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Vince la “rottura” di Sarkozy

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Il primo turno delle elezioni presidenziali francesi di ieri ha rappresentato, incontestabilmente, una “rivincita sul 21 aprile” come sottolineato dal titolo dell’articolo di prima pagina di Le Monde uscito questo pomeriggio. Il 21 aprile 2002, infatti, il leader del Front National Jean-Marie Le Pen, aveva superato, con il 16,9% dei voti, il candidato della sinistra, e Primo Ministro in carica, Lionel Jospin portando per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica, un partito di estrema destra al secondo turno dell’elezione presidenziale. Questo avvenimento, che ha costituito un vero e proprio shock per l’elettorato francese, è essenziale per capire tre dati fondamentali di questa consultazione relativi, da una parte, alla massiccia affluenza alle urne e, dall’altra, ai risultati di Ségolène Royal e François Bayrou. Per completare il quadro, ovviamente, occorre aggiungere a questo lo straordinario risultato ottenuto da Nicolas Sarkozy.

Il primo elemento degno di nota di questa consultazione è quello dell’affluenza alle urne che ha raggiunto l’84,6 %. Solo nel 1965, quando per la prima volta, sotto la spinta del Generale De Gaulle, si elesse il Presidente al suffragio universale diretto, si registro’ un risultato di poco superiore. L’effetto “21 aprile”, spiega, almeno in parte, questo dato che si iscrive in controtendenza rispetto ad un costante aumento dell’astensione registrato quasi ininterrottamente dal 1974 in poi e spesso citato come prova del “rigetto della politica”.

Così come quest’effetto “21 aprile”, può contribuire a spiegare, a mio avviso, i consensi ottenuti dai due principali sfidanti di Nicolas Sarkozy. Ségolène Royal, infatti, deve il suo risultato, il 25,83%, al prosciugamento dei voti dei partiti dell’ex gauche plurielle che, dai Verdi al Partito Comunista, scendono tutti sotto la soglia del due percento. Ciò a causa del cosiddetto “voto utile”: la paura di ritrovarsi, per la seconda volta di seguito senza un candidato di sinistra al secondo turno. Ségolène Royal, in fin dei conti, ottiene solo due punti percentuali in più della somma dei voti di Lionel Jospin e degli altri due candidati dei partiti della gauche plurielle presenti nel 2002 (Chevènement e Taubira i quali, questa volta, avevano scelto di non presentarsi sostenendo la candidata del Partito Socialista). Il totale dei consensi dei candidati di sinistra, compresi i quattro dell’estrema sinistra, raccoglie un misero 36,4% ben lungi dal 47% del 1981, l’anno dell’alternanza di Mitterrand o dal 40,56% del 1995, al momento della prima vittoria di Jacques Chirac. Questa polarizzazione a sinistra sulla figura di Ségolène Royal ha permesso, di riflesso, l’emergenza del fenomeno François Bayrou. L’eccellente risultato di quest’ultimo, 18,55%, pur rappresentando senza dubbio un complesso elemento di novità nel panorama politico francese (Bayrou ha triplicato i suoi voti del 2002) può essere presentato come una conseguenza indiretta dell’effetto “21 aprile”. Se Ségolène Royal infatti riusciva ad “aspirare” i consensi a sinistra, questo permetteva di lasciare uno spazio a Bayrou che, sotto la spinta di sondaggi favorevoli sul secondo turno, veniva considerato da molti elettori tradizionali del partito socialista ed ostili alla controversa figura di Ségolène Royal, in miglior posizione per battere Sarkozy.

Ma il vero vincitore di questo primo turno è senza ombra di dubbio Nicolas Sarkozy. Il suo risultato 31,11%, va ben al di là non solo delle previsioni di tutti i sondaggi ma anche delle speranze dei suoi sostenitori. Esso è il frutto di una campagna interamente concepita ed orchestrata da lui, spesso contro gli orientamenti espressi dai suoi consiglieri o dall’establishement dell’UMP. Con una costanza, una volontà ed un’intuizione fuori dal comune egli è riuscito a realizzare una triplice performance. In primo luogo, inventando il tema della “rottura” è riuscito a prender le distanze dall’operato di Jacques Chirac e dal bilancio dei suoi governi. In secondo luogo, affrontando di petto le questioni della sicurezza, dell’immigrazione e dell’identità nazionale è riuscito a strappare consensi al Front National il cui risultato, 10,51%, è il più basso registrato da vent’anni a questa parte. Infine, grazie anche al modo pragmatico di abbordare queste tematiche e, mettendo al centro del suo programma la rivalorizzazione del lavoro, è riuscito a “parlare” a tutti gli strati della popolazione comprese le classi più “popolari” non esitando, in questo, a far riferimento a figure tradizionali del Pantheon della sinistra quali Jaurès, Bloum e più recentemente anche Gramsci.

La strategia, come sono stati costretti a riconoscere anche i suoi nemici interni, primo fra tutti Dominique de Villepin, è risultata vincente. Ora, passato il primo turno, è un’altra campagna che comincia. Sin dal suo discorso pronunciato poco dopo la pubblicazione dei risultati, ha cercato di rassembler l’elettorato e di rassicurarlo. Come hanno mostrato tutte le indagini d’opinione dei mesi scorsi, se Sarkozy appariva di gran lunga colui con la migliore stoffa presidenziale, egli era anche colui che “preoccupava” in misura maggiore una cospicua parte del corpo elettorale.

L’ultima arma che resta alla sua sfidante è in effetti quella di raccoglier consensi attorno allo slogan tout sauf Sarkozy (tutto tranne Sarkozy) slogan la cui paternità viene attribuita a Jacques Chirac ma che è stato presto adottato da buona parte della sinistra. 

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