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Walter vuol guarire l’università. Ma sa di che parla?

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Di Fabio Mussi, al Ministero dell'Università e della Ricerca, non sentiremo certo la mancanza. Del suo velleitarismo burocratico ne abbiamo avuto abbastanza. Ma adesso che cosa propone Walter Veltroni per guarire l'università e la scuola dai loro mali? Abbiamo letto con attenzione quel punto del suo programma sul quale il leader del neonato Partito Democratico chiede il voto degli elettori. Francamente, c'è da trasecolare. Chiunque gliel'abbia scritto, quel punto, è uno che non ha mai messo piede in una università, e che della scuola ha un ricordo molto lontano.

Della scuola in genere, è presto detto, perché Veltroni non propone praticamente niente di nuovo: le solite ovvietà sulle scuole come "luoghi di formazione permanente" (oggi che cosa sarebbero?), con apertura pomeridiana (davvero una novità), nonché periodi "sabbatici" di aggiornamento intensivo per gli insegnanti: già intravediamo all'orizzonte gli antichi "corsi abilitanti" o altre famigerate Scuole di Specializzazione all'Insegnamento Secondario (SSIS). E che cosa sarebbero quei "test oggettivi" per gli studenti? Si torna ai voti, ai rimandati a ottobre, ai bocciati?

Ma è sull'università che Veltroni si è davvero sbizzarrito a trovare il minimo comune denominatore dell'ovvio. "Cento campus universitari e scolastici dovranno essere pronti entro il 2010", dice Veltroni. Ma scherziamo? In primo luogo, non era stata proprio la sinistra ad accusare il ministro della Ricerca e dell'Istruzione Universitaria dell'ultimo governo Berlusconi, Letizia Moratti, di avere autorizzato l'aperture di troppe sedi universitarie nuove e non all'altezza del loro compito? Non abbiamo tutti da tempo deprecato la proliferazione incontrollata delle sedi nonché la loro gemmazione in assenza di risorse? E adesso Veltroni ne vorrebbe creare altre cento -- e nel giro di tre anni?

In secondo luogo, ma lo sa Veltroni che cos'è un campus universitario americano, o li ha soltanto visti al cinema, magari in "Fragole e Sangue" (1970) o in "Come eravano" (1973)? Lo sa che i campus hanno dormitori, palestre, piscine, laboratori, ristoranti, e soprattutto delle biblioteche e uno sterminato numero di lavoratori, quasi tutti precari? In tre anni? Francamente, "the mind boggles" verrebbe da dire a Veltroni -- se sapesse l'inglese.

L'altra perla del cosiddetto programma universitario di Veltroni riguarda l'introduzione della valutazione per merito, di contro all'ideologia del famoso "sei politico". Diciamo subito che quello del "sei politico" è un luogo comune della vulgata storica del Sessantotto. Il "sei politico" non c'è mai stato (all'università semmai si trattava di diciotto, non di sei), se non i rarissimi casi in cui alcuni docenti accettavano di fare esami collettivi a una classe, interrogando un po' qui e un po' là, e poi dando a tutti lo stesso voto. Ma erano, appunto, situazioni rarissime.

Anche in questo caso, il cosiddetto programma di Veltroni crolla sotto il peso della sua ovvietà. Chi è mai che sostiene, oggi, che non si debba valutare il merito? O che non si debbano premiare gli studenti bravi e penalizzare i cattivi? Il vero problema è come farlo. E finché si continueranno a finanziare le università e a premiare i professori in base al numero degli studenti che laureano o esaminano, come stupirsi che il livellamento del voto verso l'alto (quello sì, un vero e proprio trenta politico) non continui tranquillamente a prosperare, soprattutto nelle facoltà umanistiche.

Manca, nel programmino veltroniano, l'unica riforma veramente fondamentale, quella che da sola farebbe cadere il castello di carte dell'attuale sistema universitario: l'abolizione del valore legale del titolo di studio. Finché tutti i diplomi e tutti i trenta saranno uguali di fronte allo stato, non ci sarà mai competizione tra gli atenei, desiderio di miglioramento, introduzione di standard più elevati. Ma di questo, l'ovvio Veltroni naturalmente non fa nemmeno parola. Per fortuna, non sarà lui a scegliere i prossimi ministri della scuola e dell'istruzione universitaria.

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11 COMMENTS

  1. non è così semplice
    Veltroni sta andando, come suole dirsi, “a ruota libera”, confidando nella scarsa capacità di critica di molti cittadini appartenenti al popolo della sinistra. Può così parlare con il suo tono flautato del nulla da aggiungere allo sfascio della scuola e dell’università. Purtroppo le soluzioni ai problemi dovrebbero essere ben più articolate di quelle che suggerisce Luca Codignola: l’abolizione del valore legale del titolo di studio (un tabù già molto sgangherato) non risolverebbe un bel nulla e tanto meno riuscirebbe a mettere in concorrenza le università. Se queste mancano di concorrenza tra loro lo si deve alla gestione, che è di tipo democratico-corporativo: tanti interessi particolari che non si integrano nell’interesse dell’istituzione. Se il tipo di gestione fosse quello giusto per ogni azienda (e l’università di oggi è quasi una azienda, pur producendo beni immateriali) avremmo trovato la soluzione per Alitalia, Trenitalia e per ogni altra società dissestata. Basterebbe affidare queste aziende alle cooperative di dipendenti. Funzionerebbe? Penso sia lecito dubitarne.

  2. intellectuals
    non sara’ lui, pero’ continuera’ ad essere reputato un Grande Intellettuale e a fare danni col suo fumo senza arrosto… D’altra parte, se di fronte ha gente che rinuncia a candidare Giuliano Ferrara sindaco di Roma e propone invece Giorgia Meloni, che cosa ci possiamo aspettare di buono?

  3. Rigore
    penso che questa sia la parolina magica che potrebbe risolvere se non tutti, almeno gran parte dei nostri problemi. Ma la ricetta del rigore andrebbe applicata non solo all’Università, ma a tutto il sistema scolastico. In realtà è molto semplice. Basta creare un sistema meritocraticissimo, con esami di sbarramento severissimi a partire dalla quinta elementare. Chi non li supera non deve essere considerato un reietto, ma solo abile a cose diverse anziché lo studio. Perché, infatti, tutti dovrebbero studiare? Se qualcuno non è portato allo studio, in qualsiasi campo, non è vergogna che sin da giovane cominci ad affinare i suoi talenti nei campi a lui più congeniali. Naturalmente aiutato dallo Stato. Insomma, fin dagli 11, 12 anni al massimo i ragazzi dovrebbero essere indirizzati, rispettando le loro inclinazioni o verso lo studio o verso il mondo del lavoro e dell’impresa. Quindi, nell’un caso verso ottimi licei (ne bastano di due tipi, Classico e Scientifico, se non addirittura solo il Classico, potenziato di qualche nuova materia), nell’altro verso ottimi, lo voglio sottolineare “ottimi!”, istituti professionali, che permettano al ragazzo ai 18/19 anni di entrare competitivamente nel mercato del lavoro, magari non solo italiano.
    Del resto, che vantaggio hanno tutti coloro che fino a 30 anni occupano i banchi universitari, senza passione né talento per quello che studiano, vivendo parassitariamente sui soldi di papà e su quelli dello Stato? Sono un peso morto per sé e per la Nazione! Stanno lì perché così vuole il benpensismo: “se non hai una laurea è vergogna”… Paradossalmente questo modo ignobile di pensare, che svilisce chiunque non sia portato allo studio a una vergogna vivente ipso facto, è stato propugnato e viene mantenuto in vita dalla Sinistra “amica del popolo”…
    Se le cose venissero organizzate così, l’Italia non solo tornerebbe ad avere ottimi Latinisti, Fisici, Matematici ecc…, ma anche ottimi Artigiani, Contadini, Geometri ecc…, essendo entrambe le categorie capaci di avanzare nel loro lavoro e di fare così avanzare la Nazione tutta. Allo stesso tempo, si risolverebbe d’un botto la difficoltà dell’Università a provvedere lavoro a nuove menti, perché Università meno affollate di studenti parcheggiati fino ai trent’anni vorrebbe dire maggiore capacità di spendere in soldi pubblici in nuove cattedre o assegni di ricerca cospicui per quegli individui che si dimostrino un particolare talento alla ricerca.
    Il percorso è lungo, si deve ripartire dal formare insegnanti preparati, in grado di indirizzare i propri alunni e di giudicarli fin dalle elementari. Di questi insegnanti oggi giorno siamo a corto. Basta pensare alla massa di ignoranti che ogni anno escono da Lettere Classiche (la mia facoltà), senza sapere il Latino e il Greco e conoscendo dante per sentito dire: costoro, poi, si riversano nei licei e nelle scuole medie dove allegramente compiono la loro opera disistruzione…
    Finché la situazione rimarrà tale, sono convinto che il Paese sarà bloccato anche economicamente.
    Che Dio ci aiuti.

  4. ma tutto qest’ambaradam per
    ma tutto qest’ambaradam per fare la dossologia maggiore di berlusconi??
    Voi che osate parlare di scuola, università, e cultura? che nel vostro partito arruolate iva zanicchi, la carfagna, la prestigiacomo e la brambilla? che avete come idolo l’inventore dell’attimino, del degrado televisivo e che da presidente del consiglio organizza le cene con attricette e ballerine?
    il latino ed il greco……..ma mi facci il piacere…….

  5. Concordo con Di Leo quando
    Concordo con Di Leo quando si parla di professori di liceo impreparati. Oggi agli occhi dell’opinione pubblica non c’è più la figura del professorone colto e severo che poteva esserci 30 anni fa. I docenti neolaureati risultano essere spesso “deboli” di fronte ad una nuova generazione spesso sbandata che meriterebbe oggi, come non mai, insegnanti con polso fermo, molto istruiti e, soprattutto, che facciano il loro lavoro con passione.
    Per quanto riguarda il sistema universitario, credo, invece, che esso sia troppo improntato ad impartire uno studio metodico e, per così dire, “manualistico” (mi riferisco alle facoltà umanistiche). Se paragoniamo tale sistema con quelli di matrice anglosassone che sfruttano un insegnamento basato sul caso, sulla capacità di adattamento, sulle continue prove scritte ed orali, sul coinvolgimento dello studente in attività che vanno al di là dell’apprendimento delle materie studiate, si evince come, spesso, i laureati italiani siano impreparati di fronte ai casi concreti, alle problematiche e alle difficoltà che il mondo del lavoro, inevitabilmente, presenta loro.
    “Ed io speriamo che me la cavo…”

  6. se non sbaglio l’ abolizione
    se non sbaglio l’ abolizione del valore legale dei titoli era nel programma della P2!!!

  7. Alle ovvietà weltroniane
    Alle ovvietà weltroniane occorre dare risposte puntuali e nate da indagini e dati approfonditi. Non tutte le università funzionano male, né tutti i professori sono baroni o “amanti” di: c’è chi compie il proprio dovere didattico e scientifico quotidianamente, affrontando non pochi problemi a cominciare da quello di colmare lacune o distorsioni culturali macroscopiche nelle tante matricole. Come docente universitaria, e da 30 anni, sono orgogliosa del lavoro che ho svolto e che svolgo e dei miei studenti/ laureati che ho avviato verso la vita e verso la professione. A loro devo le vere soddisfazioni della mia professione e del mio servizio. Certo: occorre essere presenti ed attivi,stimolare curiosità, plasmare attitudini,consigliare,dialogare ma nello stesso tempo essere esigenti, in primo luogo con se stessi; riflettere ogni giorno, monitorare le esigenze formative, aggiornarsi, proporre metodi e contenuti didattici innovativi, in breve: amare quello che si fa e comprenderne l’importanza. La Legge Moratti o i provvedimenti Mussi o quelli che verranno in futuro non potranno mai realmente essere efficienti se il sistema non offre concreti strumenti di valutazione del lavoro di ciascun docente.

  8. Abolizione del valore legale della laurea
    Sono stato, eletto dal colleghi del CNR, per circa dieci anni componente di uno dei famosi (o famigerati, a seconda della scuola di pensiero)Comitati di Consulenza del CNR, fino al nefasto “Riordino” targato Luigi Berlinguer, (“Il ministro dal cognome esagerato”, come lo defini’ impietosamente un giornalista).
    In quel lungo lasso di tempo ho avuto molte occasioni di incontro con colleghi universitari e sempre ho ascoltato questo parere: “L’unica vera, positiva rivoluzione che potrebbe cambiare l’Universita’ sarebbe l’abolizione del valore legale del titolo”.
    Pero’ gli interlocutori, spessissimo veri amici, a questo punto allargavano le braccia e dicevano molto sconsolati: “… ma non si puo’…!!” e cambiavano diplomaticamente discorso.

    Perche’: “non si puo’ ” ?

    Mi permetto di formulare un paio di ipotesi, scusandomi se sembreranno “cattive”.

    La prima ipotesi e’ che l’abolizione del valore legale del titolo troverebbe l’opposizione di una parte importante e potente dei docenti, che vedrebbero sconvolti molti “equilibri” universitari (compresa la distribuzione delle cattedre tra le varie facolta’ e dipartimenti) e consolidate rendite e lobby professionali extra universitarie.

    La seonda ipotesi riguarda l’impatto, veramente forte e quidi malvisto, che una simile riforma avrebbe sul sistema burocratico-amministrativo dello Stato, dei Ministeri, degli Enti pubblici eccetera, che dovrebbero ribaltare le loro logiche di selezione, valutazione e quindi carriera del personale. Una vera e propria bomba!

    Basti pensare al “todos caballeros” che sta procedendo a grandi passi attraverso Convenzioni tra Burocrazia e Accademia, con l’acquisizione di “crediti” costruiti spesso senza logica e controllo.
    In effetti, il problema della abolizione del valore legale del titolo richiederebbe robusti, coerenti e diffusi dibattiti, e non solo sporadici, seppur autorevoli pareri, che rischiano di essere presto dimenticati. Ci vuole senz’altro molto coraggio. Bisognerebbe trovare almeno un Giuliano Ferrara universitario, capace di impostare razionalmente la questione e disposto a rischiare la faccia. Nel 1993 Raffaele Simone pubblico’, per i tipi di Laterza, un libro che non parlava, mi par di ricordare, del problema dell’abolizione del valore legale della laurea, ma che era scritto apposta per suscitare la discussone della Comunita’ Scientifica intorno ai problemi dell’universita’. Venne snobbato, “silenziato” dal sistema. Sono passati 15 anni, ma dibattiti seri non se ne vedono. A volte e’ invece veramente assordante il silenzio accademico intorno al tema dell’Alta Formazione e della Ricerca. Silenzio assordante se pensiamo a quanto e’ sempre stato numeroso il partito “trasversale” dei docenti universitari nei due rami del Parlamento.
    Paolo Locatelli, Dirigente di Ricerca Associato – Istituto per lo Studio delle Macromolecole – Milano

  9. Università : il dottorato di ricerca
    Condivido le oppinioni espresse nell’articolo, ma i problemi che devo affrontare come madre di un dottorando mi inducono a chiedere ai politici come possa, uno studente al secondo anno di dottorato, essere costretto a studiare all’estero con 1200 euro al mese? In America come in Europa queste cifre non coprono nemmeno parte delle spese per l’alloggio. I governi devono investire sulla formazione dei giovani bravi,che sono il vero patrimonio di questa nazione. Date loro la possibilità di non gravare solo sulle famiglie che ormai sono allo stremo e vedono,per i loro figli, un futuro molto nebuloso.
    Grazie.
    M.

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