono dotate: questo fa sì che in esse siano i mediocri a emergere, e che si insedi il governo delle pure maggioranze numeriche.

La riflessione di Caillois, sempre straordinariamente intelligente e di rado alle prese con la politica, riprende qui sia le critiche antiche al regime democratico sia i tentativi a cui  pensatori politici e politici in senso stretto danno luogo a partire dai primi decenni dell’Ottocento per porre riparo ai suoi mali: la concezione dell’antichità, come è noto, vede nella democrazia il governo degli incapaci, mentre – quando quei regimi nei XIX secolo divengono realtà – in molti vi riconoscono una forma di dispotismo diversa da quelle classiche ma analoga nei risultati (il dispotismo della maggioranza) e cercano rimedi ai suoi difetti peggiori con la valorizzazione degli individui, degli intellettuali, delle élites. Intenzione di Caillois è differenziarsi sia dai totalitarismi sia dalle democrazie, dei quali tuttavia scorge la somiglianza profonda: questa consiste nel principio di uguaglianza che nei totalitarismi rende tutti uguali sotto un capo, e nelle democrazie si traduce nella maggiore uguaglianza possibile per tutti. Ciò su cui l’autore non può consentire è non l’uguaglianza delle condizioni di partenza: questa gli appare giusta e sensata. Ma la pretesa che tale uguaglianza si mantenga e accompagni la vita degli individui gli sembra invece l’ostacolo più massiccio al pieno dispiegamento delle loro potenzialità.

Il principio politico che egli suggerisce in alternativa è quello dell’aristocrazia. Non l’aristocrazia ereditaria come nell’ancien régime, né l’aristocrazia tecnocratica della civiltà industriale (anche se, dovendo scegliere, la sua assomiglierebbe certamente di più alla seconda): piuttosto, pensa a un gruppo autoselezionato di individui capaci, forti, spiritualmente temprati, audaci, disposti a rinunciare ai beni materiali e alla difesa dei propri interessi,  che per la stima che inducono negli altri si impongano da soli e prendano nelle loro mani la direzione della società. Metà guerrieri e metà asceti, i forti di Caillois sono semplicemente migliori degli altri, e per questo motivo destinati al governo. E’ un’utopia, s’intende: come tale viene presentata, ma insieme alla domanda retorica da parte dell’autore se non sia vero che tutto quello che è di valore è nato dall’utopia.

Le osservazioni di Caillois sono convincenti, acute, perspicue: mostrano le democrazie come regimi che, assegnando valore alla libera discussione e alla partecipazione di tutti alla vita politica, finiscono però per livellare le intelligenze; indicano il pericolo che quei regimi portano con sé nella mancanza di ardore che le accompagna, nella valorialità bassa che le sostiene e che esse inducono nei citttadini. Regimi che hanno bisogno di sostegno continuo e che, invece, non riescono a trovarlo. E’ cattiva ma vera la notazione che le democrazie hanno guadagnato in reputazione dall’esistenza dei totalitarismi più di quanto non spetti loro per meriti propri. C’è una contraddizione capitale che presiede alla vita delle democrazie: se esse consentono ai loro nemici (i totalitari) di affermarsi con i mezzi che esse offrono a tutti, vengono vinte e per giunta con mezzi incruenti. Se, invece, reagiscono ai nemici con i mezzi dei nemici stessi (la forza, le leggi eccezionali) ecco che rinunciano ai principi su cui si basano e si rivelano uguali agli oppositori. Sono dunque destinate a oscillare perpetuamente fra sconfitta e snaturamento di se stesse.

Fra le due guerre furono in molti a ragionare in modo simile, a dibattersi fra regimi che apparivano polverosi e deboli da un lato e dall’altro capi che erano solo un rimedio peggiore del male che volevano curare. In particolare, queste pagine ricordano molto da vicino quelle de La ribellione delle masse di José Ortega y Gasset, con la sua analisi della defezione delle élites che aveva dato luogo al mondo dei duci e al trionfo delle masse. Come per Ortega, per Caillois non c’è alcuna speranza nelle masse: sono inerti, istintuali, materia pura. Alla fine, Caillois immagina un confronto fra Atene e Filippo il Macedone: Atene la raffinata, la democratica, il regno del gusto e della democrazia, e Filippo il politico, l’inaffidabile, il rozzo, il dittatore. E’ facile leggere fra le righe e riconoscere sotto i panni antichi i soggetti contemporanei. Il saggio ha due finali, che vengono riportati entrambi: nel primo Atene si affida alla comunità dei forti, e diviene minacciosa per Filippo, gli resiste e vince. Nel secondo Atene soccombe, e proprio per essere rimasta fedele a se stessa e alla democrazia il suo spirito resta vivo nei secoli. In questa incertezza tra i due finali sta la posizione politica (o per meglio dire impolitica) di Roger Caillois.

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1 COMMENT

  1. reciprocità
    Il punctum dolens consiste nell’offrire a tutti i mezzi democratici. Essi devono essere condivisi solo fra le democrazie, non anche fra quest’ultime e le dittature.
    Credo sia stato Platone a dire che la democrazia è bella “fra gli eguali”…

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