Vincent Lambert, ovvero l’eutanasia della civiltà occidentale

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«Certo tu hai il potere di adottare qualsiasi misura, sia verso i morti che verso i vivi»: così Antigone accusava Creonte di avere superato i limiti della propria autorità, sostanzialmente abusandone e violando con i propri precetti quei principi naturali che in virtù della propria universalità non potevano essere contrastati da nessuno e per nessun motivo.

Tra questi principi, oltre che la pietà verso i morti, dovrebbe rientrare anche il rispetto del diritto alla vita dei più deboli, come i pazienti terminali o quelli cronici, come, per esempio era Vincent Lambert.

Con la morte, rectius con l’uccisione per fame e per sete, di Vincent Lambert si suggella in modo inequivocabile e sostanzialmente ufficiale la tendenza sempre maggiormente diffusa, in occidente in genere ed in Europa in particolare, del favor mortis quale principio guida in sostituzione del favor vitae.

I medici, i giuristi, i legislatori sembrano tutti risolutamente orientati al perseguimento di una palese politica (eu)tanatologica che esalta la morte e sminuisce e nega la vita.

In tale prospettiva, lungi dal manifestarsi una qualunque forma di progresso, si rivela una concreta forma di regresso riflesso di una sostanziale sfiducia nei confronti della medicina, del diritto, della democrazia e, in buona sostanza, nei confronti della stessa ragione umana.

La scienza medica, infatti, non è quella che soltanto consente la guarigione, ma prima e oltre ogni suo rimedio tecnico è quella che si fonda sulla relazione di cura, rispondendo pienamente – pur nell’impossibilità di eliminare la patologia o lo stato di deminutio fisica e psichica – all’imperativo etico della umana relazionalità, presupponendosi come ineliminabili, dunque, gli elementi minimi di cura consistenti negli atti di alimentazione e idratazione del paziente.

Far morire un paziente di fame e di sete, come nel caso Lambert, dimostra quindi l’assenza radicale di ogni comprensione dello statuto etico minimo della professione medica.

Anche il diritto fuoriesce piuttosto malridotto da una simile tragedia, poiché non soltanto appare del tutto incrinata la certezza del diritto in seguito al grottesco rimpallo di corti e sentenze di ogni ordine e grado che sul caso Lambert hanno affermato tutto e tutto il contrario, ma anche e soprattutto perché il diritto, in tale circostanza, non costituisce più una sicura difesa dei più deboli – come un paziente disabile quale era Lambert –, ma un micidiale e preciso strumento con cui potersi disfare di qualcuno che è ritenuto un peso o un problema.

Lambert, infatti, non ha mai rivendicato il diritto di morire o di non soffrire, essendo stata la moglie a prendere una tale iniziativa in sua vece e vedendo contrapposta l’obiezione dei genitori dello stesso Lambert che avrebbero avuto intenzione, invece, di prendersi cura del figlio disabile.

Vulnerata, da una simile vicenda, appare anche la democrazia, poiché le istituzioni francesi ed europee non sono riuscite a difendere il primario diritto alla vita di un disabile, nonostante l’odierna democrazia post-bellica sia stata moralmente edificata proprio sulla contrapposizione a quello spirito discriminatorio che si è cristallizzato nella Germania nazionalsocialista con l’intenzione di limitare e negare il primario diritto alla vita di taluni individui ritenuti un peso per la società.

Con il caso Lambert, insomma, si è perduta una preziosa occasione non soltanto per riaffermare i principi fondamentali della non più decadente, ma compiutamente decaduta civiltà occidentale, ma anche e soprattutto per salvare una vita, dimenticando l’antica saggezza talmudica per cui «chi salva una vita, salva il mondo intero».

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