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Lo spettatore pagante

“Warrior” dimostra che per uscire dalla crisi serve la famiglia

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Nel 1976 usciva “Rocky” di John Avildsen, interpretato da un attore quasi sconosciuto, Sylvester Stallone. Lo spettro della crisi era il sottofondo del film. Il protagonista, un pugile di mezza tacca, Rocky Balboa, viveva a Philadelphia, città lugubre, specchio del malessere sociale. Crisi economica e industriale, recessione, disoccupazione a livelli paurosi, le ferite ancora brucianti della sconfitta in Vietnam e dello scandalo del Watergate (che costò a Nixon la presidenza).

Mentre “Rocky” sfondava al botteghino in maniera imprevista, una valanga inarrestabile che avrebbe reso Stallone la più forte icona americana del decennio successivo, più o meno negli stessi giorni il democratico Jimmy Carter vinceva le elezioni presidenziali. Il sorriso rassicurante e le grandi promesse dell’ex-governatore della Georgia avevano trionfato, ritenute valido antidoto per contrastare la crisi.

Rocky senza chiacchiere e retorica, in maniera più diretta, la crisi la stava prendendo a pugni. Ancora oggi è molto diffusa l’idea che Stallone sia stato un eroe reaganiano (lo è stato, certo, però per altre ragioni). La sua apparizione, e la relativa simbologia valoriale, è definita nei minimi particolari quando Reagan ancora era un politico attraente ma folcloristico.

La stessa aria di crisi che si respirava in “Rocky” si avverte in “Warrior”, film di profonde ferite e di eroi, diretto con mestiere e solidità narrativa da Gavin O’Connor. Anche in “Warrior” i protagonisti, due fratelli separati dall’irresponsabilità del padre autoritario, ubriacone, incapace di comunicare affetto (Nick Nolte nel ruolo è pressoché perfetto), prendono a pungi e a calci l’angoscia dell’esistenza. Ai due ragazzi il padre ha disintegrato la famiglia, perdendo definitivamente l’autorità e il rispetto (e l’amore) dei figli. La storia del film è una macchina con ingranaggi precisi e ben funzionanti. I due fratelli da anni non si vedono. Uno è stato marine in Irak (Tom Hardy), ha disertato (non per paura, ma perché scosso dalla morte di un “fratello d’armi”) e mentre stava fuggendo ha compiuto un gesto eroico. Combattente nato, era una promessa della lotta greco romana, come il fratello. Entrambe promesse non mantenute per l’incapacità dell’allenatore dei ragazzi: il padre-padrone. L’altro fratello (Joel Edgerton) è un professore di fisica, sposato con due bambine, alle prese col mutuo di casa troppo alto da onorare. Per evitare lo spettro di perdere la proprietà dell’abitazione decide di combatte (anche lui come il fratello è un combattente nato) nella gabbia da quattro soldi per incontri di MMA (arti marziali miste, incontri che mescolano pugilato, arti marziali e vari tipi di lotta). Quindi abbiamo davanti le due ferite più profonde dell’America odierna: una, la guerra, produce rabbiosi disadattati; l’altra, la crisi economica, sta sfasciando la tranquillità di normali famiglie.

Il sogno americano dunque è seriamente minacciato. Rocky sapeva trovare in se stesso le motivazioni per risollevarsi. Lo stesso debbono fare i fratelli Conlon. Si ritrovano così protagonisti di una gara milionaria, che si svolge nel lusso degli alberghi di Atlantic City. Sono fra i sedici partecipanti ad un torneo spettacolare di combattimento ad eliminazione diretta, “Sparta”. Chi arriva sino in fondo vince una fortuna: cinque milioni di dollari. Un solo vincitore per due fratelli. Ma la posta in gioco vera non è la ricchezza. I due lottano soprattutto per ritrovarsi, e ritrovare la propria dimensione umana. La lotta per la vita è anche la riconquista del padre perduto.

Di recente alla tematica dello sport quale combattimento (quasi sempre pugilistico) elevato a metafora dell’esistenza, sono stati dedicati numerosi e bellissimi film: “Million Dollar Baby” di Clint Eastwood, "Cinderella Man” di Ron Howard, “The Wrestler” di Darren Aronofsky,  "The Fighter” di David O. Russell. “Warrior” non ha nulla di inferiore rispetto a questi titoli. Anzi, così come avveniva in “Rocky”, le giustificazioni sociali della depressione rimangono davvero sullo sfondo. L’essenza del combattimento certo è la gabbia, ma il premio colossale è solo il pretesto narrativo. Il premio vero, autentico, è la ricongiunzione e la riappacificazione col padre. Il genitore che ha rifiutato i figli, creando in loro la spinta, il desiderio irrefrenabile del rifiuto paterno, ormai è sullo sfondo. C’è ancora tempo, nonostante dolore, rabbia, rancori e incomprensioni, per ritrovarsi. Ecco allora che la gabbia, lo scontro violento, la forza fisica e morale, sono la metafora del gran teatro del mondo. La destrutturazione della famiglia ha tarpato le ali al talento sportivo dei figli. Uno dei due poteva diventare leggendario, emulando un antico lottatore dell’antichità. Ma ciò non è stato possibile. I padri hanno tradito i figli, abbandonandoli a se stessi, costringendoli a crescere soli e troppo in fretta. L’odio di Brendan e Tommy per il genitore è giustificato e comprensibile. Però se questi due adulti ai quali è stata rubata l’adolescenza vorranno liberarsi del fardello del passato, che appesantisce troppo le spalle del loro presente, dovranno sotterrare l’ascia di guerra. E accettare gli errori del loro genitore, tornare ad amare quel padre del quale hanno sentito la mancanza.

“Warrior” è l’ennesima dimostrazione che l’unità familiare (come era in "The Fighter”: la famiglia magari è scellerata e dissennata, ma comunque è l’unica scialuppa per salvarsi dal naufragio) è imprescindibile. Il processo di desocializzazione ha messo all’angolo la famiglia, l’ha destrutturata. L’ha spappolata in mille e inservibili pezzi. Il protagonista di “The Wrestler”, un grande Mickey Rourke, muore da solo, senza speranza, come un povero Cristo. I fratelli Brendan e Tommy, con il loro padre, adesso, ricucite le ferite sul volto e riassettate le spalle slogate, potranno tornare a vivere insieme.

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