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Senza retorica

Viva l’Italia ma fateci parlare un po’ male di Garibaldi

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È fin proverbiale, non si deve parlar male di Garibaldi. Infatti da più di cent’anni si fa tutt’altro. Quello per l’Eroe dei due mondi è un rispetto che è sfociato nella devozione acritica, in imbarazzante culto della personalità. Non c’è comune italico che non gli abbia dedicato almeno una via cittadina, sempre in centro.

Fra i celebranti del culto garibaldino non mancarono fascisti, comunisti delle brigate partigiane e socialisti (fino a Craxi che ne collezionava le reliquie). Lo stesso Fronte Popolare che si oppose alla Democrazia Cristiana nelle elezioni del 1948 scelse per emblema il volto di Garibaldi (e quel geniaccio di Giovannino Guareschi capovolse il faccione trasformandolo nel ceffo demoniaco di Stalin). Per quanto possa sembrare impossibile, una figura storica universalmente nota per aver indossato tutta la vita una camicia rossa ha beneficiato anche di una interpretazione liberale. È il Garibaldi esaltato dal più umanista fra gli economisti (o più economista fra gli umanisti), Sergio Ricossa in un capitolo del suo capolavoro del 1980, Straborghese.     

Con tale popò di difensori è chiaro che paia un sacrilegio permettersi di criticare il duce dei Mille. Figuriamoci farlo in questo periodo di imminenti festeggiamenti per il centocinquantesimo anniversario d’unità italiana. Si passa per cattivi patrioti, compari del ministro Calderoli che ci vuol far lavorare il 17 marzo invece di sventolare il bandierone. 

Ma c’è chi vuole correre il rischio di rovinare la festa. E non ha tutti i torti. Luca Marcolivio, giornalista romano e direttore responsabile del settimanale web L’Ottimista, è da poco in libreria con un interessante pamphlet: Contro Garibaldi. Quello che a scuola non vi hanno raccontato (Vallecchi). Verrebbe da chiedersi se sia necessario leggerlo dato che pare si contino quasi trentamila libri scritti sul Giuseppe nazionale (lo ricorda lo stesso Marcolivio). La risposta è affermativa se c’è la volontà di conoscere figure e fatti del Risorgimento al di là delle mistificazioni agiografiche e delle ricostruzioni propagandistiche. Non si tratta di voler negare o rinnegare il processo unitario coltivando necessariamente utopie reazionarie e nostalgie borboniche, austro-ungariche o papaline. Ma almeno approfondire motivazioni e scelte dei protagonisti degli eventi che a scuola si studiano al capitolo “guerre d’Indipendenza”.

Con il supporto di una rispettabile bibliografia (dove non mancano gli acuti scritti che Indro Montanelli dedicò al personaggio) l’autore smonta parecchi luoghi comuni, come dicevamo, vecchi più di un secolo. Il Garibaldi che ne esce è tutt’altro che un fine e originale pensatore politico. Piuttosto un avventuriero che cercò motivazioni nobili nelle idee altrui per dare sfogo alla sua “indole piratesca”. Insomma Garibaldi trovò nei discorsi appassionati di Rousseau, Foscolo e Mazzini (compagno di lotte più volte tradito) le scuse per menar le mani e gettarsi nell’avventura.

Vedendola così, l’eroe in camicia rossa può risultare perfino simpatico: un uomo d’azione, per natura alieno alle ideologie (così si spiega la stima di Ricossa, in effetti). Una figura quasi salgariana. Meno simpatico risulta il trasformismo (di cui fu maestro per la Sinistra storica), la disinvolta attitudine che gli permise di mettere da parte ogni pregiudiziale repubblicana per diventare braccio armato della dinastia sabauda. Salgariano nel senso di corsaro, dunque, agente neanche troppo segreto al servizio della corona piemontese. I Savoia più che altro lo usarono come “bomba ad orologeria da far esplodere al posto giusto e al momento giusto”. Ovvero nel famigerato 1860 e nel Sud, per conquistare militarmente il Regno delle Due Sicilie senza neanche il disturbo di rispettare l’etichetta facendo regolare dichiarazione di guerra.

Anche la massoneria (all’interno della quale Garibaldi raggiunse alti livelli gerarchici) finanziò le sue imprese, lo stesso fecero gli inglesi non proprio disinteressati alla prospettiva di nuovi equilibri continentali.

Da buon massone illuminato e figlio devoto dei motti targati 1789, Garibaldi si presentava ed è ricordato come apostolo della libertà dei popoli (che come è noto a quei tempi contava più di quella dell’individuo). Ma pare che tradì spesso quei roboanti ideali professati. Non solo era dittatore nei modi, ma dittatore si autoproclamò appena gli fu possibile. Certo, il decisionismo è necessario nei momenti di crisi, ma lui non fu nemmeno un buon tiranno. L’indisciplina che regnava nelle sue truppe e lo spaventoso deficit nelle casse del Regno del Sud che lasciò in eredità a Vittorio Emanuele II non suggeriscono certo capacità di buon governo. A proposito di questioni economiche, Marcolivio ricorda che non è escluso un periodo di attività lavorativa nel redditizio commercio di schiavi negli anni  dell’esilio sudamericano.

Dunque non fu un buon politico, e forse nemmeno un grande stratega militare. Facendo i conti, le sconfitte sul campo sono più delle vittorie.  Queste ultime da attribuire poi all’innegabile coraggio, spesso a sfacciata fortuna, mai per scienza della guerra. Il “blitz terroristico”, ovvero l’impresa dei Mille, fu messo in atto con un esercito in gran parte composto da “avanzi di galera” (una costante nella carriera del Generale). Non fu privo di risvolti “fantozziani” e deplorevoli (razzie, stupri, massacri, giustizia sommaria). Il successo arrise soprattutto grazie alla corruzione dell’esercito borbonico, a qualche accordo stretto con mafie e camorre locali e generosa elargizione di fondi britannici e piemontesi.

La maggior coerenza Garibaldi la esercitò, oltre che correndo dietro alle gonnelle, nell’anticlericalismo. Il suo non era raffinato, con tracce di gnosticismo o tocchi hegeliani come quello di Mazzini, ma rozzo, intransigente e fanatico, nutrito di luoghi comuni. Lo espose in qualche noioso romanzo di pura propaganda, poiché nutriva ingenue velleità letterarie. Si riteneva un intellettuale in virtù del fatto che sapeva recitare a memoria tutto il carme I Sepolcri dell’amato Foscolo.

Disprezzava i credenti e perseguitava i religiosi ma accettò la santificazione in vita. I suoi seguaci raccontavano storielle al popolino, davano vita a quelle che oggi chiamiamo leggende metropolitane: il Generale barbuto aveva poteri magici e taumaturgici, era una specie di padre Pio laico e in anticipo. Addirittura circolavano santini con le sua effige. Su richiesta perfino battezzava i neonati.
Insomma, viva l’Italia. Ma fateci parlare un po’ male di Garibaldi.

 

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1 COMMENT

  1. parlare male di garibaldi non è (ahimè) una novità
    Non sono più giovanissimo, ma da quando ho memoria di discussioni storiche e storiografiche sento parlare di demistificafre il Risorgimento e i suoi protagonisti. Veramente non se ne può più.
    Ho sfogliato in libreria il libro recensito qui e non mi è parso aggiungesse nulla d’importante alla ricchissima letteratura garibaldina.
    Perciò, se si vuole avere una valutazione equilibrata del personaggio si può far ricorso ad altri libri. Anzitutto il bel profilo scritto dal compianto Alfonso Scirocco, Garibaldi. Battaglie, amori, ideali di un cittadino del mondo, Roma-Bari, Laterza.
    Molto gradevole anche la raccolta di articoli dedicati all’eroe dei due mondi da un maestro del giornalismo italiano: Giovanni Ansaldo, L’eroe di Caprera, Firenze, Le Lettere. Ansaldo, come si sa, era un conservatore, ma nutriva una forte simpatia per Garibaldi. Forse perché ne apprezzava il realismo politico.

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