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L'uovo di giornata

Viva l’elettore astensionista!

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Nei commenti di queste ore relativi ai risultati della tornata elettorale c’è un punto sul quale sembra esservi unanimità fra politici, giornalisti e osservatori: la grande preoccupazione per il tasso di partecipazione elettorale in calo rispetto ai precedenti appuntamenti. C’è chi ha addirittura affermato che l’astensionismo è un pericolo per la democrazia!

E’ evidente che, se la percentuale di cittadini che partecipano alle consultazioni elettorali dovesse scendere a livelli bassissimi, inferiori alla soglia minima, ciò determinerebbe inevitabilmente un serio problema di legittimazione per le nostre istituzione rappresentative. Ciononostante, gli allarmi lanciati in queste ore non ci convincono. E non ci convincono per due ragioni fondamentali.

La prima è che non è vero che in Italia il tasso di partecipazione elettorale sia particolarmente basso. Storicamente l’Italia è tra i Paesi occidentali uno di quelli dove è maggiore il numero di cittadini che si recano a votare, anche oggi dopo il calo che si è registrato negli ultimi anni. Alle scorse elezioni politiche del 2018 ha votato oltre il 73% degli aventi diritto, una percentuale in linea con quella registrata cinque anni prima. Certo, all’ultima tornata amministrativa la percentuale è stata parecchio più bassa, ma è evidente che una valutazione sul grado di disaffezione democratica non può che essere effettuata con riferimento alle elezioni generali e che una tornata parziale di elezioni amministrative non rappresenta in tal senso un punto di riferimento significativo. Del resto quanti di noi conoscono il nome o anche solo il colore politico del presidente della propria circoscrizione. Pochi. Molto pochi! E moltissimi fra noi non sono granché interessati a partecipare per scegliere chi dovrà gestire la raccolta dei rifiuti della propria città, o organizzare il servizio di traporto locale o riparare il manto stradale.

Del resto se gettiamo uno sguardo all’estero possiamo notare come l’Italia sia tuttora uno dei Paesi avanzati dove si vota di più. Negli Stati Uniti ad esempio alla ultime elezioni per il Congresso ha votato il 56,84% degli aventi diritto. Nel Regno Unito il 67,6%, in Francia il 48,7%. Tra i grandi Paesi europei si registra un tasso di partecipazione più elevato (non di molto) rispetto a quello italiano solo in Germania (il 76%). Certo, i Paesi più piccoli registrano spesso tassi molto superiori: Lussemburgo (89,7%), Belgio (88,4%), Liechtenstein (78%); Isole Faroe (89,4%). Ma in questi casi le ridotte (a volte ridottissime) dimensioni del Paese determinano un senso di appartenenza, e quindi una partecipazione, molto maggiore di quello che si registra nei contesti più grandi.

Ma la vera ragione che ci induce a ritenere che il crescente astensionismo elettorale non sia (almeno sino ad oggi) un problema è un’altra. L’elettore che decide di non recarsi alle urne nella grande maggioranza dei casi lo fa perché – dal suo punto di vista – il risultato della consultazione elettorale non avrà significative conseguenza sulla sua esistenza. L’astensionista, probabilmente anche a causa di una sua scarsa informazione sulle vicende politiche, non ritiene che la vittoria di uno o di un altro contendente determinerà dei benefici che compenseranno il costo (per la verità molto basso) che dovrebbe sopportare per esercitare il suo diritto elettorale. Da questo punto di vista l’astensionista, con la sua indifferenza, esprime in realtà non un rigetto della politica ma una adesione irriflessa al sistema, una sostanziale approvazione dello status quo.

Non è un caso che le tornate elettorali nelle quali si registrano tassi di partecipazione molto elevati sono proprio quelle in cui si confrontano proposte politiche molto polarizzate, con distanze e differenze fra i diversi partiti molto profonde. In questi casi, la scelta di voto assume un carattere quasi “esistenziale” perché contribuisce a definire la nostra stessa identità e allora è normale che quasi tutti i cittadini decidano di partecipare al voto perché ne va della loro stessa identità. Durante la gloriosa Prima Repubblica del resto erano comuni affermazioni del tipo “io sono comunista”, “io sono socialista”, “io sono democristiano”. Oggi al massimo diremmo io voto per …, io condivido le posizioni di …. Ecco allora che, se riteniamo che una deideologizzazione della politica, un raffreddamento dello scontro, l’emersione di una visione comune ai diversi attori politici siano fattori positivi che aiutano a costruire una democrazia più matura e più solida, dobbiamo ribaltare lo schema di ragionamento usualmente usato a proposito dell’astensionismo elettorale. Quest’ultimo non solo non è un male in sé, non è un pericolo per la democrazia, ma – entro certi limiti – può essere un elemento positivo, un fattore di crescita e di maturazione del sistema.

In questa prospettiva, il calo di partecipazione che si è registrato alle recenti amministrative è sicuramente collegato all’afflosciarsi delle spinte populiste e antipolitiche che avevano caratterizzato le ultime tornate elettorali. Il populismo e l’antipolitica rappresentano infatti dei potenti fattori di surriscaldamento e polarizzazione del confronto politico (anzi, in questa fase storica sono sostanzialmente l’unico fattore) e come tali hanno sicuramente prodotto un aumento della percentuale di elettori votanti. L’attuale fase recessiva che attraversano i partiti populisti determina quasi meccanicamente un calo della partecipazione. Ma saremmo molto preoccupati se il trend in atto dovesse ribaltarsi e alle prossime elezioni dovesse registrarsi un tasso di partecipazione del 88%. Sarebbero guai grossi per la nostra povera democrazia!

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