War on Terror, gli errori in Iraq sono stati superati: la Storia gli darà ragione

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War on Terror, gli errori in Iraq sono stati superati: la Storia gli darà ragione

03 Ottobre 2008

George W. Bush verrà ricordato da qui a qualche anno come uno di migliori presidenti americani, esattamente come è successo con Harry Truman, come lui oggetto di disprezzo e lazzi al termine del suo mandato e come lui capace però di indicare ad un’America e ad un mondo in crisi, la necessità di contrastare con energia e forza un nemico drammaticamente sottovalutato dai predecessori democratici. Questa previsione controcorrente è stata formulata giorni fa da Edward Luttwak in un lungo articolo pubblicato dal Corriere della Sera ed è – al di là del gusto per la provocazione tipico di Luttwak – assolutamente condivisibile. 

Truman terminò il suo quadriennio nella più profonda disistima del suo stesso partito, il Democratico, con un indice di popolarità infimo, soprattutto sulla stampa liberal. Due le sue colpe: innanzitutto quella di non essere stato all’altezza del suo predecessore, Franklin Delano Roosevelt, la seconda, aver trascinato l’America in una sanguinosa guerra, quella di Corea, dai costi umani ed economici enormi, che aveva diviso in due il mondo e di averla condotta in modo tale da essere entrato in rotta di collisione con lo stesso generale MacArthur, l’eroe del Pacifico. 

Passati pochi anni, i suoi detrattori hanno dovuto ammettere che Truman aveva avuto ragione in ogni passo delle sue scelte. Soprattutto che, a differenza di F. D. Roosevelt, aveva compreso la natura espansiva e pericolosa del comunismo e che aveva condotto in maniera egregia gli anni iniziali – quindi determinanti- della Guerra Fredda, correggendo i terribili errori della gestione Roosevelt, incapace di comprendere, come si era drammaticamente visto a Yalta, le mire e i progetti di Stalin e del comunismo internazionale. Come Truman, George W. Bush in Iraq e Afghanistan ha saputo indicare al mondo la necessità di contrastare qui e subito, con pari energia morale, l’emergenza e i piani di un’altra e diversa forma di totalitarismo che minaccia il mondo:  il terrorismo islamico. Soprattutto, ha saputo sottrarsi al ricatto morale di chi – i democratici delle due sponde dell’Oceano – non comprendendo la natura dell’avversario, metteva e mette in primo piano il tema del “multilateralismo” a scapito della risposta rapida, efficace, intransigente contro il terrorismo islamico. Basta leggere i compitini di Massimo D’Alema e di Piero Fassino sulla situazione internazionale per comprendere quale sia il male oscuro che corrode le menti della sinistra e impedisce – Obama incluso – di elaborare strategia internazionali corrispondenti alle necessità.

La sinistra mondiale commette oggi due errori: il primo è quello classico di non comprendere che in alcuni paesi islamici il nazionalismo (dei palestinesi, come degli iraniani) si è integrato con una visione apocalittica della Storia e che quindi non è possibile – sul lungo periodo – alcuna mediazione. Obama, come Fassino – si parva licet componere magnis –  non capiscono che gli ayatollah puntano diritti al Giudizio Universale e che questi sia imminente, e che pertanto è ben difficile trovare una mediazione politica con loro. Il secondo errore che la sinistra democratica  commette oggi, conseguente al primo, è quello di ragionare solo e unicamente in termini di costruzione di una  “governance”, di una definizione di strutture decisionali e di gestione delle crisi (tutte lette come crisi tra nazionalismi, mai antagoniste in senso totalitario, quindi) che coinvolgano tutti i paesi con un ruolo di primo piano nel pianeta. 

E’ la logica che porta la gauche mondiale a ritenere prioritario il “patto di Kyoto”, la fondazione del “Tribunale Internazionale per i crimini di guerra”, che ha portato ad accordi totalmente inadeguati del WTO e ad altri disastri del genere. Una logica tutta ideologica, sempre tendente all’utopia del “governo mondiale”, in Italia terribilmente influenzata dai cascami soviettisti e terzinternazionalisti, molto, molto suggestionato da cascami ideologici terzomondisti e dalla necessità di contrastare l’imperialismo. Una logica che predica l’immobilismo, che delega alla diplomazia la risoluzione dei contrasti, che è perfettamente sviluppata dall’Ue, che ha il suo simbolo somatico in Javier Solana e nei suoi infiniti insuccessi, che fa del “dialogo” un valore assoluto, invece che uno strumento. Una logica, infine, che produce guerre, perché non affronta i problemi alla radice, perché pretende che  non esistano forze totalitarie che puntano alla sopraffazione e al totalitarismo e costringe a prenderne atto solo un attimo prima che sia troppo tardi. 

E’ una logica con una lunga tradizione storica, che inizia con i 14 punti del presidente Wodroow Wilson, che ha segnato tutta l’esperienza della Società della Nazioni, che ha portato diritto diritto, grazie al suo esponente più nobile, Neville Chamberlain, alla logica di Monaco e alla seconda guerra mondiale. Bush, dunque, è stato l’opposto di Chamberlain, perché ha saputo vedere in Bin Laden e in Ahmadinejad quel “pizzico” di diabolico che fa la differenza, che distingue Hitler da Ataturk. Nella piena tradizione di Ronald Reagan – altro presidente deriso dai Democratici, oggi considerato un sommo – Bush ha indicato nell’Asse del Male il problema ed ha agito di conseguenza. 

Poi ha fatto altro, e anche di questo gli verrà dato merito solo tra alcuni anni. Ha commesso un mare e mezzo di errori in Iraq, ma poi li ha saputi superare. Dopo in 2003, Bush ha infatti esaurito in Mesopotamia – ma anche in Afghanistan – tutti gli errori possibili e immaginabili che un approccio superficiale all’Islam poteva produrre. Fino al 2006 l’esperienza irachena ha pagato il vizio antico della cultura politica americana, e ancor peggio di quella europea, che si rifiutano di comprendere e analizzare lo specifico dei paesi musulmani e pretendono che essi funzionino secondo le regole successive al patto di Westfalia in Occidente. 

Toccato il fondo, Bush ha però compiuto la più grande rivoluzione concettuale nella politica estera americana dopo i 14 punti di Wilson: ha accettato la nuova strategia del generale David Petraeus che ha rivoluzionato il principale caposaldo di tutti gli interventi militari Usa all’estero. Delegare il consenso politico delle popolazioni locali alle èlite nazionali: questo è stato per più di un secolo il dogma di tutti gli interventi militari statunitensi, da Cuba in poi. Paradigma che ha funzionato in Europa e in Giappone, ma che già era fallito con Batista e aveva da solo portato al fallimento epocale del Vietnam (in cui l’esercito Usa uscì vincitore sul terreno, ma perdente a causa del fallimento dei disastrosi alleati vietnamiti, cattolici, autoritari e fanatici). 

Il surge di David Petraeus ha funzionato, invece, perché ha imposto per la prima volta nella storia alle truppe americane di conquistare a sé, in prima persona, il consenso delle popolazioni locali nelle zone di intervento. Rivoluzione concettuale fondamentale, purtroppo non praticata ancora in Afghanistan (là dove il gruppo dirigente legato a Karzai si rivela peraltro incapace di conquistare consenso), che verrà affinata e sviluppata da qui ai prossimi decenni. Tanto basta, dunque, per confermare la statura eccellente di un Bush che paga sicuramente una sua incapacità di rimanere in sintonia con buona parte del suo stesso elettorato e che però può sicuramente contare sulla sindrome dei 20 anni, il lungo periodo che serve sempre alla sinistra americana ed europea per accorgersi di avere sbagliato tutto e per riconoscere ai grandi di parte avversa, i meriti che si sono conquistati sul terreno.