Intervista a Rosario Vitale

“Vi spiego perchè Ratzinger ha ‘innovato’ il Papato”

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Se Rosario Vitale è un seminarista, lo si deve anche a Benedetto XVI. Joseph Ratzinger, oggi, non è più il papa regnante, ma la contrapposizione tra visioni distanti che riguardano la scelta operata dal pontefice emerito continua ad accompagnare le giornate di chi, occupandosi di Vaticano, può scriverne. Serviva, anche in quest’estate così poco movimentata, un’operazione che ponesse dei rigidi limiti alle affermazioni che possono essere fatte. Benedetto XVI non è più il Papa. E su questo punto, di dubbi ne esistono davvero pochi. Qualche perplessità in più, sorge invece quando si tratta di indagare sul concetto ecclesiologico e giuridico di “Papa emerito”. Anche di questo abbiamo parlato con l’autore del volume che L’Occidentale ha recensito qualche settimana fa.

Rosario Vitale, qual è, in sintesi, la tesi contenuta nel suo libro?

“In buona sostanza il mio testo, attraverso la storia, la canonistica e in parte anche la teologia vuole spronare ad una riflessione verso la neonata figura del ‘papa emerito’, sottolineando che sul tema sussiste ancora una lacuna legis che andrebbe presto normata. Il mio testo che è di carattere puramente scientifico cerca anche di dimostrare che il titolo assunto da Benedetto XVI dopo la rinuncia, è l’unico possibile ed è l’unico che nel futuro non possa dar adito a polemiche o a ripensamenti sull’argomento”.

Si può dire che Joseph Ratzinger ha rivoluzionato, nell’accezione meno progressista possibile, il concetto di papato?

“La parola rivoluzionato penso che non sia quella più adatta per descrivere la novità della scelta di Ratzinger. Più che rivoluzionato, io penso che Egli abbia innovato, che abbia portato una novità, ma non tanto all’istituto del papato, giacché come sappiamo, il Codex Iuris Canonici (v.d. Can. 332, § 2) contemplava già la possibilità della rinuncia, l’innovazione, allora, sta proprio nella creazione del ‘papato emerito’ la cui genesi possiamo scorgere quasi certamente nel Motu Proprio Ecclesiae Sanctae, di Paolo VI, recepito, con variazioni significative nell’attuale codice: «Il vescovo, la cui rinuncia all’ufficio sia stata accettata, mantiene il titolo di emerito della sua diocesi». Qualcuno allora potrebbe sostenere il fatto che Benedetto XVI avrebbe dovuto mantenere il titolo di ‘vescovo emerito di Roma’ in luogo di quello di ‘papa emerito’ o ‘Romano Pontefice emerito’, tuttavia penso che la scelta di Ratzinger sia caduta su quest’ultimo, proprio per non secolarizzare troppo il papato e per evitare maggiori confusioni di carattere generale e che si sarebbero potute generare nelle menti dei fedeli con la scelta di ‘vescovo emerito di Roma’. Col ‘papa emerito’ non si crea maggiore confusione, non vi sono “due papi” ma semplicemente uno regnante e uno emerito, il quale, quest’ultimo, non ha più nessuna potéstas sulla Chiesa. Egli stesso ha scritto: «Con il papa emerito ho cercato di creare una situazione nella quale io fossi per i media assolutamente inaccessibile e nella quale fosse pienamente chiaro che c’è un solo papa».

Cosa risponderebbe a chi sostiene che Benedetto XVI non ha affatto rinunciato al soglio di Pietro? Saprà che c’è tutto un dibattito al riguardo, che dura da un po’…

“Queste polemiche lasciano il tempo che trovano, e c’è da dire che sono sollevate sempre dagli stessi contestatori, i quali, un giorno sì e uno no, preconizzano la fine dei tempi, o del papato… io non credo alle tesi cospirazioniste, da studente di diritto canonico mi attengo strettamente ai canoni. Sulla validità della rinuncia di papa Benedetto non c’è dubbio alcuno, sono state rispettate tutte le formalità richieste dal codice (ex can. 332 § 2), ossia la debita manifestazione davanti ai testimoni, come pure la piena libertà dell’atto. Certo, qualcuno potrebbe dire che la libertà consta del fòro interno e che nessuno, tranne Dio, possa leggere il cuore dell’uomo, tuttavia chi conosce bene Ratzinger non potrebbe avere nessun dubbio circa la plena libertate della sua rinuncia. Quest’ultima traspariva dalla fermezza assunta nel pronunciare quelle parole, dalla sua tranquillità nell’affrontare i giorni che seguirono, e non per ultimo, nella sua vicinanza e ammirazione verso il ministero e la persona del suo legittimo successore. Chiunque sostenga il contrario lo fa in maniera faziosa e senza una degna tesi a sostegno”.

Lei e il professor Gigliotti, nel testo, parlate anche di valore comunitario, in riferimento all’esercizio di preghiera svolto oggi dal pontefice emerito. Ci spiegherebbe questo assunto?

“Lo stesso Benedetto XVI, al termine quasi, di quella che è passata alla storia come Declaratio, ovvero il testo in latino letto per annunciare al mondo la propria rinuncia, dice: «Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio».

La preghiera è sempre un atto comunitario, quando preghiamo, anche se lo facciamo in “solitaria” non siamo soli del tutto, preghiamo qualcuno e lo facciamo ‘cum Ecclesia’ vi è sempre una dimensione universale dell’atto di culto, sia pubblico che privato. Sotto questo aspetto quindi, il papa emerito, ha deciso di ritirarsi ad una vita di preghiera, che non significa che l’aspetto contemplativo debba essere l’unico della nuova vita di Benedetto XVI, ma senza dubbio è quello principale.

Papa Benedetto, ci ha sempre ricordato il primato della preghiera che è «all’origine della testimonianza della fede, che ogni cristiano deve dare in famiglia, nel lavoro, nell’impegno sociale, e anche nei momenti di distensione, sta la preghiera, il contatto personale con Dio; solo questo rapporto reale con Dio ci dà la forza per vivere intensamente ogni avvenimento, specie i momenti più sofferti».

Questo è il “nuovo”, benché sempre attuale, modo in cui Ratzinger intende servire la Chiesa, come “monaco” nella preghiera orante attraverso il nuovo munus mysticum, che è stato coniato per la prima volta dal professore Gigliotti. Dunque «il munus mysticum non scompone l’unità e non crea una diarchia, ma, integrando l’esercizio dei  tria munera che convergono nella sola persona del Romano Pontefice (regnante), l’emerito rimane disgiunto giuridicamente dalla Vicarìa di Cristo essendovi congiunto in modo nuovo. Ciò permette di considerare il pontificato di Benedetto xvi concluso giuridicamente ma non misticamente».

“E da ultimo ci è stato detto dall’arcivescovo a più intimo contatto con lui, Georg Gänswein, che Benedetto “non ha affatto abbandonato l’ufficio di Pietro”, anzi, ne ha fatto “un ministero allargato, con un membro attivo e un membro contemplativo”, in “una dimensione collegiale e sinodale, quasi un ministero in comune”: questo è un virgolettato di un articolo comparso sull’Espresso nel 2016, a firma di Sandro Magister. Che giustificazione ne dà? 

“Conosco molto bene la polemica scaturita dopo le parole di Mons. Gänswein, e che ACI Stampa ha riportato per intero in un articolo. Devo però far notare che ciò che ha detto Mons. Georg è stato del tutto traviato e usato per addurre tesi delle più fantasiose, alcuni hanno cercato di fargli dire ciò che non ha mai detto. Mons. Georg ha detto che «Dall’elezione del suo successore Francesco il 13 marzo 2013 non vi sono dunque due papi, ma de facto un ministero allargato – con un membro attivo e un membro contemplativo», con questa breve frase, non ha inteso dire che Benedetto XVI esercita ancora il ministero petrino, unitamente al papa Francesco, come alcuni hanno cercato maldestramente di fare intendere, ma che il membro contemplativo (l’emerito), partecipa al ministero del suo successore esclusivamente con la preghiera orante, come Egli stesso ha detto più volte.

Nel momento stesso in cui con la rinuncia, Benedetto XVI, ha cessato giuridicamente la propria funzione di governo della Chiesa, ha contemporaneamente aperto la via ad una valorizzazione della dimensione mistica – accanto e complementare a quella ‘di governo’ – nell’esercizio del ministerium petrino; dimensione assolutamente non ‘personalistica’ o ‘soggettiva’, ma privata e comunitaria al contempo, del servizio al Popolo di Dio nella preghiera e nella carità. È errato pensare che vi sia un ‘ministero allargato’ da un punto di vista di governo o di giurisdizione, il papato inerisce una e una sola persona per volta, e questo ministero non può essere condiviso o peggio ancora diviso, tuttavia, – e questo lo sappiamo – papa Francesco si reca spesso nel monastero Mater Ecclesiae per chiedere consiglio al papa emerito su qualsiasi questione che riguarda la Chiesa e i suoi fedeli. Non dobbiamo stupirci di questo, il papa giornalmente per avere consigli o pareri si rivolge ad esperti nel settore, a sacerdoti o cardinali, non vedo perché non dovrebbe chiederli anche al suo predecessore, che magari su quell’argomento è più ferrato”.

Quali analogie e quali differenze tra la vicenda di Benedetto XVI e quella di Celestino V?

“Vi sono diversi punti in comune, innanzitutto secondo me il fatto che sia Celestino V che Benedetto XVI non si aspettavano questa nomina, deve far riflettere tanto, due uomini le cui vite sono state sconvolte e che pensavano evidentemente di passare gli ultimi anni in “pace e tranquillità”. In seconda analisi dobbiamo rilevare che entrambi hanno rinunciato nel contesto di un Concistoro, entrambi leggendo un documento, ed entrambi esprimendo il desiderio di ritirarsi ad una vita di ascesi e preghiera. Però se è vero che vi sono dei punti in comune, – anche se solo formalmente – vi sono altrettanti punti di differenza che ci fanno capire come la concezione del papato negli anni sia mutata profondamente. Ciò che differisce tra le due rinunce è il fatto che Benedetto XVI dopo la rinuncia abbia assunto il titolo di ‘papa emerito’ mentre Celestino V sia tornato ad essere Pietro del Morrone, l’umile frate eremita”.

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