W la riforma Gentile, quando la scuola sapeva da che parte andare

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W la riforma Gentile, quando la scuola sapeva da che parte andare

15 Giugno 2008

La scuola è un microcosmo di problemi in un macrocosmo di guai. Un microsistema che annaspa in un macrosistema italiano pieno di falle e storture. Draghi ha scoperto che il sistema bancario fa acqua da tutte le parti, che i mutui sono un’emergenza che strangola le famiglie e che la liquidità di cassa per le famiglie è diventata una chimera. Magnifico: dopo l’acqua calda, abbiamo cotante autorevoli scoperte. Bene, la scuola soffoca in questo stagno.

Ida Magli propone una serie di cose interessanti, acute e inscritte nel contesto ampio di analisi fuori dagli schemi tipiche della grande antropologa; aggiungerei un dato di fondo che è stato soltanto sfiorato dalle riflessioni della studiosa: la scomparsa della visione. Quel che gli anglosassoni chiamano vision ed alla quale fanno seguire l’altra paroletta, mission. Visione e missione. Il resto ne consegue. Non meccanicamente, certo, non deterministicamente, ma gli esiti importanti per il sistema-paese scaturiscono da quei nessi. Ora, la scuola non vive in un altro mondo. Non è una scheggia impazzita, ma il prodotto di un sistema che non ha mai creduto che una persona possa farcela con le proprie forze, che ha sempre snobbato gli innovatori, che ha introdotto nelle teste degli studenti il tarlo del servilismo, della servitù volontaria, che non ha mai spinto sulla qualificazione del personale docente, semplicemente perché il personale è fatto di persone e se le persone contano zero in un dispotismo corporativo, fate i vostri conti. Tutto qua. Si fa per dire… Prima si apre la scatola nera della consapevolezza su questi nodi e poi si potrà parlare di strumenti e di soluzioni. Questi ultimi non esistono al di fuori della presa d’atto della realtà, con scienza e coscienza, infine della ricostruzione di un sistema a partire dal capitale umano.

Le soluzioni buone sono quelle della Magli (Una proposta (originale) per la scuola, Il Giornale, 12 giugno), ne possiamo aggiungere altre, sono note, alcune sono più originali, ma la sostanza rimane la stessa: il pensiero è l’antenato dell’azione. Dobbiamo prima aver chiaro di cosa stiamo parlando, verso quale obiettivo vogliamo andare tutti insieme, con quali valori e con quale missione, con quale visione. La scuola di Gentile ha rappresentato un salto quantico nella storia italiana ed europea proprio perché queste cose erano chiare e non solo nella testa del grande filosofo. Del resto, piaccia o non piaccia, quel modello ha prodotto il meglio dell’Italia, questo produce scorie culturali e parassiti potenziali. Basta girare per le scuole, entrare in qualche aula, guardare i docenti negli occhi privi di qualsiasi luce e bagliore, per rendersi conto che la sfida si gioca a quel livello.

Dopo mezzo secolo di puttanate sulla fine dei valori, delle istituzioni, del padre e dell’autorità, la morte di Dio, dell’io e di tutto il resto, cosa ci aspettavamo? Meraviglie culturali, produzioni avanzate, ventagli di ricerche aperte al mondo, fondamenti etici? Ovvio che no e oggi il de profundis sulla scuola, non recitato dall’ottimo ministro dell’istruzione Gelmini, è una parola morta, senza oggetto, senza più storia. Non è più il tempo di de profundis, non è più tempo di requiem anticipati, ci vuole altro. Ci vuole nerbo, chiarezza e pragmatismo, soprattutto, in primo luogo, consapevolezza. Il pensiero è l’antenato dell’azione. E se poi qualcuno dovesse rispondere, come sempre: ma queste cose le sappiamo. Benissimo. Allora, essendo tutto chiaro, cosa impedisce di agire secondo scienza e coscienza? Cosa impedisce di lavorare con una visione e una missione chiare, nette, qualificate? Forse lo stesso problema di partenza, lo stesso male italiano; forse la mancata risposta è figlia delle varie tentate soluzioni. Le tentate soluzioni generano problemi su problemi. I riformismi di primo livello hanno fatto degenerare i riformismi di secondo livello o di risulta. Bene. E oggi, a che punto siamo?