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La Grande Guerra/ 2

Vittorio Emanuele III e la guerra, dalle vittorie al disastro

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Nella puntata precedente abbiamo dato un veloce sguardo al quadro culturale e politico che stava contrassegnando la società italiana nei primi anni dieci del secolo. Abbiamo anche visto come Giovanni Giolitti, il grande borghese, fosse in quel momento il leader politico più influente in quell'importante decennio che aveva visto l'Italia, anche se a rilento, protagonista di una fenomenale rivoluzione economica e industriale; una congiuntura favorita anche dalla ascesa di una nuova classe politica liberale che sapeva essere allo stesso momento riformista. Nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza l'abile regia di Vittorio Emanuele III, tutt'altro che relegato a quel ruolo di rappresentanza che in molti, specie tra i socialisti, volevano invece ritagliarli. Nulla lasciava presagire la fine rovinosa e umiliante poi toccatagli vista la popolarità di cui godeva già prima della “guerra vittoriosa”. Ma chi era davvero Vittorio Emanuele III?

Terzo sovrano italiano della casata Savoia, si dimostrò, fin da subito, totalmente differente dai suoi predecessori. A differenza del padre (ma ancor di più del nonno) era un uomo coltissimo: ricordando la battuta di Vittorio Emanuele II che si vantava di aver letto (e male) un solo libro in vita sua, il codice militare, egli invece teneva spesso a sottolineare quanto per la sua formazione fosse stata importante la propria “curiositas” («se fossi rimasto a quello che imparai a scuola, povero me!). Profondamente critico nei confronti della gerarchia ecclesiale era, da questo punto di vista forse più a sinistra dei socialisti. Contravvenendo alla tradizione dinastica che vedeva nei Savoia uomini piissimi e profondamente legati al clero (“baciapile” li definiva lui) Vittorio Emanuele era invece un feroce anticlericale; le cronache dell'epoca riportano che, in una Italia ancora digiuna dell'impegno diretto dei cattolici in politica, alla messa funebre del padre ad un certo punto sbottò: «quanto la fanno lunga questi preti!».

Che non sarebbe stato come i due Savoia che lo avevano preceduto lo si capì, quindi, fin dai primi giorni: non solo dopo l'assassinio del padre rifiutò di proclamare lo stato d'assedio ma s'impuntò per scrivere di persona il discorso di insediamento, rifiutando integralmente il testo di un esterrefatto Saracco, ottuagenario Presidente del Consiglio. Fu proprio Saracco il primo a comprendere subito la differenza di Vittorio con i suoi predecessori: un giorno il Re lo fece chiamare spiegandogli che certi decreti (l'arma preferita del governo fin d'allora) erano costituzionalmente illegittimi. Saracco disse che non era prerogativa del Re occuparsi di questi temi: Vittorio, che non fu mai un grande oratore ma era capace battute fenomenali, rispose che da quel momento avrebbe firmato solo errori suoi e non quegli degli altri.

Fu così che alla prima occasione utile defenestrò il povero Saracco, che considerava un reazionario, chiamando al suo posto Giuseppe Zanardelli, massone, ateo e divorzista, padre del codice che avrebbe abolito la pena di morte e leader incontrastato della sinistra riformista. Re Vittorio sotterrò così l'ultima parte del regno del padre Umberto I, che ormai amava circondarsi di reazionari e generali i quali, consigliandogli la linea dura verso le proteste e gli scioperi accelerarono anche la fine dei suoi giorni. Fu proprio il Re che esaurita l'esperienza di un ormai moribondo Zanardelli, favorì la rinascita di quel Giovanni Giolitti caduto in disgrazia anni prima per lo scandalo della Banca Romana. Fu grazie a questo nuovo connubio che i due riuscirono a modernizzare il Paese rilanciandolo finalmente tra le potenze europee. Un periodo di progresso, quello “giolittiano” che paradossalmente sarà destinato a terminare di lì a poco, con l'apertura della fase post-bellica che condurrà al fascismo e alla cacciata dei Savoia.

Da questi, isolati episodi, si fa fatica ad immaginare nella persona di Vittorio Emanuele III lo stesso sovrano che affossò, pochi anni più tardi, la più grande democrazia liberale d'Europa dopo l'Inghilterra, democrazia che egli stesso aveva contribuito a rafforzare e che, assieme a lui, dopo la guerra, era tornata finalmente nell'Europa che contava. Nella prima puntata del nostro excursus abbiamo visto come l'Italia nei cinquant'anni precedenti, in parecchi dei conflitti armati che affrontò, avesse rimediato delle umiliazioni terrificanti. Fu proprio con re Vittorio che, finalmente, gli italiani vinsero una guerra da soli e senza ricorrere ad espedienti miseri come nel passato. Nessuno immaginava che, nel giro di trent'anni, lo stesso Re potesse essere il principale colpevole di un disastro umano e politico di cui, il nostro Paese, porta ancor oggi i segni. (Fine della seconda puntata... Continua)
 

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1 COMMENT

  1. Est modus in rebus
    “il principale colpevole di un disastro umano e politico di cui, il nostro Paese, porta ancor oggi i segni”! Suvvia, non esageriamo!

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