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Vir o Napule quant’è bello

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Ai supporters del Napoli molto è sempre toccato supportare e (soprattutto) moltissimo sopportare. Ad esempio, domenica mattina al Circolo Tennis nessuno si era risparmiato in sarcasmi su quei consoci che il pomeriggio in televisione a Federer–Nadal avrebbero preferito Genoa-Napoli; non senza impietose diagnosi di “malattia inguaribile” o comunque di “tossicodipendenza autentica”. Il fatto è che l’amore per il Napoli è un sentimento antico che è sempre moderno, magari tutt’altro che corrisposto, come si addice al vero amore e come è stato in tutti questi anni di C e di B. Sono anni, ormai, alle nostre spalle e, quindi, da domenica alle 17,  in alto i cuori, in alto le teste, bando a quel senso di frustrazione e di malinconia esistenziale che si accompagna al sentirsi esclusi dalle vicende e dai risultati della serie A, privati del diritto alla domenica, ghettizzati nel proprio sabato e, ovviamente, senza la minima prospettiva internazionalistica da leoni del mercoledì sera.

Certo, al sentimento del Napoli non è estranea, se non qualche malinconia esistenziale, una tenace ansia di continuità con le generazioni che in quel sentimento ci hanno preceduto. Ad esempio, quando nel 1987 il Napoli vinse lo scudetto, al cimitero di Poggioreale i tifosi esposero un grande striscione che recava scritto  “…che vi siete persi …”. A me capitò allora di pensare come sia mio padre, sia Achille Lauro, non ci fossero più e come, a loro modo, quei tifosi avessero reso onore anche a stagioni, ragioni, esperienze, sofferenze, che fanno dell’attaccamento ad una squadra e ad una maglia qualcosa di non effimero e di non intellettualistico.

Del resto, nel purgatorio degli ultimi anni, a me era venuto abbastanza naturale vedere il sabato le partite del Napoli con Giumba Beliazzi, uno che il Napoli l’aveva scoperto nella Napoli dell’immediato dopoguerra, fra l’Arenaccia e il Vomero, proprio insieme a papà e ai suoi amici. Fra questi c’è ancora, in splendida forma, Antonio Ghirelli che del sentimento del Napoli e del suo storicistico riproporsi, fra corsi e ricorsi, serba operosa coscienza.

Quest’anno, per tornare in A, la squadra era stata costruita su Bucchi e De Zeri. Poi, invece, è stato il vecchio telaio degli uomini che venivano dalla C a trascinarci in A. Fra l’inverno e la primavera, tutto pareva maledettamente difficile. Ma poi la loyalty dell’allenatore ai suoi giocatori e la loro a lui hanno fatto il miracolo.

Esser finalmente stati restituiti alla A, insieme ad altre nobilissime decadute, deve esser vissuto e festeggiato come un “miracolo”. Purché con Edmund Burke e Benedetto Croce non si abbandoni mai la fede nella possibilità di ulteriori miracoli tutti davanti a noi: sempre bellissimi perché sempre inattesi. Amare Maradona significa saper tifare pure per Montervino; aver amato Vinicio significa voler bene anche a Sosa. Questo è il sentimento del Napoli!

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5 COMMENTS

  1. caro anonimo non posso che
    caro anonimo non posso che rallegrarmi della fine del suo tifo in leasing. In realtà, la fede calcistica è cosa talmente stupida, ma talmente bella, da dover essere presa dannatamente sul serio. Ho sempre nutrito una qualche diffidenza per coloro che – nell’età della ragione – decidono di cambiare la propria squadra del cuore. A mio avviso, è un grave indizio di opportunismo esistenziale e di debolezza caratteriale. Nella vita si può avere uno nuovo credo politico, una nuova moglie (anche se già questo, per la verità, mi risulta non del tutto lineare). Ma no! non si può avere una nuova squadra del cuore. Nemmeno in leasing!

  2. Caro Mambrino,
    lei non sa

    Caro Mambrino,
    lei non sa che prendere tempo è un modo per non tradire: da Penelope in poi. Chi ne conosce l’arte salva i rapporti e, tra questi, anche il matrimonio. Così, tifare in serie A per il Milan in leasing,attendendo che il tempo facesse il suo corso e il Napoli tornasse tra le grandi, è stato un modo per preservare una grande storia d’amore: una innocente scappatella, come avrebbe detto mia nonna. E poi, da fonti ben informate, ho saputo che Lei in giovane età ha apposto una volta la croce sulla falce e martello. Ciò le leva, automaticamente, il diritto di parlare d’opportunismo. A un tifoso in leasing questo non sarebbe capitato… troppo sanamente laico! Anonimo

  3. calcio, comunismo e mulini a vento
    Caro anonimo, effettivamente io non conosco e soprattutto non pratico l’arte antica dell’accomodamento e del compromesso esistenziale. E soprattutto non la pratico nella sfera – demenziale ma sublime – della passione sportiva. Proprio l’assoluta insensatezza, la totale mancanza di un ancoraggio razionale del tifo calcistico implica evidentemente che tale sentimento sia vissuto nel modo più cristallino e coerente possibile. Del resto se è vero che la coperenza è la virtù degli imbecilli, è pur vero che al mondo di un adeguato numero di imbecilli c’è ne è un dannato bisogno!
    Quanto all’oscuro episodio della mia giovinezza cui lei fa cenno, ci tengo solo a precisare che si trattò non certo di opportunismo ma di un voto dato a colui che alla fine degli anni ottanta, di fronte al collasso del comunismo reale, proponeva il cambio della ragione sociale del glorioso PCI e l’abbandono della falce e martello dal marchio di fabbrica. Un’azione portata avanti contro i saggi del partito che rivendicavano maggiore continuità. Il paradosso è che oggi alcuni dei leader massimi dei DS e del nascente Partito democratico sono i medesimi “saggi” che attaccarono il disegno modernizzatore di Achille Occhetto che ha consentito loro di sopravvivere. So bene che in politica essere in anticipo sui tempi della storia è un difetto assai più grave dell’essere in ritardo. Non vorrà peraltro negarmi il diritto, da donchisciottesco osservatore della politica, di entusiasmarmi e di sostenere chi, rischiando il fallimento, vede più avanti degli altri. In fondo, si tratta anche in questo caso di mabrinate e di mulini a vento.

  4. Caro Mambrino, le
    Caro Mambrino, le autombulanze non bisogna prenderle per recarsi in televisione e, a maggior ragione, non bisogna sparargli contro. Per questo, non commenterò la sua risposta nè la sua convinzione che Occhetto possa guardare dove la vista degli altri non giunge…
    Anonimo

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