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Un libro senza pregiudizi

Vita, morte, politica e “miracoli” del Cardinal Siri

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Tra i numerosi meriti del volume Siri. La Chiesa, l’Italia (Marietti, 2009) curato da Paolo Gheda, docente di storia contemporanea all’Università della Valle d’Aosta, vi è quello di accostarsi ad una delle figure più rappresentative dell’episcopato italiano e, più in generale, della Chiesa cattolica post Seconda guerra mondiale, tenendosi alla larga dal paradigma reazione/rivoluzione che troppo spesso ha caratterizzato la lettura della sua lunga parabola storica.

 

I quindici contributi e le cinque testimonianze (tra le altre quella molto significativa e intensa del cardinal Bagnasco) che compongono il volume, anche se in alcuni casi molto partecipati (penso in particolare al saggio “militante” di Roberto De Mattei), offrono un quadro ricco di spunti di riflessione e di elementi di problematizzazione. Insomma non si può certo affermare, come troppo spesso capita anche per la storiografia più autorevole, che l’approccio di ogni singolo contributo non offra almeno un elemento di novità o un punto di vista avulso dalla vulgata storiografica ufficiale.

La vicenda ecclesiastica, ma anche politica e culturale, di Siri attraversa tutta la seconda metà del Novecento italiano ed europeo, dai tragici momenti dell’occupazione nazista del Paese, alla decisiva fase della ricostruzione e del boom economico, dagli anni della contestazione a quelli del crollo del comunismo. Siri morirà ai primi di maggio del 1989 e dunque solo per pochi mesi non riuscirà ad assistere al crollo del Muro di Berlino. Il volume si accosta a questi passaggi emblematici e offre al lettore un quadro dettagliato del Siri fondatore e primo presidente del Cei, del Siri per quattro volte “papabile” ma mai giunto al soglio pontificio, del Siri interprete emblematico del ruolo di “supplenza politica” che la Chiesa ha garantito all’Italia perlomeno sino agli anni Sessanta, ma anche del Siri meno noto ai più, quello protagonista all’interno dell’Onarmo e dell’Ucid o quello fondatore della rivista di teologia e morale “Renovatio”, che a partire dalla metà degli anni Sessanta del Novecento porta avanti il tema del “ringiovanimento della Chiesa” da contrapporre all’ “innovazione tout court” proposta dal Concilio Vaticano II. Ebbene di fronte ad un quadro così variegato e multiforme, accostandosi ad un cinquantennio di evoluzione del Paese e della Chiesa, il rischio poteva essere quello di offrire una serie di istantanee slegate l’una dall’altra. Al contrario il volume, anche grazie all’ampia e accurata introduzione di Gheda, permette al lettore di avvicinarsi alla figura di Siri individuando l’unitarietà del suo pensiero religioso, ideologico, politico e sociale.

 

Su Siri si è scritto molto e anche in maniera piuttosto autorevole, basti pensare alle opere di Benny Lai, Danilo Veneruso e Nicla Buonasorte e di conseguenza era ancora più complicato, nonostante l’innovativa documentazione, aggiungere nuove linee interpretative. Ebbene altro pregio dell’opera curata da Gheda è proprio quello di aver sfruttato pregi e difetti dei lavori precedenti per proporre un paradigma interpretativo fondato sull’unitarietà.

 

Ha ragione allora Quagliariello nel suo contributo su Siri e la politica quando ci ricorda quanto sia indispensabile, per cercare di comprenderne la figura, non prescindere dalla sua visione di Chiesa desumibile in linea diretta da quella di Pio XII. E il suo opporsi all’idea di autonomia dei cattolici in politica è contemporaneamente frutto di una considerazione ideologica e di una analisi storica. Da un lato il rifiuto della cosiddetta “eresia francese” (Maritain e Mounier) e dall’altro il tentativo di perpetrare la centralità della Chiesa istituzione all’interno dello spazio politico italiano, così come avvenuto all’indomani della “morte della Patria”.

 

Ugualmente di spessore è il ragionamento di Veneruso, quando nel suo approfondito ed estremamente ricco saggio sulla dimensione sociale dell’esperienza di Siri, ci presenta il prelato genovese intento in quello che sarà l’obiettivo costante della sua vita: non la lotta al comunismo solo in quanto ideologia politica, ma l’opposizione al comunismo in quanto eresia atea che interroga innanzitutto la Chiesa nelle sue ragioni più profonde, cioè nella sua coscienza sociale. In questo modo la battaglia anticomunista è rilanciata e per certi aspetti quasi depotenziata, nel senso che sarebbe riduttivo limitarsi al contrasto del comunismo da un punto di vista teologico, come un normale paganesimo. Di conseguenza il centrismo per Siri non è certo una mera formula, ma rappresenta l’area di intervento politico e sociale più idonea per la costruzione di una politica davvero penetrata dai valori cristiani.

 

Il contributo più ricco è certamente quello che il curatore dedica al rapporto tra Siri e l’arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, dal 1963 pontefice con il nome di Paolo VI. Oltre che per la ricchezza di corrispondenza inedita, il saggio è di notevole interesse perché chiarisce probabilmente definitivamente alcuni passaggi storiografici.

 

Da un lato scardina le certezze di chi troppo spesso ha cercato di contrapporre Siri a Montini, esemplificando il loro rapporto nella dialettica conservazione/progresso. Il contributo di Gheda ribadisce quanto sia semplificante e riduttiva una tale analisi e come sia necessario scandagliare con attenzione l’articolata e, a tratti, ambigua personalità del futuro Paolo VI. È di certo erroneo, e Gheda lo mostra con dovizia di particolari, non riconoscere i molti punti in comune tra due personalità che restano comunque diverse per formazione e sensibilità.

 

In secondo luogo il saggio chiarisce quanto Siri fosse profondamente legato all’imperativo dell’unità dei cattolici italiani in politica. Il prelato genovese, anche nei momenti di maggiore critica nei confronti della classe dirigente democristiana, non arriva mai a mettere in discussione quello che considera un vero dogma, per il bene della Chiesa di Roma almeno quanto per quello del Paese. Da qui le prese di posizione anche dure nei confronti di personalità quali Luigi Gedda, in certe fasi affascinato dall’ipotesi del “secondo partito” cattolico.

 

Infine di indubbio valore, probabilmente anche per sollecitare qualche spunto di riflessione nell’odierno complicato dibattito sul rapporto tra politica e religione, sono le pagine che Gheda dedica al vero e proprio incontro-scontro tra Moro e Siri sul finire del 1962. L’opposizione di Siri all’apertura a sinistra avviata da Moro una volta giunto alla segreteria della Dc è piuttosto nota. La fase di intensa corrispondenza di fine 1962 è però significativa di un dato che troppe volte si finge di trascurare quando ci si accosta all’evoluzione storica del Paese, in particolare alla vicenda del suo partito di maggioranza relativa per quasi mezzo secolo e al portato ancora oggi evidente. Siri ha oramai, anche se a malincuore, accettato l’idea dell’allargamento dell’area di governo ai socialisti. Cosa rimprovera a Moro? Che la Democrazia cristiana si sia autonomizzata al punto da rinunciare alla mediazione politica della Chiesa. Cioè che la Chiesa, che contribuisce attivamente alla raccolta del voto cattolico, venga esclusa nel momento in cui si scelgono i candidati o si tracciano le linee portanti del futuro programma di governo. In questo scambio epistolare vi è condensata una parte rilevante di quel complicato intreccio tra religione e politica così decisivo per comprendere le vicende del nostro Paese.

 

Le cronache politiche quotidiane, quando si affronta il tema del rapporto tra politica e religione, spesso si riempiono di parole quali autonomia, ingerenza, laicità, cattolici adulti, nella maggior parte dei casi utilizzate a sproposito. Ripartendo dal dato storico, ripartendo dalla scelta onesta di questo volume, quella cioè di mettere in prospettiva le specificità del caso italiano, si riuscirebbero forse ad evitare gli eccessi contrapposti: l’idea del clericalismo dominate e quella, specularmente ridicola, del ritenere il dato religioso non emblematico dell’identità nazionale del Paese.

 

 

 

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