Veltroni resta un nichilista burocratico fan di Cipputi

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Veltroni resta un nichilista burocratico fan di Cipputi

17 Febbraio 2008

Il tema del nichilismo è, soprattutto in Italia, legato alla
realtà della sinistra. Della sinistra cosiddetta “post-comunista”. La
questione, si badi, non è meramente politicistica. Anzi. E’ transpolitica nella
sua essenza, dunque, attraversa la politica (“trans”) ma non come i
transgender, che alla fine non sanno più dove approdare, ma con una scienza
calcolata al millimetro, raziocinio non residuale del marxismo scientifico del
tempo che fu. Un libro di Geminello Alvi illumina questo aspetto, con la
sapienza di chi sembra parlar d’altro e invece infila il cuore del problema che
abbiamo sopra richiamato. Un titolo già di per sé indicativo: “Una Repubblica
fondata sulle rendite” (Mondadori, 2006), che assalta la diligenza sgangherata
del post-comunismo, nichilista fino al midollo.

L’attualità, con questo Pd
veltroniano, è di tutta evidenza. Veltroni è il prototipo del nichilista
burocratico. Un fervente sostenitore del collettivismo burocratico, che poi
rivolta la partita come un calzino e scaraventa sul terreno la riduzione delle
tasse e la modernizzazione del sistema istituzionale. Roba da matti? No, roba
storicamente verificabile, anche solo sbirciando di passata la mutazione genetica
del PCI. E su questo punto Alvi fornisce una magistrale prova analitica.
Infatti, dagli anni Settanta in poi, osserva l’economista, l’Italia ha reso
sempre più vulnerabile l’assetto sociale e produttivo, massacrando con tasse a
go go il lavoro dipendente e tutto ciò attraverso l’operazione di una sinistra
che demagogicamente rilancia il lavoro come variabile indipendente, di giorno,
mentre di notte, cucina allo spiedo i lavoratori dipendenti vulnerando di
brutto i redditi familiari. Ecco il punto: e qui siamo al de te fabula
narratur. La famiglia, cioè i corpi intermedi, sono l’ultima ruota del carro e
i lavoratori, blanditi in piazza, vengono bersagliati e, in nome
dell’ideologia, tacitati, perché, per l’ideologia borghese-massimalista, non
c’è il capo famiglia e il padre, ma l’operaio, sempre e solo il Cipputi di
Altan.

La radice del nichilismo come piaga sociale è tutta qui: azzerata la
forza della famiglia, rimane soltanto l’individuo isolato, operaio o lavoratore
dipendente, e di fronte a lui lo Stato padrone. Un bersaglio fisso, non mobile
e facile da colpire, basta la busta paga. Nichilismo per via salariale e
sociale: di che si tratta? Niente di più e niente di meno che della strada dei
quarantenni della Bolognina e dei post-comunisti più scaltri, i quali, per
legittimarsi nei salotti buoni della finanza, hanno scoperto il determinismo
liberistico, dopo essersi ubriacati di materialismo storico. Qui l’analisi di
Alvi si salda con quella di Tremonti. La cultura politica del centrodestra non
può fare a meno di questi riferimenti analitici. Meno tasse senza sapere chi
tassare di meno e perché infatti non vuol dire nulla. Occorre sapere chi
rappresentare e come trattare le famiglie, perché non esiste lavoro dipendente
che non si inscriva in un tessuto familiare da valorizzare e tutelare.
Altrimenti siamo alla deriva ulteriormente nichilistica della rendita,
soprattutto finanziaria, quella che si alimenta delle tasse sul lavoro
dipendente e sgrava i costi sul bilancio delle famiglie.

Distrutto il risparmio,
il nulla sociale avanza a pieni giri. Siamo nel presente. Gli spunti di Alvi
aiutano a capire come il tema economico non sia disgiunto dalla deriva
nichilistica, ma ne rappresenti un terminale angosciante e destrutturante. La
bancocrazia e il bancocentrismo, con l’apporto di Basilea2 e la negazione
dell’accesso al credito delle PMI, per non dire dei lavoratori dipendenti con
contratto a termine, sul versante dei mutui, chiudono il cerchio. Tutto questo
è puro nichilismo: perché del tessuto sociale non rimane più niente. La stessa
sproporzionata ricchezza di massa monetaria ha infine svantaggiato i redditi da
lavoro dipendente e i prezzi relativi dei patrimoni e del lavoro, colpendo quel
Cipputi e quel ceto medio che, un tempo, erano i soggetti trainanti della forza
politica del vecchio PCI.

La sinistra muore su questo terreno e il nichilismo
non attraversa soltanto la frontiere eugenetica e bioetica, ma anche quella
sociale ed economica, dunque tutto si tiene e tutto deve essere letto con
un’ermeneutica complessiva. L’approccio non può che essere spirituale e questa
è anche la conclusione di Alvi, un’ipotesi di lavoro che vale la pena
valorizzare e raffinare, rendendola ancor più cogente: “Ho scritto un libro
spirituale. Ho voluto districare e anzi liberare vita da quanto pare più morto,
ovvero le percentuali e i calcoli di denaro. Nella fatica un’idea di vita mi ha
lucidato gli occhi e colmato di riverenza e timore il cuore: Lei, l’immagine
gloriosa e vivente che l’Italia bellissima ancora promana” (p.125). Un’immagine,
questa, che neanche questo devastante presente riesce a deturpare con
irreversibile movimento.