Vedere un concerto degli U2 a Dublino è un po’ come sentirsi a casa

Dona oggi

Fai una donazione!

Sostieni l’Occidentale

Vedere un concerto degli U2 a Dublino è un po’ come sentirsi a casa

19 Agosto 2009

Assistere a un concerto degli U2 in patria è come incontrare il pirata Morgan nella cambusa del suo veliero: un’esperienza unica vissuta nel suo scenario naturale. Sono solo un granello di uno spettacolo mastodontico, ma sapere di esserci, di partecipare al tour più costoso e di maggior successo della storia, è già di per sé un’emozione.

Il rito collettivo comincia intorno alle nove di sera, dopo ore di fila e di attesa spasmodica e altre ore in cui il mosaico del Croke Park, lo stadio del rugby di Dublino, si compone tessera dopo tessera. Quando infine le luci si spengono per creare la suspense e dal palco si alzano nuvole di fumo, l’attesa diventa delirio. Da una passerella sul retro, uno dopo l’altro, gli U2 entrano in scena. Larry Mullen junior, il batterista, Adam Clayton al basso, la chitarra di The Edge e poi Bono Vox, il leader indiscusso, l’idolo e insieme il gran ministro del culto. Comincia la cavalcata…

C’è il mondo a Dublino: non solo e non tanto Irlandesi. La folla è un miscuglio di razze e nazioni, dalla Svezia al Cile, un oceano adorante punteggiato di striscioni e bandiere. La sua adesione è sincera, incondizionata, stupefacente: un popolo intero chiede che si compia la promessa. A volte si ha l’impressione che il pubblico tiri la briglia e guidi le danze e poi si fermi, in attesa di un cenno. Bono asseconda, si spende, improvvisa da autentico istrione, sussurra e grida. Ogni gesto ha un valore emblematico. E’ semplice (e magica) evocazione.

Canzone dopo canzone, gli U2 tengono una lunga lezione sull’amore. Distanza e simbiosi: questo è il messaggio. Rispetto e solidarietà. Altri ci hanno speso fiumi di inchiostro, loro l’hanno scolpito in una manciata di parole. “We are one but we’re not the same, we’ve got to carry each other”.

La vera novità del tour è il palco montato al centro dello stadio, esposto a 360 gradi, con l’effetto di ridisegnare lo spazio a disposizione dei fan. La solita navata di folla che guarda dritto ai suoi idoli, a volte da distanze siderali, si trasforma in un cerchio infuocato disposto tutto intorno all’altare fantascientifico. Le distanze si accorciano, il senso di simbiosi aumenta a dismisura. Ogni mano alzata è molto più di un segno di partecipazione: è un atto di presenza, uno slancio a toccare, a raggiungere. Alzo la mano anch’io, io ci sono… E loro sembrano saperlo. In un’epoca di fedi deboli, può succedere che gli U2 siano una fede. Molto più seria e profonda di quanto si creda.

Ai loro fan Bono e compagni svelano un immaginario, raccontano un mondo segreto e necessario, che non sta accanto al nostro ma dietro. Nessuna fuga dalla realtà… In più di due ore di show gli U2 innalzano tutte i vessilli che ne hanno fatto la band “politica” per eccellenza: l’appello a una pace duratura in Irlanda sulle note di Sunday Bloody Sunday,, il terzomondismo e la lotta alla povertà in Africa, il sostegno alla leader dell’opposizione birmana, il Premio Nobel Ang San Su Chi, fino alla ricetta per uscire dalla crisi globale: intraprendenza, creatività, innovazione. “Viviamo tempi duri”, avverte Bono, “ma noi siamo più duri”. Il pubblico esplode. Parole da rockstar.

Si può essere prevenuti o indifferenti, ma al di là dei sermoni del frontman, della retorica, del buonismo magari discutibile, il concerto degli U2 è uno spettacolo con la “s” maiuscola. Arte popolare allo stato puro. Con inviti più o meno riusciti a guardarsi intorno per vedere cosa succede nella “realtà”. E un’energia ancora ingenua, verace, a far credere che il rock’n’roll possa davvero cambiare il mondo. O almeno ispirarlo.

Impagabili U2: la loro forza è riuscire a toccare le corde del cuore. Nonostante lo show-biz, l’industria discografica, il posto tra i grandi della terra. Coniugando romanticismo e modernità. Irradiando da par loro una musica maestosa e in fondo semplice, ispirata. Alla fine di tutto sembra quasi che il miracolo si compia. Si esce carichi e leggeri, felici di aver fatto due passi nella terra promessa ma saldamente ancorati alla realtà.

Dopo non resta che sgombrare il campo e custodire l’emozione. E’ quasi mezzanotte e nel cielo di Dublino compaiono le stelle. Non le solite, le stelle dell’abitudine e dell’indifferenza. Stavolta tutti hanno voglia di guardarle.