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"Angie" resta in sella

Vince la Merkel e in Germania dopo 11 anni torna il centrodestra

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Ci sono voluti quattro anni di Große Koalition perché gli elettori tedeschi potessero finalmente dare fiducia al progetto politico giallo-nero e seppellire una volta per tutte le grandi intese. Ora Angela Merkel può riprendere la strada interrotta nel 2005 con i tradizionali compagni di viaggio, i liberali dell’FDP. “Ce l’abbiamo fatta. Sono felice, proprio come voi”, ripete emozionata la Cancelliera dal palco della Konrad-Adenauer-Haus, quartier generale dei cristianodemocratici. I giovani delle prime file la acclamano, scandendo forte il suo soprannome: “Angie, Angie, Angie!”. Complici le spaccature nel blocco progressista, dopo esattamente undici anni la Germania ha  nuovamente un governo di centrodestra. Il partito socialdemocratico accusa invece un grave ed epocale tracollo,  fermandosi ad appena il 23% dei consensi.

Per l’SPD si tratta del peggior risultato dal 1949, esito prevedibile di un declino in corso ormai da almeno un lustro. “E’ una sconfitta amara,  un giorno triste per me e per la socialdemocrazia”, osserva uno sconsolato Steinmeier. Troppe le crepe all’interno del più antico partito tedesco: la forte rivalità tra le due sempiterne anime della socialdemocrazia, l’incapacità di metabolizzare le riforme varate da Gerhard Schröder, l’atteggiamento ondivago sui banchi del governo in tema di giustizia sociale e l’assenza di nuove figure di peso in grado di  competere con quella della signora Merkel.

In quattro anni l’SPD ha perso circa un terzo della propria base elettorale, fatta soprattutto di lavoratori e giovani. Con la giornata di oggi, insomma, si consuma la parabola discendente di una delle Volksparteien sulle quali si è cementata la stabilità della Bundesrepublik degli ultimi sessant’anni. La trincea scavata dall’Union (33,8%) nel corso della legislatura è stata la cartina di tornasole dell’esito emerso dalle urne. La CDU ha mantenuto sostanzialmente invariato il proprio consenso e, pur avendo subito una lieve flessione rispetto alla precedente tornata, ciò lo deve in buona parte al pesante calo di suffragi sofferto dalla sorella bavarese (CSU), anch’essa precipitata al minimo storico.

La scarsa chiarezza di intenti e la debole regia del governatore cristianosociale Seehofer, uniti al disallineamento del popolare Ministro dell’Economia Zu Guttenberg sulla questione dei tagli alle tasse, ha portato molti elettori a dare la propria preferenza all’FDP.  Proprio sull’FDP (14,6%) si era concentrata nelle scorse settimane di campagna elettorale la propaganda del candidato Cancelliere socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier, il quale aveva puntato le sue ultime carte sul pericolo neoliberista incarnato dalla figura di Guido Westerwelle, presidente e leader dei liberali. In realtà lo Zeitgeist, lo spirito del tempo (e della crisi) ha riconsegnato alla Germania un partito liberale molto più riflessivo di un tempo, attento a ponderare con maggior prudenza mercato e stato sociale.

Persino la FAZ, quotidiano bibbia dei conservatori tedeschi, ha criticato alcuni aspetti del piano programmatico dell’FDP, giudicato troppo spostato a sinistra e addirittura degno di una formazione come Die Linke. Quest’ultima ha fatto tesoro dell’emorragia di consensi dei socialdemocratici per consolidarsi come quarta forza dello scacchiere politico tedesco, a vent’anni dalla caduta del Muro ormai pienamente integrata anche nell’ovest della Germania. A confermarlo soccorrono i risultati delle elezioni regionali nello Schleswig-Holstein, svoltesi nella medesima giornata di ieri: dopo Assia, Amburgo, Bassa Sassonia e Saarland, Die Linke ha infatti messo piede  nel quinto parlamento regionale dell’Ovest.

Il balzo in avanti dell’estrema sinistra, sulla quale si è esercitata la conventio ad excludendum delle altre forze progressiste, ha però messo nell’angolo i Verdi, rimasti come anestetizzati dalla retorica di Lafontaine e Gysi. Nonostante abbiano fatto registrare il miglior risultato dai tempi del loro primo ingresso al Bundestag negli anni Ottanta (10,7%), gli ecologisti hanno avvertito un profondo senso di smarrimento dopo aver preso coscienza dei risultati. Il fatto di essersi ormai sganciati dall’alleato socialdemocratico, così come il non essere riusciti a diventare terza e nemmeno quarta forza politica del paese pone in tutta evidenza seri problemi di sopravvivenza ai Grüne, sui quali pende fin d’ora la domanda: quo vadis?

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2 COMMENTS

  1. I verdi in Germania
    E’ vero che i verdi tedeschi si sentono un po’ smarriti, ma paventare una fine dei Grünen mi sembra un po’ prematuro. A mio avviso su questioni centrali come la politica energetica, sanità e settore agrario hanno le persone più competenti. E poi che aumentino le preferenze per i partiti minori non significa necessariamente instabilità: significa solo che la società tedesca muta e diventa sempra più complessa. A questa complessità segue anche un panorama politico e partitico più variegato.
    Dal gruppo di http://www.MyBerlino.com

  2. Gentile Grassi, temo che non
    Gentile Grassi, temo che non ci siamo capiti. Io non parlo di una scomparsa dei Verdi, ma di seri problemi circa il loro futuro indirizzo. Trovarsi compressi tra quattro partiti pone in questo senso dei “problemi di sopravvivenza”. La maretta provocata dalla decisione di dar vita ad una coalizione Jamaika nella Saar dimostra molto bene quanto il partito stia rischiando di perdere una linea precisa e di conseguenza anche consensi presso gli elettori.

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