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Neanche fosse la riunione di condominio

Voto segreto, voto palese. No al regolamento ballerino

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 Il continuo tira e molla di questi giorni relativo alla possibilità di votare o meno la decadenza di Silvio Berlusconi a scrutinio palese e non segreto dimostra quanto poco lungimirante sia questa classe politica. L'apertura del Presidente Grasso a una modifica del regolamento non deve e non può rappresentare, come invece da molti è stata interpretata, una deroga della normale procedura prevista che, giusta o sbagliata, prevede questo tipo di iter.

Una diversa procedura, specie se per la decadenza di un personaggio amato e odiato come Berlusconi, offrirebbe al Pdl l'alibi perfetto per far passare questo voto come una condanna da plotone d'esecuzione e rischierebbe, ancora di più se possibile, di infiammare il dibattito politico che già appare rovente. La storia del voto segreto è stata spesso parallela e complementare a vicende poco chiare della politica italiana. Non si può negare che questa procedura, specie nella prima repubblica, abbia spesso favorito una certa classe politica che, di fronte a decisioni cruciali, grazie a questo espediente, finiva per salvarsi. 

Il voto segreto è, o meglio, dovrebbe essere uno strumento di salvaguardia per la libertà del parlamentare di decidere e operare senza vincolo di mandato (come recita l'art. 67 della Costituzione) in particolari e delicate vicende della vita democratica di una istituzione cruciale come il Parlamento. Il deprecabile abuso di questo strumento non ci deve far dimenticare che anche le Camere, come il Governo o il Tribunale, ha diritto a prendere decisioni che possano anzi debbano apparire come il verdetto univoco di una istituzione e non la somma algebrica del parere favorevole o contrario dei singoli membri. Vi sono situazioni, specie quando vi è in gioco la libertà personale o il permanere di un rappresentante dei cittadini nelle istituzioni, che non possono essere gestite con lo stesso iter di una legge sulla caccia o sull'inquinamento. 

In realtà, il vero, eterno, problema che sta dietro a questa questione procedimentale è quello della dubbia “lealtà” di taluni parlamentari alla linea politica dettata dal proprio gruppo di appartenenza. Come è apparso a tutti durante la drammatica votazione del Presidente della Repubblica, gli attuali gruppi parlamentari sono ben lontani dall'avere il controllo sui singoli membri e, ancor peggio, c'è un permanente clima di sfiducia e di sospetto che aleggia pure tra vicini di scranno. La paura che aleggia tra le fila del Partito democratico e del Movimento cinque stelle è che, coperti dal segreto, molti parlamentari possano salvare Berlusconi: eviterebbero così un ritorno alle urne e la fine, evidentemente probabile nei loro ragionamenti, del loro mandato. Tuttavia, ciò che sfugge ai più è che questo problema tutto interno ai partiti non può ripercuotersi sulla vita e sull'assetto delle istituzioni.

Sarebbe sbagliato chiedere una modifica del regolamento solo perché i partiti sono incapaci di controllare la strategia politica e la volontà di uomini che essi stessi hanno candidato e voluto per quell'incarico. L'eventuale responsabilità di un singolo parlamentare in caso di dissenso dalla linea ufficiale del gruppo dovrebbe rimanere tutta interna al singolo partito e non investire la libertà di “tutti” i parlamentari. Se poi si richiede, come in effetti si sta verificando, una modifica ad hoc sulla base di un piccolo precedente, il quadro sarebbe ancora peggiore: si verificherebbe una mutazione ad hoc, ad personam e ad tempus. Una situazione inaccettabile per una assemblea di condominio figuriamoci per la Camera più alta del nostro sistema politico.

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